RACCONTI
Dario Dellino
Un brillante giovanotto

Quel pomeriggio mi trovavo nella città di P. Ero stato invitato a tenere una prolusione accademica sulla luce nell'arte di Caravaggio. Avevo convinto il pubblico delle mie tesi: nessuna seria obiezione seguì la dotta dissertazione durata quasi due ore. La mia presentazione era seguita a quella del noto e stimato prof. Eusebio Fasulo e anticipava, quasi seguendo un filo intellettuale comune, quella del prof. Piermaria Boccosa. Mi sentivo fiero di fare, io, giovane discepolo delle arti e della critica, quasi da anello di congiunzione tra i due illustrissimi accademici. In particolar modo mi riempiva d'orgoglio il modo in cui il Fasulo, quando evincevo qualcosa di interessante, muoveva il capo, la fronte alta e spaziosa incorniciata da capelli argentati. L'altro illustre studioso, nel frattempo, emetteva mugugnetti interni con la gola, come un colombo in una giornata di sole.
Mi piaceva pensare che presto sarei stato un loro pari – ero brillante e disciplinato – e avrei avuto i miei seguaci da consigliare e guidare nei momenti sconfortanti che spesso accompagnano gli uomini superiori nella conquista della conoscenza. Non mi persi nessun intervento, avvicinai le persone giuste, feci intriganti battute su argomenti che qualcun altro magari non avrebbe potuto intendere, presi contatti che certamente mi sarebbero tornati utili. Quando lasciai la sala conferenze, il senso di appagamento che segue questi appuntamenti defatiganti si insinuò lentamente in tutte le fibre del mio corpo. Questa felicità gaudente di sé mi costrinse a sbirciarmi riflesso nelle vetrine davanti a cui passavo. Avevo un contegno dignitoso. Avevo anche voglia di tornare a casa e continuare a studiare: gliel'avrei fatta vedere io agli invidiosi. Ma dovevo attendere parecchie ore per il treno. Così andai nel centro cittadino a passeggiare. Incontrai qualche collega anch'egli in attesa di partire. Uno di loro mi consigliò d'accompagnarlo alla Pinacoteca provinciale dove, ancora per pochi giorni, c'era una mostra di Gaugain. Non mi convince quel pittore. Ma non avevo niente di meglio da fare.
Essenzialmente era un uomo a cui piacevano i fiori morti, pensai passeggiando tra le sue opere. Da tutti i suoi quadri traspira questo senso museale della natura, questa sconfitta impotente nei confronti del presente. Quest'odore di naftalina. Gaugain era una zitellona, alla fine. Avrei potuto tirarne fuori un articolo: c'era giusto una rivista specializzata che attendeva da tempo un mio intervento. Incominciai a buttar giù qualche idea. Certo, dovevo lavorarci sopra. Volevo sbeffeggiare – scientificamente, s'intende – ciò che si nascondeva dietro quella visione pittorica. Una passione sconfitta, una bellezza capace d'essere soltanto ideale, denti cariati nell'aria fresca del mattino. I miei stessi pensieri m'eccitavano e mi suggerivano altri pensieri. La facilità della fascinazione esotica, spaziale o temporale che sia, e poi, soprattutto, la soluzione cromatica per non confrontarsi con le problematiche della luce. Le linee guida erano tracciate. Mi trovai faccia a faccia con il quadro Racconti barbari. Questo aveva qualcosa. Era crudelmente ironico: bisognava darne atto all'artista. Le due bellissime selvagge vestite d'una nudità possibile solo alle dee. L'incrociarsi, animale e indifferente, dei loro sguardi incantatori. La pioggia di petali bianchi alle loro spalle. E l'artista stesso, in un autoritratto caricaturale, se all'inizio poteva essere scambiato per una forma alludente ai satiri, con la sua zampaccia unghiuta pronta a ferire quelle carni ingenuamente offerte, in realtà diceva ben altro. Era un satiro impotente: lo si capiva da come si tormentava il pizzetto fulvo. Stava studiando quella realtà offertagli, invece di coglierla. Forse, pochi anni prima di morire, aveva avuto un momento di lucidità. Mettendosi all'interno del quadro, nella realtà divina del presente, ci mostrava quanto tristi erano le speculazioni e le ricerche intellettuali. Ah, ah, vecchia zitella che preferisci torcerti i baffi invece di sederti con quelle due, pensai. Mi sentii chiamare: il collega con il quale ero venuto m'aveva colto di sorpresa e fotografato. Avevi un aspetto davvero concentrato, disse, mostrandomi l'anteprima della fotografia scattata. Ero ritratto davanti al quadro, con un piede in avanti come se avessi voluto saltarci dentro, le narici dilatate per la profondità dei miei pensieri, e con la mano destra lisciavo il mio pizzetto rossastro in una posizione speculare a quella che stavo osservando.
Mi piaceva pensare che presto sarei stato un loro pari – ero brillante e disciplinato – e avrei avuto i miei seguaci da consigliare e guidare nei momenti sconfortanti che spesso accompagnano gli uomini superiori nella conquista della conoscenza. Non mi persi nessun intervento, avvicinai le persone giuste, feci intriganti battute su argomenti che qualcun altro magari non avrebbe potuto intendere, presi contatti che certamente mi sarebbero tornati utili. Quando lasciai la sala conferenze, il senso di appagamento che segue questi appuntamenti defatiganti si insinuò lentamente in tutte le fibre del mio corpo. Questa felicità gaudente di sé mi costrinse a sbirciarmi riflesso nelle vetrine davanti a cui passavo. Avevo un contegno dignitoso. Avevo anche voglia di tornare a casa e continuare a studiare: gliel'avrei fatta vedere io agli invidiosi. Ma dovevo attendere parecchie ore per il treno. Così andai nel centro cittadino a passeggiare. Incontrai qualche collega anch'egli in attesa di partire. Uno di loro mi consigliò d'accompagnarlo alla Pinacoteca provinciale dove, ancora per pochi giorni, c'era una mostra di Gaugain. Non mi convince quel pittore. Ma non avevo niente di meglio da fare.
Essenzialmente era un uomo a cui piacevano i fiori morti, pensai passeggiando tra le sue opere. Da tutti i suoi quadri traspira questo senso museale della natura, questa sconfitta impotente nei confronti del presente. Quest'odore di naftalina. Gaugain era una zitellona, alla fine. Avrei potuto tirarne fuori un articolo: c'era giusto una rivista specializzata che attendeva da tempo un mio intervento. Incominciai a buttar giù qualche idea. Certo, dovevo lavorarci sopra. Volevo sbeffeggiare – scientificamente, s'intende – ciò che si nascondeva dietro quella visione pittorica. Una passione sconfitta, una bellezza capace d'essere soltanto ideale, denti cariati nell'aria fresca del mattino. I miei stessi pensieri m'eccitavano e mi suggerivano altri pensieri. La facilità della fascinazione esotica, spaziale o temporale che sia, e poi, soprattutto, la soluzione cromatica per non confrontarsi con le problematiche della luce. Le linee guida erano tracciate. Mi trovai faccia a faccia con il quadro Racconti barbari. Questo aveva qualcosa. Era crudelmente ironico: bisognava darne atto all'artista. Le due bellissime selvagge vestite d'una nudità possibile solo alle dee. L'incrociarsi, animale e indifferente, dei loro sguardi incantatori. La pioggia di petali bianchi alle loro spalle. E l'artista stesso, in un autoritratto caricaturale, se all'inizio poteva essere scambiato per una forma alludente ai satiri, con la sua zampaccia unghiuta pronta a ferire quelle carni ingenuamente offerte, in realtà diceva ben altro. Era un satiro impotente: lo si capiva da come si tormentava il pizzetto fulvo. Stava studiando quella realtà offertagli, invece di coglierla. Forse, pochi anni prima di morire, aveva avuto un momento di lucidità. Mettendosi all'interno del quadro, nella realtà divina del presente, ci mostrava quanto tristi erano le speculazioni e le ricerche intellettuali. Ah, ah, vecchia zitella che preferisci torcerti i baffi invece di sederti con quelle due, pensai. Mi sentii chiamare: il collega con il quale ero venuto m'aveva colto di sorpresa e fotografato. Avevi un aspetto davvero concentrato, disse, mostrandomi l'anteprima della fotografia scattata. Ero ritratto davanti al quadro, con un piede in avanti come se avessi voluto saltarci dentro, le narici dilatate per la profondità dei miei pensieri, e con la mano destra lisciavo il mio pizzetto rossastro in una posizione speculare a quella che stavo osservando.
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