CINEMA E MUSICA
Alfredo Ronci
Ad ognuno il suo Legrottaglie, i tedeschi ora hanno Nina Hagen: 'Personal Jesus' l'ultima trovata.

C'è poco da fare la stupefatta in copertina: stupefatti siamo noi. Non che perdessimo il sonno per l'attesa di un nuovo disco della Hagen, ma mai avremmo pensato a dei risultati del genere.
Lei vuole fare ancora la scugnizza vivace, fa la birichina nell'approccio e soprattutto nel canto, come sua consuetudine, ma poi quel che esce dalla bocca sono insulse preci da catechesi di provincia.
Diciamocelo: il gospel di per sé è già una palla al piede, e se non sei Aretha Franklin o Patty Labelle son cazzi amari. Al più possiamo 'sopportare' (ed il Paradiso stesso ne è testimone) che una grande del soul come Mavis Staples, riarrangiata e prodotta dal leader dei Wilco, se ne vada per praterie celestiali e invochi il Padre Eterno e pensi che l'unica salvezza sia Cristo... ma Nina Hagen no!
E intendiamoci: non che la cantante sia la reincarnazione del demonio. Sì, è stata cacciata a suo tempo dalla DDR per comportamenti asociali, si masturbava pubblicamente in alcuni locali perché faceva fico e un po' Jim Morrison, s'è tuffata nel fenomeno punk, crediamo noi, più per moda che per necessità strettamente artistiche, però qualcosina di buona l'ha fatta e qualche dischetto decente l'ha realizzato (Umbehagen del 1979 con la splendida 'African reggae' e Nunsexmonkrock).
Ma questo Personal Jesus diosanto! (Visto che siamo in tema).
Anche se volessimo tentare l'esperimento di azzerare la voce, i risultati non sarebbero comunque soddisfacenti: la musica è quella che potremmo sentire nel profondo sud americano o nelle chiese dove ci sono le negrone che cantano, con tutti gli annessi e connessi. A 'sto punto, se proprio ci vogliamo far del male, ritorniamo alla Staples di prima... almeno lì c'è più coerenza ed una splendida produzione.
Nel disco della Hagen non si sa che pesci pigliare: se escludiamo la title track 'Personal Jesus' un rock'n'roll gustoso e trascinante (ma il dilemma è sempre quello, se sono cristi e madonne a farla da padrone c'è poco da rokkare e rollare!) o il bluesaccio 'Sometimes I ring up heaven' reso vivido e convincente dal timbro maschio della cantante (e fa capire anche quali risultati potrebbero arrivare se la Hagen smettesse di fare la folgorata dalla fede e dal cattolicesimo e mostrasse invece qualche istinto luciferino...), tutto il resto, come disse uno dei più grandi filosofi del novecento, ... è noia (ma proprio noia!).
Che peccato, in fondo. La cantante tedesca c'è sempre stata simpatica, 'na guagliona con talento e mezzi vocali non indifferenti, ma pare proprio che il nuovo millennio non faccia per lei. Andiamoci a riascoltare le vecchie cose e mettiamoci l'anima in pace. E' proprio vero che non son più tempi di 'frenesie'.
Nina Hagen
Personal Jesus
Universal Uk/Zoom - 2010
Lei vuole fare ancora la scugnizza vivace, fa la birichina nell'approccio e soprattutto nel canto, come sua consuetudine, ma poi quel che esce dalla bocca sono insulse preci da catechesi di provincia.
Diciamocelo: il gospel di per sé è già una palla al piede, e se non sei Aretha Franklin o Patty Labelle son cazzi amari. Al più possiamo 'sopportare' (ed il Paradiso stesso ne è testimone) che una grande del soul come Mavis Staples, riarrangiata e prodotta dal leader dei Wilco, se ne vada per praterie celestiali e invochi il Padre Eterno e pensi che l'unica salvezza sia Cristo... ma Nina Hagen no!
E intendiamoci: non che la cantante sia la reincarnazione del demonio. Sì, è stata cacciata a suo tempo dalla DDR per comportamenti asociali, si masturbava pubblicamente in alcuni locali perché faceva fico e un po' Jim Morrison, s'è tuffata nel fenomeno punk, crediamo noi, più per moda che per necessità strettamente artistiche, però qualcosina di buona l'ha fatta e qualche dischetto decente l'ha realizzato (Umbehagen del 1979 con la splendida 'African reggae' e Nunsexmonkrock).
Ma questo Personal Jesus diosanto! (Visto che siamo in tema).
Anche se volessimo tentare l'esperimento di azzerare la voce, i risultati non sarebbero comunque soddisfacenti: la musica è quella che potremmo sentire nel profondo sud americano o nelle chiese dove ci sono le negrone che cantano, con tutti gli annessi e connessi. A 'sto punto, se proprio ci vogliamo far del male, ritorniamo alla Staples di prima... almeno lì c'è più coerenza ed una splendida produzione.
Nel disco della Hagen non si sa che pesci pigliare: se escludiamo la title track 'Personal Jesus' un rock'n'roll gustoso e trascinante (ma il dilemma è sempre quello, se sono cristi e madonne a farla da padrone c'è poco da rokkare e rollare!) o il bluesaccio 'Sometimes I ring up heaven' reso vivido e convincente dal timbro maschio della cantante (e fa capire anche quali risultati potrebbero arrivare se la Hagen smettesse di fare la folgorata dalla fede e dal cattolicesimo e mostrasse invece qualche istinto luciferino...), tutto il resto, come disse uno dei più grandi filosofi del novecento, ... è noia (ma proprio noia!).
Che peccato, in fondo. La cantante tedesca c'è sempre stata simpatica, 'na guagliona con talento e mezzi vocali non indifferenti, ma pare proprio che il nuovo millennio non faccia per lei. Andiamoci a riascoltare le vecchie cose e mettiamoci l'anima in pace. E' proprio vero che non son più tempi di 'frenesie'.
Nina Hagen
Personal Jesus
Universal Uk/Zoom - 2010
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