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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Nathan Englander

Una cena al centro della terra

Einaudi, Silvia Pareschi, Pag. 240 Euro 19,50
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Si tratta di una storia di spionaggio piuttosto inusuale, originale nel montaggio e apportatrice di emozioni inaspettate. L’azione viene palleggiata nel tempo fra il 2002 e il 2014, e nello spazio fra Berlino, Parigi, Gerusalemme, e oltre. E anche sull’asse verticale, fra il sottosuolo e la superficie.
   Tutto parte dal Prigioniero Z, che giace in una cella segreta sotto il deserto del Negev, dimenticato da tutti fuorché dal solerte carceriere che si prende cura di lui. E non c’è espressione più adatta di questa: prendersi cura. Perché in questo romanzo, dopo una sapiente tessitura di azioni di spionaggio, fughe rocambolesche, e storie d’amore impossibili, alla fine non c’è cosa più struggente del legame che si è instaurato fra i due uomini intrappolati laggiù con ruoli così diversi.
   Lo scenario è quello del conflitto arabo israeliano, con il perenne alternarsi di passi verso la pace e di massacri sanguinosi, una conflittualità con cui i singoli devono fare i conti anche nella vita privata. Lo sa bene l’agente Z, spia troppo umana, che si mette continuamente a repentaglio per troppa sensibilità, o per amore, o perfino per gustare il suo piatto preferito. Così imbranato da far sì che tutti gli diano la caccia, gli amici più ancora dei nemici, senza scampo. Storie parallele si alternano per poi rivelare il profondo intreccio che le unisce. Le scene d’azione si contrappongono all’immobilità claustrofobica di due situazioni speculari: la prigionia nella cella sotterranea e l’interminabile coma del premier israeliano Ariel Sharon.
   Englander dimostra uno straordinario talento nel mescolare il comico e il tragico come dimostra la telefonata, fatta da un numero segreto, in cui Z cerca di convincere la madre a creargli una copertura per sfuggire a un imminente pericolo.
   - (…) Vorrei che mi chiamassi al mio solito numero e mi dicessi che stai morendo.
   - Cosa? – ha esclamato sua madre.
   - Vorrei che prendessi un appuntamento con il tuo medico per oggi. Vai da lui e fatti prescrivere un’ecografia. Poi chiamami, anche se da me è notte fonda. Devi svegliarmi e dirmi che hai il cancro.
   - Aspetta, ho il cancro? Davvero? Oddio! Ma tu come fai a saperlo?
   - Non lo so, mamma -.  Sentendo il panico all’altro capo del filo, ha aggiunto in tono enfatico: - Non ce l’hai!
   - Ma come fai a sapere che non ce l’ho? Perché me lo dici, se non sono malata?
   - Per motivi personali ho bisogno che mi chiami e mi dici di avere il cancro. Deve essere grave. Dimmi che il medico vuole ricoverarti subito allo Sloan Kettering.
   - Cosa sta succedendo? - ha detto sua madre con voce tremante, riempiendolo di uno straziante senso di colpa. – Cosa stai dicendo? Ho il cancro?
   L’umorismo è una delle cifre del romanzo, sempre presente a condire il sapore amarissimo delle disavventure di Z. È uno dei contrappunti che Englander governa con un’orchestrazione perfetta, insieme all’alternanza dei tempi e dei luoghi, e alla contrapposizione fra le sequenze d’azione e l’immobilismo claustrofobico che accomuna Z, prigioniero nel sottosuolo, e l’unico uomo che potrebbe graziarlo, che però giace impotente nel suo coma irreversibile. 
   Nessuna speranza, per il lettore, di rimanere distaccato. L’Autore è maestro nel coinvolgerlo per forza, smuovendone i sentimenti con tanta delicatezza da fargli male.

di Giovanna Repetto


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