CLASSICI
Alfredo Ronci
Una bella sorpresa: “Ognuno con la sua miseria” di Agostino Degli Espinosa.

Di fronte a questo testo ho dovuto combattere contro la mia ignoranza. Anzi, doppia ignoranza.
La prima: l’autore. Di lui sapevo ben poco e non crediate che sui saggi o sulle antologie in genere ci sia granché. Ma avevo sentito dire qualcosa su di lui, finché, in un saggio sulla letteratura italiana degli anni sessanta di Giorgio Bàrberi Squarotti incappai in un bel ritratto del ‘personaggio’ che il critico fece in riferimento soprattutto a Ognuno con la sua miseria (ritratto che riporterò più avanti).
La seconda: il testo. La seconda pagina del testo che andiamo a valutare riporta, molto sinteticamente, ma anche correttamente, il valore di esso e lo inserisce in un contesto dove sì la collocazione geografica dei personaggi lo colloca tra le opere di neorealismo (facile intuizione, il libro è del 1950 e a quel tempo, prima ancora dei vagiti pre e post-sessantottini, l’unico argomento su cui ci si poteva argomentare era la guerra e, ancor meglio, dopo la guerra) anche se i fatti raccontati dall’autore hanno una dimensione psicologica e una premura del linguaggio fuori da ogni schema prestabilito.
Ma un altro fatto che mi ha lasciato interdetto è la ‘sostanza’, cioè, per la precisione, il numero delle pagine. Per carità, non siamo ai tempi della Morante (anni settanta) che, per scrivere una vicenda ‘neorealista’ ci ‘lasciò’ un volumone di circa settecento pagine. No, eravamo in un tempo, appunto quello degli anni cinquanta, dove spesso si trovavano agili e svelti ricordi di un passato scomodo.
La domanda che mi posi prima della lettura è stata: riuscirà il Degli Espinosa ad occupare degnamente le quattrocento e via pagine mantenendo, nello stesso tempo, una dinamica necessaria a raccontare, e bene, una parte vitale della nostra storia?
Prima di rispondere a questa domanda riporto il giudizio che su Ognuno con la sua miseria si espresse Bàrberi Squarotti: … uno dei più equilibrati e sinceri fra i testi dell’esistenzialismo post-bellico: tragico, amaro, con un fondo di sincerità estrema e passionata nella rappresentazione di un mondo sconvolto, dalla guerra e dalla disfatta militare, nelle strutture fondamentali, nelle concezioni della vita, nell’agire, e spezzato dal trovarsi, dopo, a contatto con problemi troppo gravi e urgenti di rapporti economici, sociali, morali, per non patire l’impossibilità definitiva di salvezza.
Un giudizio questo che mi ha convinto a leggere il Degli Espinosa, pensando solo al fatto di non ritrovarmi però tra una visione cinematografica ed un'altra e tra un De Sica e uno Zavattini, tanto per intenderci.
E dunque quale sarebbe questo giudizio? Anche qui sono diviso in due parti: la prima è che il romanzo in questione è ben fatto e a volte, anche, straordinario. La seconda è che le quattrocento pagine e oltre, al di là della correttezza espressiva di Degli Espinosa, a volte sembrano davvero eccessive.
Ecco come l’autore inquadra la storia e l’ambiente… Presto concluse che è facile stabilire come comportarsi per ottenere un certo impiego, per sedurre una donna, per compiere un’azione in guerra; impossibile, invece, arguire come evitare la morte di fame, quando non si possiede un soldo, un parente, un amico né si possono trovare, girando per le strade; e, soddisfatto, guardò i tavolini del caffè sui marciapiedi puliti di Via Veneto che lo invitavano amichevoli.
A ‘parlare’ è l’ex colonnello di cavalleria Ruggero d’Ursone che, non giurando sulla nuova costituzione dopo la guerra, esiliato dall’esercito, è finito subito in miseria. E non sarà nemmeno un vecchio amico, in realtà un giovane soldato che in guerra aveva come superiore proprio l’ex colonnello, né una zia, di appena due anni superiore a lui e che ben presto si innamorerà dei suoi modi delicati, a indirizzarlo su una strada giusta.
La narrazione, tutta contenuta nei rapporti delle diverse persone che vivono e nella donna e nei due uomini, si svolge attraverso intensi e talvolta violenti contrasti. L’ultimo episodio, incautamente ‘vissuto’ da Ruggero, lo porterà verso una fine quasi presagita.
Lo ripeto: ottimo romanzo, ma a volte l’autore si ferma troppo su situazioni che appaiono comunque complicate, come per esempio quando ‘impiega’ quaranta pagine (e dico quaranta) per raccontare di un incontro che Ruggero avrebbe tanto desiderato e che invece non si avvera.
Agostino Degli Espinosa si uccide, con un colpo di pistola, il 9 dicembre 1952.
L’edizione da noi considerata è:
Agostino Degli Espinosa
Ognuno con la sua miseria
La medusa Mondadori
La prima: l’autore. Di lui sapevo ben poco e non crediate che sui saggi o sulle antologie in genere ci sia granché. Ma avevo sentito dire qualcosa su di lui, finché, in un saggio sulla letteratura italiana degli anni sessanta di Giorgio Bàrberi Squarotti incappai in un bel ritratto del ‘personaggio’ che il critico fece in riferimento soprattutto a Ognuno con la sua miseria (ritratto che riporterò più avanti).
La seconda: il testo. La seconda pagina del testo che andiamo a valutare riporta, molto sinteticamente, ma anche correttamente, il valore di esso e lo inserisce in un contesto dove sì la collocazione geografica dei personaggi lo colloca tra le opere di neorealismo (facile intuizione, il libro è del 1950 e a quel tempo, prima ancora dei vagiti pre e post-sessantottini, l’unico argomento su cui ci si poteva argomentare era la guerra e, ancor meglio, dopo la guerra) anche se i fatti raccontati dall’autore hanno una dimensione psicologica e una premura del linguaggio fuori da ogni schema prestabilito.
Ma un altro fatto che mi ha lasciato interdetto è la ‘sostanza’, cioè, per la precisione, il numero delle pagine. Per carità, non siamo ai tempi della Morante (anni settanta) che, per scrivere una vicenda ‘neorealista’ ci ‘lasciò’ un volumone di circa settecento pagine. No, eravamo in un tempo, appunto quello degli anni cinquanta, dove spesso si trovavano agili e svelti ricordi di un passato scomodo.
La domanda che mi posi prima della lettura è stata: riuscirà il Degli Espinosa ad occupare degnamente le quattrocento e via pagine mantenendo, nello stesso tempo, una dinamica necessaria a raccontare, e bene, una parte vitale della nostra storia?
Prima di rispondere a questa domanda riporto il giudizio che su Ognuno con la sua miseria si espresse Bàrberi Squarotti: … uno dei più equilibrati e sinceri fra i testi dell’esistenzialismo post-bellico: tragico, amaro, con un fondo di sincerità estrema e passionata nella rappresentazione di un mondo sconvolto, dalla guerra e dalla disfatta militare, nelle strutture fondamentali, nelle concezioni della vita, nell’agire, e spezzato dal trovarsi, dopo, a contatto con problemi troppo gravi e urgenti di rapporti economici, sociali, morali, per non patire l’impossibilità definitiva di salvezza.
Un giudizio questo che mi ha convinto a leggere il Degli Espinosa, pensando solo al fatto di non ritrovarmi però tra una visione cinematografica ed un'altra e tra un De Sica e uno Zavattini, tanto per intenderci.
E dunque quale sarebbe questo giudizio? Anche qui sono diviso in due parti: la prima è che il romanzo in questione è ben fatto e a volte, anche, straordinario. La seconda è che le quattrocento pagine e oltre, al di là della correttezza espressiva di Degli Espinosa, a volte sembrano davvero eccessive.
Ecco come l’autore inquadra la storia e l’ambiente… Presto concluse che è facile stabilire come comportarsi per ottenere un certo impiego, per sedurre una donna, per compiere un’azione in guerra; impossibile, invece, arguire come evitare la morte di fame, quando non si possiede un soldo, un parente, un amico né si possono trovare, girando per le strade; e, soddisfatto, guardò i tavolini del caffè sui marciapiedi puliti di Via Veneto che lo invitavano amichevoli.
A ‘parlare’ è l’ex colonnello di cavalleria Ruggero d’Ursone che, non giurando sulla nuova costituzione dopo la guerra, esiliato dall’esercito, è finito subito in miseria. E non sarà nemmeno un vecchio amico, in realtà un giovane soldato che in guerra aveva come superiore proprio l’ex colonnello, né una zia, di appena due anni superiore a lui e che ben presto si innamorerà dei suoi modi delicati, a indirizzarlo su una strada giusta.
La narrazione, tutta contenuta nei rapporti delle diverse persone che vivono e nella donna e nei due uomini, si svolge attraverso intensi e talvolta violenti contrasti. L’ultimo episodio, incautamente ‘vissuto’ da Ruggero, lo porterà verso una fine quasi presagita.
Lo ripeto: ottimo romanzo, ma a volte l’autore si ferma troppo su situazioni che appaiono comunque complicate, come per esempio quando ‘impiega’ quaranta pagine (e dico quaranta) per raccontare di un incontro che Ruggero avrebbe tanto desiderato e che invece non si avvera.
Agostino Degli Espinosa si uccide, con un colpo di pistola, il 9 dicembre 1952.
L’edizione da noi considerata è:
Agostino Degli Espinosa
Ognuno con la sua miseria
La medusa Mondadori
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