CLASSICI
Alfredo Ronci
Un caso da riconsiderare: “Inorgaggio” di Gian Luigi Piccioli.

Inorgaggio. La parola è inventata. Nel senso che nessun dizionario che si rispetti porta siffatta menzione. Questo cosa vuol dire? Praticamente nulla, per noi, ma forse quando nel 1966 uscì un romanzo con tale titolo, edito da Mondadori, qualche scherzoso critico si divertì a pronunciare giudizi che poi, nel proseguo del tempo, restarono invece come chiave di lettura. Del tipo: Inorgaggio rientra nell’ambito della letteratura dell’industria con uno stile provocatorio e sperimentale. Ancora: Inorgaggio, descrive il progressivo spersonalizzarsi dell’individuo all’interno dell’azienda, e della perdita dell’autonomia di fronte alla macchina, censurando la nuova mistica della felicità protesa alla cattura del vitello d’oro della produttività. E ancora: Gian Luigi Piccioli (…) ha cominciato con un romanzo vistosamente sperimentale nella composizione.
Io stesso, nel presentare in questa rubrica il libro di Carlo Villa, Deposito celeste, dicevo che Fa gruppo con un bel manipolo di benefattori: Luigi Piccioli, Giancarlo Marmori, Giorgio Celli, Giuseppe D’Agata.
Ora, francamente non mi sento più d’inserire il Piccioli in questa masnada di ricercatori. Non per sminuirlo, figuriamoci, soltanto perché non vedo nulla di vistosamente sperimentale né nella composizione della storia né nel linguaggio adoperato. Certo, eravamo ancora nel pieno dibattitto sulla ricerca di nuovi modi di fare letteratura (1966), ma soltanto la data non ci permette di andare oltre certe considerazioni puramente letterarie.
C’è anche un altro discorso da fare: prima del 1973, anno di pubblicazione del Fantozzi di Paolo Villaggio, l’impiegato alienato e depresso era rappresentato dal Demetrio Pianelli di Emilio De Marchi, dal Maestro di Vigevano di Mastronardi, e forse dal Memolo di Enrico Emanuelli. Dopo Fantozzi le cose cambiano. E sarebbero cambiate ancor di più se l’esordio del Villaggio fosse stato una manciata di anni prima.
Per carità, intendiamoci, nessuno vuol dire che il romanzo di Piccioli sia strutturalmente legato a quello del comico genovese. Sono due situazioni completamente diverse e anche due percorsi storici completamente differenti. Ma nessuno mi toglie il dubbio che se i due romanzi fossero stati temporalmente vicini, sarebbero stati più accostati invece d’inserire il Piccioli in una lista, francamente poco credibile.
Perché tranne pochissime situazioni un po’ fuori logica, anche il linguaggio dello scrittore fiorentino non risente di nessuna fretta avanguardistica, anzi: Ridono perché ai polsi non sentono la catena, come il cinturino dell’orologio, bestie da soma nient’altro e solo questo. Schiavi felici di quello che fanno che mangiano che defecano, vita uguale senza tempo senza storia, il giorno che vanno in pensione la libertà li annoia e li uccide, vengono a prendere il sole sulle panchine del giardinetto sotto il grattacielo, lo guardano, lo studiano un miracolo!
Ora, tranne qualche resistenza alla punteggiatura, non noto nello scrivere particolare dovizia sperimentale. Anche quando il Piccioli parla di sé stesso (lavorava presso un grande complesso industriale), tranne qualche pausa verbale non noto nulla di empirico: … disperazione che sei sempre al mio fianco discreta e implacabile, mi fai sorridere graziosamente a chi mi saluta, ridere ad una battuta alla mensa, maledetta disperazione senza motivo, putrido infiltrato che impasta l’anima, che mi fa mormorare tra i capelli del bambino che mi fa festa “aiutami tu”.
Persino quando Piccioli vuole essere ironico e tenta di farci divertire, lo fa con un ingegno e una sapienza fuori però da ambiti sperimentali. Come quando s’industria a presentarci un linguaggio a noi poco comprensibile: “Dimmi una roba: dove passi il biduo, in quota? “Vogliono baggettare le fasce di profitto!” “E’ vero ingegnere, che giobbano gli addetti all’assemblaggio?”.
Inorgaggio rappresenta con coerente puntualità la tesi storico-sociologica dell’alienazione, cioè dell’estraniamento dell’uomo da se stesso ogni qual volta egli si inserisca nei meccanismi di produzione della società neo-capitalistica.
E il libro fu l’esordio letterario di Piccioli: dopo questo ve ne furono altri (l’ultimo risale a qualche anno fa) e di tutt’altro genere (si cimentò anche con un bel noir Il delitto del lago dell’Eur) ma la sostanza di Inorgaggio rimane intatta e brillante.
L’edizione da noi considerata è:
Gian Luigi Piccioli
Inorgaggio
Mondadori
Io stesso, nel presentare in questa rubrica il libro di Carlo Villa, Deposito celeste, dicevo che Fa gruppo con un bel manipolo di benefattori: Luigi Piccioli, Giancarlo Marmori, Giorgio Celli, Giuseppe D’Agata.
Ora, francamente non mi sento più d’inserire il Piccioli in questa masnada di ricercatori. Non per sminuirlo, figuriamoci, soltanto perché non vedo nulla di vistosamente sperimentale né nella composizione della storia né nel linguaggio adoperato. Certo, eravamo ancora nel pieno dibattitto sulla ricerca di nuovi modi di fare letteratura (1966), ma soltanto la data non ci permette di andare oltre certe considerazioni puramente letterarie.
C’è anche un altro discorso da fare: prima del 1973, anno di pubblicazione del Fantozzi di Paolo Villaggio, l’impiegato alienato e depresso era rappresentato dal Demetrio Pianelli di Emilio De Marchi, dal Maestro di Vigevano di Mastronardi, e forse dal Memolo di Enrico Emanuelli. Dopo Fantozzi le cose cambiano. E sarebbero cambiate ancor di più se l’esordio del Villaggio fosse stato una manciata di anni prima.
Per carità, intendiamoci, nessuno vuol dire che il romanzo di Piccioli sia strutturalmente legato a quello del comico genovese. Sono due situazioni completamente diverse e anche due percorsi storici completamente differenti. Ma nessuno mi toglie il dubbio che se i due romanzi fossero stati temporalmente vicini, sarebbero stati più accostati invece d’inserire il Piccioli in una lista, francamente poco credibile.
Perché tranne pochissime situazioni un po’ fuori logica, anche il linguaggio dello scrittore fiorentino non risente di nessuna fretta avanguardistica, anzi: Ridono perché ai polsi non sentono la catena, come il cinturino dell’orologio, bestie da soma nient’altro e solo questo. Schiavi felici di quello che fanno che mangiano che defecano, vita uguale senza tempo senza storia, il giorno che vanno in pensione la libertà li annoia e li uccide, vengono a prendere il sole sulle panchine del giardinetto sotto il grattacielo, lo guardano, lo studiano un miracolo!
Ora, tranne qualche resistenza alla punteggiatura, non noto nello scrivere particolare dovizia sperimentale. Anche quando il Piccioli parla di sé stesso (lavorava presso un grande complesso industriale), tranne qualche pausa verbale non noto nulla di empirico: … disperazione che sei sempre al mio fianco discreta e implacabile, mi fai sorridere graziosamente a chi mi saluta, ridere ad una battuta alla mensa, maledetta disperazione senza motivo, putrido infiltrato che impasta l’anima, che mi fa mormorare tra i capelli del bambino che mi fa festa “aiutami tu”.
Persino quando Piccioli vuole essere ironico e tenta di farci divertire, lo fa con un ingegno e una sapienza fuori però da ambiti sperimentali. Come quando s’industria a presentarci un linguaggio a noi poco comprensibile: “Dimmi una roba: dove passi il biduo, in quota? “Vogliono baggettare le fasce di profitto!” “E’ vero ingegnere, che giobbano gli addetti all’assemblaggio?”.
Inorgaggio rappresenta con coerente puntualità la tesi storico-sociologica dell’alienazione, cioè dell’estraniamento dell’uomo da se stesso ogni qual volta egli si inserisca nei meccanismi di produzione della società neo-capitalistica.
E il libro fu l’esordio letterario di Piccioli: dopo questo ve ne furono altri (l’ultimo risale a qualche anno fa) e di tutt’altro genere (si cimentò anche con un bel noir Il delitto del lago dell’Eur) ma la sostanza di Inorgaggio rimane intatta e brillante.
L’edizione da noi considerata è:
Gian Luigi Piccioli
Inorgaggio
Mondadori
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