RECENSIONI
Dasa Drndic
Trieste (un romanzo documentario)
Bompiani, Traduzione di Ljljana Avirovic, Pag. 444 Euro 19,00
Casi della vita. Visto in libreria in mezzo alle solite pile di nefandezze. Una copertina disegnata, ma realizzata in modo che attirasse l’attenzione di tutti, o almeno di quelli che non si lasciano soggiogare dagli orrori di turno.
Trieste, come dice lo stesso volume, è un romanzo documentario, che mescola ricordi ben delineati a documenti veri e propri trovati negli archivi storici.
Alla base di tutto c’è la ricerca, da parte di una più che ottantenne, di un figlio che lei sa di avere ma, per una serie di circostanze, ha perso di vista, da più di cinquant’anni.
Come si fa a perdere un figlio pur sapendo che c’è? Facile, durante il regime nazista; quando l’orrore e lo sterminio delle razze non impediva nemmeno la sottrazione di figli/e a donne prese da un amore folle per i gerarchi tedeschi.
Il romanzo in questione non procede temporalmente, o meglio, lo fa, ma con una sottigliezza e una delicatezza (ma anche con le atrocità della Storia) talmente evidenti che tutto sembra girare intorno ai delitti di una razza, piuttosto che alla passione che ha determinato il fatto.
Per esempio ad un certo punto della vicenda c’è l’elenco di circa 900 persone che furono deportate e il più delle volte uccise dai fascisti/nazisti ma che non interrompe di un solo attimo l’inaudito memoriale di una scrittrice e quindi, per vie nemmeno tanto traverse, di una donna alla ricerca di un figlio ritenuto perso.
Trieste diventa quello che in qualche modo si è imposto di essere solo dopo le prime 200 pagine, quando la Drndic decide di forzare la sua ricerca e ci mette di fronte alle storie di quegli europei (era ovvio che un delitto del genere potesse avere una visione, per i nazisti, più grande del solito) che nati per uno sbaglio (chiamiamolo così), si ritrovarono anni dopo alla ricerca della vera madre e delle vere origini. Il risultato delle indagine non è sempre allettante: alcune donne, pur di non considerare il vecchio delitto di una passione ormai morta, rifiutano anche il contatto con chi invece cerca solo di riappacificarsi col mondo.
Il romanzo non finisce con il ritrovamento della madre col figlio, anche se è evidente e testimoniato, ma noi che abbiamo avvertito i morsi di una tragedia indicibile, ce lo siamo portati dietro, come l’emblema ultimo di una ritrovata coscienza.
di Alfredo Ronci
Trieste, come dice lo stesso volume, è un romanzo documentario, che mescola ricordi ben delineati a documenti veri e propri trovati negli archivi storici.
Alla base di tutto c’è la ricerca, da parte di una più che ottantenne, di un figlio che lei sa di avere ma, per una serie di circostanze, ha perso di vista, da più di cinquant’anni.
Come si fa a perdere un figlio pur sapendo che c’è? Facile, durante il regime nazista; quando l’orrore e lo sterminio delle razze non impediva nemmeno la sottrazione di figli/e a donne prese da un amore folle per i gerarchi tedeschi.
Il romanzo in questione non procede temporalmente, o meglio, lo fa, ma con una sottigliezza e una delicatezza (ma anche con le atrocità della Storia) talmente evidenti che tutto sembra girare intorno ai delitti di una razza, piuttosto che alla passione che ha determinato il fatto.
Per esempio ad un certo punto della vicenda c’è l’elenco di circa 900 persone che furono deportate e il più delle volte uccise dai fascisti/nazisti ma che non interrompe di un solo attimo l’inaudito memoriale di una scrittrice e quindi, per vie nemmeno tanto traverse, di una donna alla ricerca di un figlio ritenuto perso.
Trieste diventa quello che in qualche modo si è imposto di essere solo dopo le prime 200 pagine, quando la Drndic decide di forzare la sua ricerca e ci mette di fronte alle storie di quegli europei (era ovvio che un delitto del genere potesse avere una visione, per i nazisti, più grande del solito) che nati per uno sbaglio (chiamiamolo così), si ritrovarono anni dopo alla ricerca della vera madre e delle vere origini. Il risultato delle indagine non è sempre allettante: alcune donne, pur di non considerare il vecchio delitto di una passione ormai morta, rifiutano anche il contatto con chi invece cerca solo di riappacificarsi col mondo.
Il romanzo non finisce con il ritrovamento della madre col figlio, anche se è evidente e testimoniato, ma noi che abbiamo avvertito i morsi di una tragedia indicibile, ce lo siamo portati dietro, come l’emblema ultimo di una ritrovata coscienza.
di Alfredo Ronci
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