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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Maurizio Donazzon

Una settimana fortunata

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Sabato 15 luglio


Erano le cinque, Serena dormiva dandogli la schiena. Dopo essersi rigirato tutta la notte tra le lenzuola, Giancarlo decise di alzarsi. Se fosse passato in ricevitoria all’apertura, l’attesa sarebbe terminata prima.
Si sbarbò con schiuma e lametta, come nelle occasioni speciali, e indossò una maglietta pulita. Era indeciso se svegliare la moglie per dirle che usciva, preferì lasciare un biglietto: “Non riesco a dormire, faccio un giro in centro. Ti amo, baci”.
Pedalò curioso per le strade della città a quell’ora per lui inconsueta, respirando l’aria fresca. Decise di percorrere senza fretta le antiche mura, da quanto tempo non ci andava! I grandi ippocastani dalle chiome verde scuro gli regalarono un senso di forza e di pace. Il ghiaino scricchiolava sotto le ruote e i passeri scappavano al suo arrivo per poi ritornare a becchettare nello stesso posto. Li seguì con lo sguardo svolazzare in rapide evoluzioni.
Le otto e mezza, si diresse verso la ricevitoria.

Lunedì 10 luglio


Diecimila euro. Venerdì sera la maggioranza dell’assemblea aveva deciso di iniziare i lavori per la manutenzione straordinaria del condominio — sistemare il tetto, rifare i camini malandati, sostituire le grondaie, risanare e pitturare le facciate: in totale quattro mesi di lavoro e impalcature su tutti i lati dell’edificio. Dove trovare diecimila euro? Aprire un mutuo era escluso, c’era già quello della casa, ventennale, fino al 2023. Giancarlo non sopportava l’idea di piantonare l’estratto conto per far quadrare le rate con lo stipendio da impiegato sommato al guadagno della moglie Serena che lavorava come baby-sitter due ore al pomeriggio.
La bicicletta nera, una Bottecchia, cimelio che suo padre non usava più, sobbalzava sul porfido irregolare della strada che Giancarlo percorreva all’andata e al ritorno dal lavoro attraversando la città.
Frenò. Il muso piatto da squalo di una Porsche nera era sbucato da una strada laterale e si era bloccato sulle strisce pedonali. «Ehi!» gridò all’uomo al volante, abbronzato, sui quarantacinque anni. L’uomo lo guardò inespressivo, aspettò che attraversasse, poi sgommò girando a destra, fermandosi poco più avanti in doppia fila, davanti all’enoteca frequentata al termine del lavoro da giovanili professionisti della città. Scese e si infilò tra la folla che alle sette, sul marciapiede, cicalava e beveva spritz, prosecco o vino rosso. Giancarlo fu costretto a far gimcana attorno alla Porsche. Si chiese quanto guadagnava il proprietario dell’auto per comperarla, ma soprattutto per mantenerla. Di sicuro non avrebbe avuto problemi a sborsare diecimila euro. Sembrava che con la crisi circolassero più Porsche di prima.
Frenò. Incastrato tra i porfidi aveva notato un rotolino di carta rosato. Scese dalla bicicletta per raccoglierlo, erano dieci euro, che fortuna. Dieci euro sono un sacchetto di frutta e verdura al banco del mercato — un melone liscio dalla polpa morbida, quattro pesche noci, mezzo chilo di fagiolini, otto melanzane e del prezzemolo —, se ne ricordava perché sabato aveva accompagnato Serena a fare la spesa. Raccolse i dieci euro senza guardarsi attorno, come se gli fossero caduti accidentalmente, ma non risalì in bicicletta. Tra l’enoteca e il fiorista c’era una ricevitoria con l’adesivo che pubblicizzava il BancoLotto, il nuovo gioco che con un’estrazione al giorno prometteva la ricchezza.
Non giocava quasi mai, solo quando era frustrato perché gli sembrava di non guadagnare abbastanza o quando litigava con Serena perché non potevano permettersi dei mobili nuovi se non programmando l’acquisto nell’arco di un anno. Di solito giocava due euro al SuperEnalotto o a Win for Life, ma raramente, pentendosi subito dopo per averli sprecati. Una volta aveva puntato sei euro vincendone due. Si era illuminato per il piccolo premio, anche se a conti fatti aveva perso quattro euro. Così aveva continuato a giocare al massimo due euro ogni tanto, senza vincere mai. La puntata minima del BancoLotto era di dieci euro.
Entrò nella ricevitoria. Due ragazzi africani stavano raschiando l’argento dei loro Gratta e Vinci con monetine da cinque centesimi. Commentarono in francese e buttarono nel cestino i biglietti strappati. «Ciao» salutarono il tabaccaio. «La prossima volta andrà meglio» li consolò. Risero, mostrando i larghi denti bianchi. Giancarlo si guardò attorno per trovare tra le schedine dei vari giochi quelle del BancoLotto, di cui aveva solo un’idea approssimativa dalla pubblicità in televisione.
Il tabaccaio, un omone che gonfiava la polo blu quasi fino a farla scoppiare, gli sorrise con gli occhi da dietro le lenti spesse, incassate nella montatura di plastica pesante. Mise le grandi mani pelose sul bancone e, sporgendosi verso Giancarlo, lo salutò: «Buondì, anzi buonasera, anche se non è proprio sera».
«Sto cercando le schedine del BancoLotto» disse Giancarlo, «…quel nuovo gioco.»
«Sono lì. Se non ha mai giocato le spiego come si fa» propose il tabaccaio. Giancarlo fu ben contento dell’offerta, la scelta imprevista di giocare non gli aveva permesso di informarsi puntigliosamente come faceva sempre prima di prendere delle decisioni.
«Queste sono le schedine» disse il tabaccaio. «Deve segnare sei numeri su novanta, come nel SuperEnalotto, ha presente? C’è un’estrazione al giorno e la puntata minima è di dieci euro. La novità è che le vincite le vengono accreditate su una carta ricaricabile che vale come ricevuta. È come una normale carta prepagata, ma si ricarica solo con le vincite. Se gioca di nuovo — puntando tutto l’importo guadagnato, senza togliere nulla — in caso di vincita ha un bonus del venti per cento. Tutto chiaro?»
«Servono i miei dati per la carta ricaricabile?»
«No» rispose il tabaccaio, «le consegno la carta e una password. È una convenzione con la banca…»
«Così ci guadagna pure la banca» interruppe Giancarlo.
Il tabaccaio si strinse nelle spalle. «Anche le banche devono lavorare. Comunque la carta funziona come un qualsiasi bancomat finché non finisce il credito.»
Giancarlo giocò i dieci euro trovati per terra dopo averli lisciati sul bancone e compilò la schedina usando la sua data di nascita e quella della moglie. Con scrupolosità sistemò la carta ricaricabile e la schedina piegata in due nel portafoglio, tra la tessera sanitaria e il bancomat, come se fossero del denaro già guadagnato. Il tabaccaio gli augurò ad alta voce buona fortuna e poi si rivolse all’anziana signora che entrava strascicando in tabaccheria: «Signora Pina, buonasera! Quanto vinciamo stavolta? Tra poco c’è il compleanno della nipotina, ha già pensato al regalo?»

Martedì 11 luglio


Alle sette, come d’abitudine, il marciapiede davanti all’enoteca era ingombro di gente che sorseggiava l’aperitivo. L’aria era tiepida, gli alberi della piazzetta dall’altro lato della strada traboccavano di foglie nuove e sulle panchine erano sedute coppie di ragazzi e mamme accanto ai passeggini. Giancarlo si fermò dal tabacchino. Liberato dalle occupazioni del lavoro, rimuginava sui diecimila euro della manutenzione. Poteva chiedere un anticipo sul TFR, ma era indeciso. A sessantasette anni (però aveva letto su Internet che l’età pensionabile sarebbe aumentata nel frattempo), la sua pensione e l’assegno sociale della moglie sarebbero bastati per vivere decorosamente? Avrebbe voluto entusiasmarsi fantasticando una grossa vincita al BancoLotto, ma preferiva non pensarci per non rimanerne deluso.
«Buondì!» lo salutò il tabaccaio. «Diamo un’occhiata se abbiamo vinto?» Giancarlo lo guardò sorpreso che si ricordasse di lui dopo un solo incontro. Un simpaticone, pensò.
«Buonasera, ma mi sa che con la fortuna…» disse Giancarlo.
«Un po’ di fortuna arriva sempre per tutti» sentenziò il tabaccaio. Giancarlo gli porse la carta ricaricabile.
«Visto? Ha vinto dodici euro.» A Giancarlo il tabaccaio sembrò un fratacchione che lo rimproverasse bonariamente per la sua mancanza di fede.
«Una volta tanto» disse Giancarlo.
«Giochiamo ancora?» chiese il tabaccaio.
Quante probabilità di vincere una seconda volta c’erano, si chiese Giancarlo. Pochissime, il gioco era solo un imbroglio costruito sulle illusioni dei giocatori.
«Se si vince sempre…» disse Giancarlo.
«Per vincere bisogna giocare. Come dice il proverbio? Chi non risica non rosica» disse il tabaccaio.
Giocò, in fondo non perdeva nulla, i dieci euro li aveva raccolti per strada. Giancarlo e il tabaccaio si accomiatarono salutandosi come due vecchi amici.
Quando arrivò a casa, trovò la moglie in cucina che tagliava le melanzane accanto al lavello. Si chinò per baciale il collo, spostando con la mano i capelli castani tagliati a caschetto. Serena, anche lei sui cinquant’anni, da quando la fabbrica di tessuti dove era impiegata aveva chiuso, lavorava come baby-sitter. Il lavoro le piaceva, aveva ritrovato le soddisfazioni della mamma ora che Alessandro, il figlio dal precedente matrimonio, era adulto e abitava con la propria ragazza.
Serena si entusiasmò quando Giancarlo le raccontò della vincita al BancoLotto, anche se erano solo dodici euro, pensò Giancarlo.
«Cosa faresti se vincessi un sacco di soldi?» gli chiese. «Quali sono i tuoi sogni?»
«Non mi piace questo gioco» disse Giancarlo. «Preferisco non illudermi.»
«È solo un gioco» disse Serena, «è bello credere alle favole. Io comprerei un appartamento per Alessandro…»
«Ma non è per te» la interruppe Giancarlo.
«È mio figlio. Poi comprerei un appartamento per noi, completo di mobilio, con un bagno decente non come quello che abbiamo adesso. E viaggerei… regalerei pure un viaggio a mamma e papà, non sono mai andati da nessuna parte. E tu?»
«Pagherei la manutenzione della casa.»
«I tuoi sogni!» Serena sorrise. «Stiamo giocando, cosa ti piacerebbe?»
«Smetterei di lavorare» disse Giancarlo.
«Io mi metterei a dipingere, mi piacerebbe seguire un corso di pittura…»
«Io allora vorrei comperare un computer portatile e una macchina fotografica digitale… riposarmi una settimana in un centro benessere, girare il mondo…»
«Non è bello sognare?» chiese Serena, «vivere per un po’ in una favola?»
«Già» disse Giancarlo, «ma poi ci si sveglia.» A sognare non ne usciva nulla, e non valeva la pena neppure scervellarsi sui diecimila euro, dormendoci sopra gli sarebbero venute in mente altre soluzioni. Chiedere un prestito al padre era l’ultima risorsa. Suo padre, ora in pensione, aveva lavorato da dipendente come lui, ma erano altri tempi: era riuscito a pagare il mutuo della casa, far studiare due figli all’università e mettere da parte abbastanza per la vecchiaia. No, voleva cavarsela da solo, non avrebbe chiesto a suo padre.
«Ti fai troppi problemi» disse Serena, «Impara da me, mi rilasso e sono felice togliendomi piccole soddisfazioni.» Si distese sul divano appoggiandogli le gambe sulle cosce. Giancarlo le accarezzò i piedi affusolati dalle unghie dipinte di rosso geranio. In tivù davano un film che avevano già visto, dalla cucina la lavastoviglie borbottava la sua cantilena. Serena chiuse gli occhi. Il film venne interrotto dalla pubblicità. Con BancoLotto tutti vincenti! Serena respirava profondamente e sembrava sorridesse, avrebbe dovuto svegliarla per andare a letto.

Mercoledì 12 luglio


I bancomat all’entrata della banca erano impegnati da due donne che gli lanciarono delle occhiate guardinghe. Un vistoso manifesto del BancoLotto era appeso oltre la saracinesca che delimitava gli uffici dai bancomat. Con BancoLotto tutti vincenti! Si ricordò che doveva controllare la vincita. La donna di fronte a lui finì l’operazione così poté prenderne il posto. Gli era stato accreditato lo stipendio di giugno. Guadagnava per poter vivere accettabilmente — secondo i parametri ISTAT non soffriva di povertà relativa, tanto meno assoluta — tuttavia non riusciva a risparmiare se non per una breve vacanza o un mobile da programmare nell’anno. L’insicurezza dipendeva dalle spese impreviste: la manutenzione straordinaria, un guasto all’auto oppure una malattia che avrebbe richiesto costose visite specialistiche. Ritirò settanta euro dal bancomat. Quando uscì dalla banca udì il rombo di una Porsche nera che accelerò verso l’incrocio e svoltò. La crisi non c’era per tutti! Sulla strada che percorreva per andare al lavoro avevano aperto di recente tre negozi che comperavano oro, ma anche argento e preziosi: Mercato dell’Oro, Oro contante, Compro Oro. Le vetrine erano sobrie — la dicitura con la parola “oro”, gli orari, nessuna inutile pubblicità —, gli interni tutti uguali — una stanza, una scrivania, due o tre sedie. Questa era crisi.
Il tabaccaio si congratulò della vincita con condiscendenza, come fosse stata un suo merito. Tremilaseicentoventisette euro, tre volte lo stipendio, ammassati nel forziere della sua carta ricaricabile di plastica blu.
Chiese di giocarli tutti.
«Sicuro?» disse il tabaccaio reggendo la carta ricaricabile a mezz’aria, tra il pollice e l’indice grassocci. No, non era per niente sicuro. Perché giocare ancora? Per vincere diecimila euro? Assurdo, era un rischio stupido.
«Potrebbe giocare un sistema. Se vuole le spiego come si fa» riprese il tabaccaio.
«No. Va bene così» disse Giancarlo.
Aggiustati gli occhiali sul naso, il tabaccaio fece l’operazione senza commentare. Solo quando gli riconsegnò la carta ricaricabile e la schedina con i sei numeri (le date di nascita di Giancarlo e Serena) gli sorrise. Lo salutò cordialmente e Giancarlo si accorse che continuava a guardarlo attraverso la vetrina della ricevitoria. Appena fuori dalla porta, si pentì. Perché cazzo aveva giocato ancora? Addirittura gli stessi numeri, doveva essersi totalmente rincoglionito. C’è chi spende diecimila euro per una borsetta di coccodrillo (lo aveva visto in un programma televisivo), ma buttare in quel modo tremilaseicentoventisette euro era da idioti.
Si precipitò a casa per raccontare a Serena della vincita e della puntata. Lei lo ascoltò sorpresa, curiosa di far conoscenza con un marito sconosciuto. Giancarlo ripeté che non capiva cosa gli fosse successo, che non era da lui, che era stato un assurdo colpo di testa. Cazzo, aveva vinto il triplo dello stipendio, cosa gli era saltato in mente di fare quella stronzata? Serena lo ascoltò paziente, e solo dopo lo sfogo gli chiese cosa lo aveva fatto decidere. Giancarlo non lo sapeva, ma continuò a sproloquiare sulla crisi, che quando andava al lavoro vedeva sempre più negozi che comperavano oro e anche una banca aveva aperto uno sportello di credito su pegno. Merda, non aveva mai visto un banco dei pegni prima, e si ricordò che la mattina la sala d’attesa era affollata. E poi, con la crisi erano aumentate le Porsche, i ricchi diventavano sempre più ricchi, gli altri sempre più poveri.
Serena ci scherzò su: era sicuro di non aver visto la stessa Porsche? aveva detto altre volte di averne visto una nera. Poteva essere vero, pensò Giancarlo, per lui la Porsche era solo un simbolo di lusso e di bellezza.
«Che idiota, con quei soldi potevamo pagare due rate della manutenzione, o pensare di rinnovare in parte il bagno» concluse Giancarlo scuotendo la testa.
«Non preoccuparti» disse Serena, «erano soldi vinti, non cambia nulla. Non ci hai tolto nulla, hai giocato i dieci euro che avevi trovato, e poi hai puntato quello che avevi vinto. Hai fatto bene a tentare. Ti saresti pentito se non avessi rischiato almeno una volta nella vita.» Giancarlo non ne era convinto, avrebbe voluto credere alle parole di Serena, ma rimaneva il fatto che aveva sprecato dei soldi che gli servivano.
«Non pensarci» continuò Serena, «fai finta di vivere in una favola e che tutto finisca bene.»

Giovedì 13 luglio


Giancarlo passò in ricevitoria alle otto e mezza del mattino, prima di iniziare a lavorare. Il tabaccaio lo salutò con la consueta enfasi. Aveva vinto undicimilacentotrentotto euro. La macchina verificatrice verde sembrò emanare una luce più intensa, davanti a lui si squadernava la molteplicità di variopinti pacchetti di sigarette, lucide cartoline, mazzi di tarocchi esotici, lunghe strisce brillanti di Gratta e Vinci che pendevano da una corda come bucato steso ad asciugare. Era come se un colpo di bacchetta magica avesse risolto i suoi problemi. La fortuna esisteva davvero, e per Giancarlo, che calcolava ogni azione per prevedere cosa sarebbe successo, era una consapevolezza esaltante. Il tabaccaio si congratulò per la vincita. Aveva rischiato e vinto. Prese la carta ricaricabile e la schedina che gli porgeva e volò fuori dalla ricevitoria perché gli rimbalzava nel petto la voglia di urlare di felicità. Mise il portafoglio nella tasca davanti dei jeans, non si sa mai, continuando a toccarlo per sincerarsi che fosse ancora lì. Doveva avvertire Serena? No, una sorpresa sarebbe stata più emozionante. Uscendo, Giancarlo lasciò entrare l’anziana signora che aveva visto qualche giorno prima, e la salutò echeggiando l’allegro benvenuto del tabaccaio: «Signora Pina, buondì, passato il raffreddore alla nipotina?».
Il lavoro d’ufficio gli sembrò banale per l’energia che lo rimescolava. Non vedeva l’ora di arrivare a casa. Immaginava il suo ritorno: indifferente, “Mi è successo una cosa strana oggi”, Serena vuole saperne di più, lui temporeggia con difficoltà per l’eccitazione di voler condividere la sua gioia.
«Ciao, sai cosa mi è successo oggi?» chiese Giancarlo a Serena appena tornato a casa.
«Hai vinto al BancoLotto
«Noo, volevo farti una sorpresa! Come hai fatto a indovinare?»
«Basta guardarti, sei sempre preoccupato, oggi sorridi, sei luminoso» disse Serena. «Quanto?»
«Undicimila euro.»
Serena lo abbracciò, baciandolo sulle labbra, sulle guance, sulla fronte, sugli occhi. Poi si fece raccontare i particolari, chiedendo a Giancarlo di ripeterli, come una bimba che chiede alla mamma di raccontare la stessa favola più e più volte.
«Te l’avevo detto che bisogna sognare, credere alle favole» disse Serena. «E adesso cosa ci comperiamo?»
«Pagata la manutenzione del condominio, ci rimangono mille euro.»
«Sei fissato con la manutenzione.»
«E come la paghiamo altrimenti? Ti rendi conto che siamo ridotti ad affidarci al caso per risolvere i nostri problemi?»
«Godiamoci almeno questo momento.»
«Guardiamo in faccia la realtà, undicimila euro non sono nulla, tra quattro mesi saranno finiti e tutto resterà come prima. Risolvono questa spesa straordinaria e basta.»
«Sei sempre insoddisfatto. Abbiamo risolto un problema, dovresti scoppiare di gioia, invece ti tormenti.»

Venerdì 14 luglio


Al lavoro non riuscì a concentrarsi. Scelse un compito ripetitivo, a cui non occorreva prestare molta attenzione — riordinare le richieste nel fascicolo del mese prima — ma si trovò a guardare fuori dalla finestra, imbambolato sulla sagoma di un camino a cui era attaccata un’antenna. Il tempo scorreva lentamente, le lancette dell’orologio sembravano impegnate a scandire ogni secondo con esasperante precisione. Un collega gli chiese se c’era qualcosa che non andava, rispose che era una giornata balorda, di quelle che non ingranano, forse per il tempo, forse per la stanchezza, forse per il desiderio di iniziare le vacanze.
Finalmente arrivò mezzogiorno. Allungò il percorso verso a casa, desiderava sgranchirsi le gambe dopo l’opprimente mattinata in ufficio. In città notò le vetrine vuote dei negozi chiusi con il cartello di affittasi e un numero di cellulare. Anche quel forno sotto i portici dove i suoi genitori avevano sempre comperato il pane aveva chiuso. Qualche negozio aveva cambiato destinazione, per lo più era stato rimpiazzato da un negozio d’abbigliamento oppure da una banca sconosciuta, ma per la maggior parte le vetrine impolverate mostravano una o più stanze vuote, a volte con uno scatolone sciancato o una scopa vecchia lasciati dalla precedente gestione. Una Porsche lo superò, una Cayman S nocciola chiaro, con al volante una donna bionda. Si era informato sui modelli della Porsche sul sito Internet della casa automobilistica, non vedeva sempre la stessa auto.
«Stanotte ho riflettuto» disse Giancarlo a pranzo, tra una forchettata di pasta e l’altra. «Ho deciso di giocare gli undicimila euro al BancoLotto
«Tutti?» chiese Serena.
«Per avere qualcosa da parte. Puntando tutto c’è un bonus del venti per cento sulla vincita. È per questo che finora ho guadagnato così tanto. Sento che questa è la mia settimana fortunata.»
Serena posò la forchetta sul piatto. «La tua settimana fortunata» ripeté.
«Certo!» si infervorò Giancarlo. «Questa è una settimana speciale. Da lunedì non faccio che guadagnare. Non ho mai vinto nulla: questa è la mia settimana, forse l’unica della mia vita, devo approfittarne.»
«È assurdo.»
«Ho passato tutta la vita a essere ragionevole, cosa ho concluso? Sono troppo razionale, anche tu mi prendi in giro perché seguo tutti i giorni la stessa strada per andare al lavoro, non rischio mai, tutto deve essere sotto il mio controllo. È per questo che non ho mai ottenuto niente in più, perché non rischio.»
Aspettò la replica di Serena che lo fissava come se volesse dirgli qualcosa, ma le sue labbra si strinsero per non lasciar uscire nulla. «Mio padre» riprese Giancarlo, «voleva emigrare in Australia per far fortuna invece è rimasto a casa, lavorando e risparmiando. Ora è in pensione, ma racconta dell’Australia come se rimpiangesse di non aver rischiato, di essere stato troppo prudente.»
«Giocane la metà» propose Serena.
«Te l’ho detto» fece Giancarlo stancamente, «se vinci giocando tutto ti danno il venti per cento in più.»
«Ma se giochi tutto e perdi, non hai neppure quella metà!» disse Serena. Scosse la testa come se rispondesse a una domanda posta solo nella sua mente. «Fai come vuoi» continuò, «i soldi li hai vinti tu.»
«Sono nostri, sono di tutti e due.»
«E perché decidi tu cosa farne? Se i soldi sono nostri perché non decido anch’io? I soldi sono solo tuoi — regalali in beneficenza, buttali via, comprati una Porsche.»
Giancarlo guardò Serena con ostentazione, come se questo dovesse convincerla e, cercando di persuadere entrambi, disse: «Fidati. È la mia settimana fortunata».
Serena andò in cucina. Quando ritornò Giancarlo le raccontò che aveva visto una Porsche nocciola chiaro e una bianca con il tettuccio apribile nero. Anche con la crisi c’è chi se la passa bene, concluse.
Finito in silenzio di rassettare, Serena andò a distendersi sul divano, girata verso lo schienale. Giancarlo, seduto su una poltrona, rimase a studiarle la schiena magra. Sotto la canotta bianca si indovinavano le vertebre in rilievo.

Attraversando la fastidiosa confusione di voci e di auto delle sette di sera davanti all’enoteca, Giancarlo entrò nel tabacchino.
«Buondì» disse il tabaccaio. «Già spesa tutta la vincita?»
«Buonasera, sono venuto per giocare» disse Giancarlo.
«Una passione per il gioco ormai. Quanto?» disse il tabaccaio inserendo nella fessura della macchina verificatrice la carta ricaricabile che Giancarlo gli aveva consegnato.
«Tutto. Non si vince il venti per cento in più se si gioca tutto?»
«Sì, però questi sono undicimilacentotrentotto euro» disse il tabaccaio ripetendo l’importo che compariva sul display. «È sicuro di voler giocare tutto?»
Una ragazza latino-americana con maglietta e jeans aderenti entrò sbattendo la porta della ricevitoria. «Schede BancoLotto?» chiese avvicinandosi al bancone. Il tabaccaio le rispose sgarbato che prima doveva finire con il signore, che avesse un attimo di pazienza, e quando la ragazza si ritrasse offesa, ribadendo che si scusava, borbottò verso Giancarlo che gli extracomunitari erano tutti così, volevano tutto e subito. Giancarlo non fece caso al commento.
«Ho deciso di giocare tutto» disse Giancarlo.
Il tabaccaio non replicò subito, dalla fronte aggrottata sembrava stesse valutando cosa rispondere. «Giochiamo un sistema» disse. «Con una puntata così alta almeno è sicuro di vincere qualcosa.»
«Lasci perdere. Facciamo come il solito» disse Giancarlo. Era stufo di difendere le sue scelte, aveva già deciso. Giocò l’intera somma della carta ricaricabile con una nuova combinazione, le date di nascita dei suoi genitori. Con precisione il tabaccaio concluse l’operazione e consegnò carta ricaricabile e schedina a Giancarlo.
«Finito?» chiese la ragazza.
«Certo. Sai, il signore è un vecchio cliente» si scusò il tabaccaio. Sembrava dispiaciuto, ma anche sollevato di aver terminato con Giancarlo, e desideroso di passare a un altro cliente, uno qualunque.
Il cielo era azzurro limpido, senza l’abituale accenno di foschia proprio del clima umido della città. La giornata era gradevolmente tiepida, ma Giancarlo rabbrividì. Si ripeté ancora una volta che era la sua settimana fortunata, scacciando la domanda se avrebbe vinto ancora. Sì, avrebbe vinto.
A casa, Serena preparò la cena rispondendo a monosillabi alle domande di Giancarlo sul pomeriggio con il bambino che accudiva come baby-sitter. Giancarlo commentò la notizia che stavano ascoltando al telegiornale: un artigiano, con moglie e due figli, si era impiccato nel capannone degli attrezzi a causa del fallimento della propria ditta, per lo scarso lavoro e per il mancato pagamento delle ultime commesse. Serena sembrava disinteressata, allora cominciò a raccontare che aveva giocato al BancoLotto. Serena lo bloccò: «Non voglio sapere nulla».
Per un po’ Giancarlo si zittì. Poi riprese enfatizzando che doveva fidarsi, che aveva sempre fatto le cose per bene, che lei lo apprezzava proprio la sua affidabilità. Ora gli si era aperta la mente, solo rischiando era possibile ottenere qualcosa di più, non certo continuando a lavorare a testa bassa come impiegato. Questa novità avrebbe cambiato la loro vita.
«Basta!» scattò Serena. «Tu non pensi a noi.»
«È adesso che penso di più a noi» gridò Giancarlo. Finalmente la tensione trovò il tunnel dove incanalarsi. Urlò alzandosi in piedi: «Tu vuoi sempre la casa più bella, vuoi comperare questo e quello. Io mi sento una merda perché non sono mai stato capace a fare altro che l’impiegato. Cazzo, sono addirittura peggio di mio padre che ha trovato lavoro in città, si è pagato la casa, ha il suo bel conto in banca e io… mi sono laureato e ho guadagno uno stipendio del cazzo».
«Un letto» disse Serena. «Abbiamo comperato un letto in un anno. È questo e quello
«Non preoccuparti. Vedrai…» disse Giancarlo.
«Vedrai cosa? Cosaa? Mi viene mal di testa a pensarci. Vorrei solo sapere perché? Hai vinto quello che avresti guadagnato in… quanti anni di lavoro? E li hai spesi in pochi minuti. È intelligente?»
«Non preoccuparti. Ad ogni modo non avevamo questi soldi prima e quindi non abbiamo perso niente.»
«Oh, mio dio, mi viene da vomitare.» Piangeva scuotendo il busto esile, così Giancarlo le mise un braccio attorno al collo.
«Lasciami stare» disse Serena togliendogli il braccio.
«Abbi fiducia» disse Giancarlo.
A Serena le si era arrossato il volto e i capelli avevano un aspetto disordinato, con ciocche che le si accavallavano sopra la testa. Giancarlo avrebbe voluto abbracciarla, invece si sedette davanti al piatto mezzo vuoto. Serena se andò in camera da letto, Giancarlo la sentì singhiozzare.

Sabato 15 luglio


«Centonovanta euro» disse il tabaccaio. «Non è male, ne viene fuori una bella cena di pesce in compagnia, bagnata da una seria bottiglia di Cartizze. D’accordo, non potrà vivere felice e contento per sempre, ma con la crisi che c’è è meglio di niente, vero?»



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