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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Fiorella Malchiodi Albedi

Trambusto nel mercato di piazza Menenio Agrippa.

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Sono le sette di mattina di giovedì, la settimana prima di Natale. Nel mercato di Piazza Menenio Agrippa, Elvira ha terminato di disporre le verdure e la frutta sui banchi e comincia a servire qualche raro cliente mattiniero. Ogni tanto guarda di sottecchi a Marcella, la sua vicina, l’ultima arrivata nella piccola comunità dei vignaioli del mercato, che sostituisce sua zia Adele, ormai troppo anziana per lavorare. A differenza di Adele, che era amata da tutti, Marcella non si è guadagnata la simpatia delle sue colleghe, né ci tiene particolarmente. Giovane, bella e spavalda, guarda con sufficienza le donne del mercato, appesantite ed imbruttite dalla fatica, e pensa che non diventerà come loro. No, lei si trova a fare questo mestiere per un breve periodo, il tempo di risolvere delle momentanee difficoltà economiche, di questo è sicura, e presto si emanciperà da quell’attività degradante, magari trovando un marito ricco. Intanto snobba le donne e civetta con gli uomini. In particolare con Giulio, marito di Elvira, che gestisce il Vini e Oli all’angolo della piazza, dove si radunano gli ubriaconi e gli sfaccendati della zona. Cosa che naturalmente manda in bestia Elvira.

            Luigi, il tappezziere, fuma una sigaretta sull’uscio della bottega, chiacchierando con Enzo, il gestore del negozio di ferramenta. Come sempre, si lamenta degli affari che languono, dei clienti che scarseggiano, e conclude la sua quotidiana tirata con un’invettiva contro il colosso dell’arredamento nordeuropeo, responsabile, a suo dire, del declino lavorativo dei piccoli artigiani come lui. Enzo annuisce, lanciando occhiate furtive a Marcella.

            Vicino al banco di Elvira c’è un negozio cinese, pieno di addobbi natalizi. Li Han, 11 anni, sulla soglia della bottega, è pronta per andare a scuola, ma la madre non la lascia, continuando il suo interminabile elenco di raccomandazioni. Deborah, la figlia della tabaccaia, sua compagna di banco e amica inseparabile, la aspetta paziente, ascoltando quell’idioma incomprensibile, cercando di indovinare quale sia oggi l’oggetto della litania della signora Chan. Gentili e spensierate, Li Han e Deborah sono le mascotte del mercato e tutti le coccolano. Fra pochi anni l’adolescenza costruirà intorno a loro un muro impenetrabile, su cui i gesti affettuosi degli adulti rimbalzeranno come frecce su una corazza di ferro, ma per ora le ragazze ricambiano generosamente l’attenzione che le circonda. Finalmente Li Han riesce a sganciarsi dalla morsa materna e traduce per l’amica dieci minuti di ammonimenti in mandarino.
            - Mi madre dice che nun dovemo fa’ tardi.
            Deborah sospira guardando Elvira, che le sorride solidale, stringendosi nelle spalle. Le ragazze si scambiano un’occhiata e scoppiano a ridere, poi salutano tutti e allegre e fiduciose si avviano verso Piazza Sempione.

            La donna ucraina, con i capelli grigi cotonati a formarle sulla fronte uno chignon di altezza stratosferica, come tutte le mattine in cui non piove, siede alla fermata dell’autobus con lo sguardo perso nel vuoto. Le persone che abitualmente aspettano il 60 si sono spesso chieste come mai la donna continui a sedersi lì, su quella scomoda tavola di plastica, invece di entrare nel giardino pubblico proprio dietro la fermata, dove panchine molto più comode sono immerse del verde e dove il chiasso del traffico arriva più attutito. Poi hanno smesso di interrogarsi, e ora quasi non la vedono più. Solo il professor Bembi, insegnante di greco e latino in pensione, non manca mai di rivolgerle uno sguardo e come sempre, guardando la strana pettinatura, pensa a Pericle.

            L’uomo con il vistoso anello d’oro sulla mano grassoccia entra nel Vini e Oli, come tutte le mattine a quell’ora, per finire la nottata con un cicchetto. La ragazza, biondissima e pallida, è un passo dietro di lui. Indossa un vecchio impermeabile, con la cinta stretta in vita, tacchi altissimi, e un trucco pesante ormai disfatto. Come sempre, aspettando che l’uomo beva il suo bicchierino, va a rintanarsi nell’angolo opposto del negozio, dove in un anfratto riparato dietro la vetrina, c’è un piccolo tavolo con una sedia. Da lì può guardare il mercato, e la gente che passa, finalmente invisibile. É quasi Natale, e la tentazione di pensare ad altri Natali lontani nel tempo è forte, ma non lo farà, sa che la nostalgia è un lusso che non può permettersi. Sul tavolo, sotto il posacenere, c’è un biglietto piegato. Il vetro distorce le lettere scritte sul biglietto, eppure, quasi le sembrerebbe… Prende il biglietto da sotto il posacenere e sì, c’è veramente scritto “Per Ludmilla”. “Ma che strano!” pensa lei, e lo apre. Dentro ci sono cinquecento euro e un biglietto. Sempre più confusa, pur conoscendo poco l’italiano, si mette a leggere il biglietto.

            É ancora presto, ci sono pochi clienti in giro, e Marcella entra nella mescita per fare due chiacchierare con Giulio. Si appoggia al bancone con le braccia conserte, gesto che pone in bella vista la scollatura. Elvira, che ha seguito la manovra da lontano, pianta in asso una delle sue clienti storiche e muovendosi con un’agilità di cui non la si crederebbe capace, vista la taglia, piomba nel Vini e Oli e si pianta di fronte a Marcella.
            - É ora che te la pianti de sta’ dietro a mi’ marito.
            - Tu’ marito? Ma sai quanto me ne frega, de tu’ marito!
            Le due donne cominciano a litigare, dicendosene di tutti i colori, finché in un crescendo di animosità, Marcella si aggrappa ai capelli della rivale. Un grido soffocato gorgoglia dalla gola di Elvira, che comincia a mollarle pugni sulle braccia per liberarsi dalla presa. Giulio comincia ad agitarsi, e cerca di separarle, ma le donne sono ormai avvinghiate, e continuano a darsele di santa ragione. La donna ucraina, il cui sguardo sembra perso nel vuoto, ma non lo è, ha osservato i movimenti delle due donne ed ha seguito Elvira nel negozio. Sulla porta del locale, alla vista di Elvira e Marcella che si picchiano, caccia un urlo prolungato.

            A quel punto si scatena il pandemonio. Luigi ed Enzo entrano di corsa e cercano di aiutare Giulio a separare le due donne. Entrano correndo gli ambulanti, richiamati dall’urlo, ma nel tentare di interporsi tra le contendenti, cominciano a spintonarsi l’un l’altro e prendono a litigare tra di loro. Arriva il bengalese Misumi, che spera, nella confusione, di mollare un calcio al bengalese Rati, che stamattina è arrivato prima di lui e gli ha soffiato la postazione migliore, che invece spetta a Misumi per anzianità. Arriva il signor Chan, che ha lasciato la moglie al negozio, ma solo per dare un’occhiata, le ha detto in mandarino, ed anche il professor Bembi, che si tiene però a debita distanza. Infine accorrono gli ubriaconi e gli sfaccendati, che sono sempre pronti a menare le mani, un po’ per noia, un po’ per qualche rancore confuso verso il genere umano, e sperano che nasca una vera rissa. In un attimo, il locale è pieno di gente e come spesso succede in queste situazioni, senza nessuna ragione apparente, tutti cominciano a darsele a vicenda.
            L’uomo con l’anello vistoso, che inizialmente ha guardato l’alterco tra le donne con espressione di scherno, ora comincia a spaventarsi: con la fedina penale che si ritrova gli manca di farsi coinvolgere in una rissa, ma ormai la folla gli impedisce di uscire ed allora scivola dietro il bancone e vi si accuccia sotto.

            - Allora, che sta succedendo?
            Il vigile è comparso sulla soglia e tutti hanno sentito il suo richiamo stentoreo. In un attimo, il pandemonio si placa, le botte cessano, e tutti abbassano gli occhi.
            - No, niente, era ‘no scherzo, -  si giustifica Giulio, mentre tutti i litiganti, spingendosi a vicenda, sfilano in fretta di fronte al vigile e guadagnano l’uscita.
            - Roba da matti! - mormora tra sé il vigile, scuotendo la testa, ed esce anche lui dal locale.
            L’uomo con l’anello d’oro si rialza, rinfrancato di essersela cavata, e si dirige verso l’angolo della vetrina per andarsi a riprendere Ludmilla. “Quella cretina se la sarà fatta sotto con tutto questo trambusto”, pensa. Ma della ragazza non c’è più traccia.

            Sono le sette di mattina di venerdì, la settimana prima di Natale. Nel mercato, parecchi lamentano lievi ammaccature. Enzo e Luigi se la sono cavata con qualche livido. Elvira ha un occhio nero, Marcella ha il braccio al collo e Giulio ha dovuto aiutarla a scaricare le cassette. Elvira, stranamente, non ha avuto nulla da ridire, anzi, si è messa ad aiutare Marcella a disporre gli ortaggi sul bancone. Misumi, anche se nella rissa si è beccato un pugno nello stomaco, ha riguadagnato la sua postazione e guarda Rati con aria di superiorità.
            Nel Vini e Oli ora entra l’uomo con l’anello d’oro, come una furia e con uno sguardo più torvo del solito, e pianta due occhiacci addosso a Giulio. Questi gli chiede, come sempre:
            - Il solito?
            La domanda sembra spiazzare l’uomo, che per un attimo rimane interdetto. Sembrerebbe sul punto di dire qualcosa, ma poi si gira e se ne va, sbattendo la porta.
            Deborah e Li Han, vedendo tanti male in arnese, hanno chiesto a tutti che cosa sia successo, ma nessuno ha dato risposte convincenti. La signora Chan ha quasi finito la solita solfa delle raccomandazioni, ma alla fine, smette di parlare in mandarino e si rivolge ad entrambe le ragazze, nel suo stentato italiano:
            - E fa molta, molta attenzione, se uomo estraneo parla con te, non rispondi, corri via, e cerca guardia.
            Deborah e Li Han si guardano allibite, la signora Chan che parla in italiano: oggi è la giornata delle stranezze! Guardano Elvira, con aria interrogativa, ma invece del solito sorriso complice, c’è uno sguardo serio e preoccupato. Anche Marcella, che ha osservato la scena da lontano, annuisce con aria severa. Le ragazze non ci capiscono più niente, si scambiano uno sguardo e scoppiano a ridere. Poi si avviano verso scuola, sotto lo sguardo benevolo di tutti, allegre e fiduciose.



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