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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Joao Guimarães Rosa

Tutameia. Terze storie.

Del Vecchio editore, Traduzione di Virginia Caporali e Roberto Francavilla, Pag.196 Euro 16,00
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Ho strologato parecchio sul titolo, prima di apprendere da una nota che il termine si riferisce a un prezioso merletto, di lavorazione simile al nostro tombolo. E di un merletto si tratta qui appunto, perché tutte le storie si collegano fra loro, suggendo lo stesso umore e costruendo variazioni e ricami su un comune filo tematico. Lo sfondo è sempre quello scabro e selvaggio del Grande Sertão, regione arida del Brasile che ha dato il titolo all’opera più famosa di Rosa, un grande romanzo epico e corale. Qui invece il Sertão è sfondo di brevi racconti, gustosi e ironici, ma tutti di grande atmosfera.
   Parlare di questo libro, e soprattutto di questo Autore, è impresa che fa tremare i polsi. A partire dal linguaggio, che si potrebbe definire senza contraddizione barocco e sintetico nello stesso tempo. Chi non lo vede con i propri occhi non può capire il mistero di questo ossimoro. Il fatto è che Rosa se lo crea da sé, il linguaggio. Fabbrica neologismi, fonde insieme parole e altre ne scioglie, si avvale di qualunque onomatopeia gli sia suggerita dalla natura o dalla fantasia. Tanto di cappello ai traduttori, la cui impresa si crederebbe impossibile prima di vederla realizzata.   
    Le quattro prefazioni rivelano il rapporto raffinato e giocoso dell’Autore con l’universo delle parole, il gusto dell’ironia, dell’enigmistica, dell’aneddotica, dello scherzo e del paradosso.
   Nella fecondità del caso si cesella vantaggevole semplicità, e la sensatezza dell’innocenza supera le eccellenze dello studio. Di modo che dovrà essere rurale o incolto il neologista, e ancora meglio se fosse analfabeta.
   Lo sguardo ironico accompagna tutta la narrazione, insieme alla curiosità di scovare le sorprese celate nei casi della vita. Ma i personaggi sono creature in carne e ossa, che lasciano orme sul terreno e odori nell’aria. Senza complicate descrizioni Rosa coglie di ciascuno le stimmate che lo inchiodano alla propria unicità. E per quanto la tipologia si riduca ai pochi ruoli che popolano l’ambiente dei mandriani del Sertão, la varietà dei caratteri è infinita.
   E’ un tessitore che mescola fili di seta e di canapa grezza. Mette in atto un raffinatissimo lavoro di cesello per creare effetti di rude semplicità, che ben si addicono a un mondo di passioni elementari e potenti.
   Una straordinaria forza evocativa si manifesta nell’incipit di alcuni racconti. Ad esempio in ‘Occasione d’ammiraglio’:
   Lontano, dietro una all’altra, passarono le più di mezza dozzina di canoe, inciurmate e in gazzarra, alla spinta dei remi, avanti tutta. Il sole in caduta, il fiume che brillava come vanga nuova, si stagliavano le teste nello splendore.
   O in ‘Allucimonio’:
 Albeggiando il sole incontrava il disverde di rocce e pietrisco, faceva solitudine, all’improvviso, silenzio. Soffiava il vento, però. Era posto di sgomenti; si era anche vicini alle nuvole.
   Belle pagine in cui la suggestione di un paesaggio desolato si intreccia con lo stato d’animo del protagonista in fuga dopo un omicidio quasi casuale.
   Molte di queste storie hanno come comprimaria la natura selvaggia, che non è mai slegata dai moti dell’animo, a cui fa anzi da cassa di risonanza. 
   Altre immagini potenti sono legate al lavoro dei vaccari e alle mandrie.
   La mandria apparve e riempì il paesaggio.
    Ecco, in una pennellata è tratteggiato l’intero quadro.
   I personaggi rappresentano gli archetipi della natura umana. Uomini fieri e gelosi, donne scaltre, vecchi saggi e giovani impazienti. Essi si muovono come in un teatrino dei pupi, in cui l’epico e il ridicolo si mescolano indissolubilmente. All’interno di modelli di vita molto semplici e ripetitivi, emergono situazioni insolite. Per esempio quella di un uomo innamoratissimo di una moglie brutta d’aspetto e di carattere: un mistero. Ma ecco che quando l’uomo in punto di morte invoca la sposa, tutti i presenti riescono per un attimo a vederla con i suoi stessi occhi.
   Gli altri, ottusi, immaginanimati, con gli occhi in prestito anche loro vedevano, pezzettino d’istante: la minuta, vaghezza o trasparenza, l’afflato (…) in un boato di chiarore, in lei si concentrava ogni lucentezza…   
   Si potrebbero consigliare due modalità di lettura, magari da praticare una dopo l’altra. Una veloce, in cui ci si abbandoni completamente al potere evocativo delle parole, rinunciando alle catalogazioni della ragione in favore di un’immersione nelle atmosfere che da sole si impongono come lo splendore di un tessuto.  Un’altra è la lettura analitica, alla scoperta della lavorazione minuziosa che a quel tessuto ha dato origine costellandolo di ricami sapienti. Come dire che le inesauribili invenzioni linguistiche di Rosa possono dare diverse forme di piacere da gustare con il cuore o con l’intelletto.
   E’ un po’ azzardato, il mio consiglio, perché una simile procedura renderebbe obbligatorio infine leggere il libro per la terza volta. Per unificare le altre due. Sì, perché Guimarães Rosa, anche quando si diverte a giocare con le parole e pare che voglia sbeffeggiare tutti con trucchi da giocoliere, anche allora non abbandona mai con il cuore i suoi personaggi.

di Giovanna Repetto


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