CLASSICI
Alfredo Ronci
Solo e solitario ed unico: “La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini” di Cesare Zavattini.

Scriveva Malerba: Diciamo invece che Zavattini ha suonato per mezzo secolo, con malinconica ossessione, tutte le note della tragedia. La miseria, la fame, i debiti, la vecchiaia compaiono sei suoi libri sempre di soppiatto, come se si vergognassero di esistere e qualche volta di farci soffrire, ma sono lì ogni volta a confrontarsi con la onnipresente idea della morte.
Mi sarebbe piaciuto avere un padre come Zavattini, che aveva un’idea del tutto, ma si soffermava sulla singola questione e su essa dibattersi e il più delle volte uscirne sconfitto. E anche su questo romanzo, che vide la luce assai tardi, (almeno stando anche alle parole dello stesso autore… Mi decido dopo tanti anni (1945-1975) a rendere pubblico il fatto. Perché ho superato i settanta, perché dormo con parecchi cuscini se non voglio svegliarmi a braccia alzate come per una resa improvvisa), nel 1976, ci sono una serie di malinconiche osservazioni che alla fine quello che rimane, al di là della storia e del romanzo ci rimane indelebile e soprattutto incancellabile.
Lo dico francamente: al di là di quello che Zavattini ha scritto (cioè un romanzo), non so se l’episodio dello schiaffo a Mussolini sia accaduto oppure no (francamente non m’interessa, e anche se fosse vero nulla toglierebbe all’evento), quello che rimane è invece una franca e interessata spiegazione del perché noi italiani abbiamo sopportato vent’anni di soprusi e ingerenze, ma soprattutto perché pur avendo acquistato la libertà in realtà siamo rimasti prigionieri della violenza fascista.
Recentemente ho pubblicato nella sezione recensioni i diari di Zavattini che vanno dagli anni 1941 al 1958 e tuttavia del fascismo e di Mussolini, tranne qualche appunto frettoloso, non vi è nulla e tutto il resto cadeva sotto la mannaia della sua scrittura ‘inqualificabile’ (permettetemi di usare questo termine). Ora vi chiederete, perché allora solo nel 1976 Zavattini decide di parlare degli infausti eventi? La risposta è semplice: nella sua opera Zavattini ha sempre parlato del fascismo, anche quando il fascismo non c’entrava, ma era la sua logica opposizione alla violenza a far sì che il tutto ricadesse in quella dinamica.
Questo romanzo è diviso in due parti. La prima porta il nome dell’opera stessa e cioè La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini, la seconda invece è Postscriptum più lungo dello scriptum. Ma occorre dirlo chiaramente: non vi si notano le differenze, tutto sembra scritto con l’unica intenzione di mettere in ridicolo il fascismo e soprattutto Mussolini.
Si tratta delle ultime ore di Mussolini appunto, prigioniero dei partigiani, con accanto la donna che subirà la stessa sorte dell’amante e di cui Zavattini, in un passo del romanzo, le dedica anche riferimenti non proprio negativi: Claretta Petacci.
I motivi che spingono lo scrittore a riversare sui fogli i suoi giudizi sul fascismo sono molteplici e non sarà facile nemmeno elencarli tutti. Nel piccolo spazio che ci rimane cercheremo di fare del nostro meglio. A cominciare dagli inizi: Mi ero iscritto al Partito nel 1933 per viltà, non riesco a spiegarmi meglio. Ma poi l’analisi dell’evento lo prende corposo, a cominciare dai suoi protagonisti e dal Duce stesso: Quelle facce da chiappe, pensai, che lo circondavano sul balcone, lui le aveva scolpite, quindi erano lui. (E come dicevamo prima, Zavattini forse si esenta dal giudicare la donna di Mussolini troppo negativamente quando dice: Se consideriamo la forma mentis di questa signora (innocente) per la quale ho sempre nutrito un rispettoso desiderio sessuale, dobbiamo trovare ovvio che un colpo di rivoltella l’avrebbe sconvolta meno di tale ingiuria al suo idolo).
Il problema semmai è di sapere come questa tragedia politica, questa mattanza fisica e intellettuale, sia stata possibile. E qui Zavattini la mette giù in modo quasi tragico: La collusione, anzi la esplicita intesa tra polizia-governo e i fascisti questi usandoli ogni volta che per bassi motivi di conservazione del potere conveniva, rende vomitevole il fascismo di allora, ma altrettanto l’attuale forma di potere. Ebbene, mi domando se io, tu, noi, ci siamo strutturati in modo da recepire tale vergogna e reagire. Rispondo di no (il no del finale). Ne ho la coscienza? Sì.
Non me ne voglia nessuno, ma di fronte ad un simile profluvio di argomentazioni non credo che la presenza di Mussolini serva a qualcosa (di più: Avrete notato che ho rinunciato a mettere delle parole in bocca a Mussolini. Se avesse parlato, poteva dire solo cose già dette) e tanto più il gesto che in qualche modo soddisfò l’ira dello scrittore: lo schiaffo.
Però Zavattini non rinuncia a screditare sé stesso e tutti gli italiani: Svolgo il tema della sopraffazione che c’è nell’ideologia fascista e nello stesso tempo della nostra capacità di assuefazione.
D’altronde se uno dice: Postumo, non mi interesso. Un motivo ci sarà.
Siamo di fronte ad un capolavoro della letteratura italiana.
Cesare Zavattini
La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini
Bompiani
Mi sarebbe piaciuto avere un padre come Zavattini, che aveva un’idea del tutto, ma si soffermava sulla singola questione e su essa dibattersi e il più delle volte uscirne sconfitto. E anche su questo romanzo, che vide la luce assai tardi, (almeno stando anche alle parole dello stesso autore… Mi decido dopo tanti anni (1945-1975) a rendere pubblico il fatto. Perché ho superato i settanta, perché dormo con parecchi cuscini se non voglio svegliarmi a braccia alzate come per una resa improvvisa), nel 1976, ci sono una serie di malinconiche osservazioni che alla fine quello che rimane, al di là della storia e del romanzo ci rimane indelebile e soprattutto incancellabile.
Lo dico francamente: al di là di quello che Zavattini ha scritto (cioè un romanzo), non so se l’episodio dello schiaffo a Mussolini sia accaduto oppure no (francamente non m’interessa, e anche se fosse vero nulla toglierebbe all’evento), quello che rimane è invece una franca e interessata spiegazione del perché noi italiani abbiamo sopportato vent’anni di soprusi e ingerenze, ma soprattutto perché pur avendo acquistato la libertà in realtà siamo rimasti prigionieri della violenza fascista.
Recentemente ho pubblicato nella sezione recensioni i diari di Zavattini che vanno dagli anni 1941 al 1958 e tuttavia del fascismo e di Mussolini, tranne qualche appunto frettoloso, non vi è nulla e tutto il resto cadeva sotto la mannaia della sua scrittura ‘inqualificabile’ (permettetemi di usare questo termine). Ora vi chiederete, perché allora solo nel 1976 Zavattini decide di parlare degli infausti eventi? La risposta è semplice: nella sua opera Zavattini ha sempre parlato del fascismo, anche quando il fascismo non c’entrava, ma era la sua logica opposizione alla violenza a far sì che il tutto ricadesse in quella dinamica.
Questo romanzo è diviso in due parti. La prima porta il nome dell’opera stessa e cioè La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini, la seconda invece è Postscriptum più lungo dello scriptum. Ma occorre dirlo chiaramente: non vi si notano le differenze, tutto sembra scritto con l’unica intenzione di mettere in ridicolo il fascismo e soprattutto Mussolini.
Si tratta delle ultime ore di Mussolini appunto, prigioniero dei partigiani, con accanto la donna che subirà la stessa sorte dell’amante e di cui Zavattini, in un passo del romanzo, le dedica anche riferimenti non proprio negativi: Claretta Petacci.
I motivi che spingono lo scrittore a riversare sui fogli i suoi giudizi sul fascismo sono molteplici e non sarà facile nemmeno elencarli tutti. Nel piccolo spazio che ci rimane cercheremo di fare del nostro meglio. A cominciare dagli inizi: Mi ero iscritto al Partito nel 1933 per viltà, non riesco a spiegarmi meglio. Ma poi l’analisi dell’evento lo prende corposo, a cominciare dai suoi protagonisti e dal Duce stesso: Quelle facce da chiappe, pensai, che lo circondavano sul balcone, lui le aveva scolpite, quindi erano lui. (E come dicevamo prima, Zavattini forse si esenta dal giudicare la donna di Mussolini troppo negativamente quando dice: Se consideriamo la forma mentis di questa signora (innocente) per la quale ho sempre nutrito un rispettoso desiderio sessuale, dobbiamo trovare ovvio che un colpo di rivoltella l’avrebbe sconvolta meno di tale ingiuria al suo idolo).
Il problema semmai è di sapere come questa tragedia politica, questa mattanza fisica e intellettuale, sia stata possibile. E qui Zavattini la mette giù in modo quasi tragico: La collusione, anzi la esplicita intesa tra polizia-governo e i fascisti questi usandoli ogni volta che per bassi motivi di conservazione del potere conveniva, rende vomitevole il fascismo di allora, ma altrettanto l’attuale forma di potere. Ebbene, mi domando se io, tu, noi, ci siamo strutturati in modo da recepire tale vergogna e reagire. Rispondo di no (il no del finale). Ne ho la coscienza? Sì.
Non me ne voglia nessuno, ma di fronte ad un simile profluvio di argomentazioni non credo che la presenza di Mussolini serva a qualcosa (di più: Avrete notato che ho rinunciato a mettere delle parole in bocca a Mussolini. Se avesse parlato, poteva dire solo cose già dette) e tanto più il gesto che in qualche modo soddisfò l’ira dello scrittore: lo schiaffo.
Però Zavattini non rinuncia a screditare sé stesso e tutti gli italiani: Svolgo il tema della sopraffazione che c’è nell’ideologia fascista e nello stesso tempo della nostra capacità di assuefazione.
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