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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Leonardo Tonini

Sosta a Roscoff

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Baak si era coperto all’inverosimile. Aveva svuotato lo zaino per vestirsi con ogni cosa avesse potuto salvarlo dal freddo, e ora se ne stava su una panchina con un’espressione terribilmente crucciata. Io camminavo su e giù davanti a lui e guardavo verso il porto. Sembrava che il mare si fosse prosciugato: la bassa marea aveva lasciato tutte le barche dei pescatori in secca, sul fondale. Il livello dell’acqua si era abbassato di almeno sei metri e le barche se ne stavano incagliate fra le alghe e le grosse pozze di acqua salmastra. I gabbiani facevano festa a spese dei pesci. Con il rumore della risacca e delle raffiche di vento in sottofondo, il concerto lo facevano i volatili, un baccano tremendo. Si alzava burrasca, i primi fulmini colpivano il mare al largo e il resto del cielo era di un rosso cupo striato di nero.
Mi voltai verso Baak.
- A cosa stai pensando?
- Che si finisce sempre con l’aspettare, – disse – si passa più tempo ad aspettare che a fare qualsiasi altra cosa. In stazione a Milano, ho aspettato il treno; una volta sul treno, ho aspettato dodici ore per arrivare a Parigi (sembravamo ebrei deportati talmente eravamo pigiati: dodici ore gomito contro gomito a gente sudata, tra il fumo di sigarette e l’odore di scoregge!). A Parigi, abbiamo aspettato che veniste a prenderci, e così via. E adesso siamo ancora qui ad aspettare.
Una raffica ci spazzolò i capelli, il vento andava crescendo rapidamente.
- Beh, io non la vedo così – risposi. – Pensa che bello! Siamo in un paese straniero, lontani da casa, senza un posto dove dormire, con un bel temporale che sta arrivando e non abbiamo ancora cenato. Abbiamo perso il traghetto, Poli e Luigi si saranno sicuramente persi e ci verrà una polmonite con questo freddo.
- E, scusa, il bello dove lo vedi?
- Dai, è un’avventura! Voglio dire: dobbiamo cavarcela, dobbiamo arrangiarci. Se fossimo a casa avremmo la cena pronta, il letto che ci aspetta e tutto il resto. Capisci? È la mancanza di sicurezza che ci stimola, ci mette alla prova. Come puoi non amare tutto questo?
Sentivo la carica elettrica del temporale, e continuai.
- L’uomo contro l’incombere degli eventi, contro il fato avverso. Uno sparuto gruppo di ragazzi che uniscono le loro forze per sopravvivere. Una prova iniziatica da superare per diventare adulti, per avere nuove conoscenze, per svelare i misteri ancestrali! Forse, che ne sai? è proprio la prova il senso della vita. Pensa ai nostri antenati che si aggiravano nudi nella savana, indifesi in un mondo ostile…
Baak mi guardava, per nulla convinto.
- Potresti tornartene nella savana, – disse laconico.
Un gabbiano era atterrato vicino a noi. Ci guardò col suo occhio folle e cominciò ad accomodarsi le penne. Era un gabbiano maestoso. Le luci del paese si accesero. Il temporale si avvicinava e la sera scendeva a vista d’occhio. Nelle gambe sentivo tutto il peso della giornata appena trascorsa e avevo fame e freddo, ma l’agitazione non mi passava.
Luigi aveva avuto il cattivo gusto di cadere con la moto il giorno prima della partenza. Così il giorno stabilito c’eravamo solo io e Poli. Passammo due notti a Parigi e il terzo giorno andammo alla Gare de Lyon per incontrare il redivivo e ancora malconcio Luigi, e Baak che lo aveva accompagnato. Riesco a sopportare Poli per non più di dieci minuti alla settimana, Poli sopporta me molto meno. Nei due giorni passati a Parigi, Poli minacciò più volte di assassinarmi, mentre io facevo di tutto per farlo incazzare.
Poli è grande e grosso e con la faccia da duro, fuma in continuazione e beve come un cosacco. Ha un timbro di voce possente e ha indubbiamente un aspetto minaccioso. Non uno stupido, ma abbastanza arrogante e con quella che credevamo fosse una vasta cultura umanistica. In realtà, aveva letto due libri che a noi mancavano e continuava a citarli. Aveva assunto lui il comando delle operazioni e si divertiva come un dittatore sudamericano a impartire ordini. Luigi e io ammettevamo la sua superiorità organizzativa e, oltretutto, ci faceva comodo uno che si assumesse tutta la responsabilità gratuitamente. Baak se ne fotteva di tutto e di tutti.
Se fossimo stati una comunità di gorilla nella giungla Poli sarebbe stato il maschio dominante, ma, per sua sfortuna, non eravamo scimmioni.
- Domani torno a casa, disse Baak.
- Cosa?
- Domani torno a casa. Prendo il primo pullman.
- Da solo?
- Perché? Che problemi ci sono?
- No, ma perché te ne vuoi tornare a casa?
- Mi ha stufato questo viaggio. Già non volevo venire.
- Ma se è stata tua l’idea di andare in Irlanda.
- Ho cambiato idea.
Mi sedetti sulla panchina di fianco a lui.
- Perché dici che ti ha stancato questo viaggio?
- Te l’ho già spiegato il motivo. Sono arrivato a Parigi e non ho fatto neanche in tempo a vederla.
- Hai visto la Tour Eiffel.
- E non mi è piaciuta. Un traliccio cresciuto a dismisura.
Baak riusciva sempre a smontarmi.
- Insomma, vediamo di arrivare in qualche posto, aspettiamo di essere sul territorio irlandese, almeno.
- Non ci voglio più venire in Irlanda, voglio tornare a casa e domani prendo il primo pullman per Brest.
- La tua è soltanto paura di arrangiarti da solo.
- E la tua è soltanto psicologia da quattro soldi.
Il vento era teso. Un gabbiano se ne stava ad ali spiegate fermo a mezz’aria sopra il porto, sostenuto dal vento. Era enorme; c’era qualcosa di strano nei gabbiani.
- E poi devo incontrare una ragazza.
- Aha, ora tutto comincia ad avere un senso!
Fui interrotto da una voce roca che parlava in francese:
- Excuse, excuse-moi.
Un tanfo di uomo e di vino ci colpì da dietro. C’era un tipo con i capelli bisunti e la barba sporca di bava. Aveva occhi che sembravano esplosi e poi rimessi nelle orbite da un macellaio. Teneva un cane con sé, un pastore tedesco, che se la passava appena un poco meglio di lui. Disse qualcosa, ma io non capivo, indicò, però, una macchina e subito dopo alcune sporte sistemate sul prato. Tentennavo, e lui riprese a parlarmi col suo francese avvinazzato; continuava a indicare la macchina e le sporte. Puzzava di cane bagnato.
- Senti Baak, diamogli una mano. Vuole che gli diamo una mano.
- Ma lascialo perdere, – fece Baak, brusco – digli di andare via.
Il barbone mi accompagnò in mezzo al prato, c’erano alcune borse di plastica e due cassette di legno. Lui, che non aveva mollato il guinzaglio del cane, fece per prendere un sacchetto di plastica. Si piegò a fatica tanto che me lo immaginavo già rovinare a terra. Feci per aiutarlo, ma disse di no.
Finito di caricare l’auto, era una Diane, ciò che ne rimaneva almeno, fece montare il cane sul sedile del passeggero e prese a ringraziarmi. Io avevo le mani sporche di vino e di chissà cos’altro.
- Ce la fai a guidare?
Non capiva e continuava a ringraziarmi.
- Ehi, Baak, - urlai in direzione della panchina di là dal prato – come si dice in francese: ‘ce la fai a guidare’?
- Ce la fa, ce la fa; lascialo andare!
Il tipo era partito e io ero tornato dall’altra parte a guardare il porto con le barche in secca sei metri più sotto. Arrivarono Poli e Luigi con le prime gocce del temporale.
- Il traghetto per l’Irlanda è partito ieri e non torna prima di una settimana. Fra tre giorni ne passa uno per Plymouth – telegrafò Poli.
- Tre giorni in ‘sto cazzo di paese! – sbraitò Baak.
- Ma sì, così lo giriamo bene e, magari, scopriamo anche qualcosa di interessante, dissi.
- Tappati la bocca tu! Che facciamo? Si può andare a Mont Saint Michel, a un’ora di pullman, o aspettare qui tre giorni.
- Io direi di andare a mangiare qualcosa e poi trovare un posto per la notte. Qui comincia a piovere – dissi.
- No. Andiamo a trovare una stanza in albergo e dopo a mangiare. Me ne hanno detto uno poco caro…
- Perché in ‘sto cazzo di paese’ gli alberghi sono pure cari! – esordì Luigi.
- Questo pare essere il meno caro. Rimane in un vicolo dietro la chiesa. Molliamo la zavorra – continuò Poli, e mi indicò – e poi andiamo a foraggiarci. Muoviamoci che piove.
Zaini in spalla, c’incamminammo con la pioggia che cominciava a bagnare. Poli era davanti con Baak, il primo parlava e gesticolava e il secondo annuiva di tanto in tanto. Io e Luigi ce ne stavamo a una ventina di metri da loro, entrambi silenziosi. Non potevo fare a meno di sentirmi felice. Mi sembrava di vedere tutte le persone che camminavano sulla Terra, che mangiavano, che parlavano, che stavano al cesso e che facevano l’amore, tutte in una volta. I destini degli uomini e delle donne che si incrociavano e si disfacevano. Era come se percepissi lo sforzo della gente per capirci qualcosa e per andare avanti. Un gabbiano intanto sostava a mezz’aria, trattenuto dal forte vento che però contrastava con impassibilità.
- Ma questi gabbiani non sono troppo grandi?
- Sono mugnaiacci.
Luigi era ancora più laconico di suo cugino Baak, dire il nome per lui era dire abbastanza.
- Sai, – dissi – mentre eravate via, è venuto un barbone…



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