CINEMA E MUSICA
Alfredo Ronci
Anna Calvi: qualche fantasma rock, ma il discorso sempre quello è!

Dicevasi tempo fa e ponevacisi domanda non pellegrina (sempre tempo fa, ma non molto): ma la musica indipendente quanto vale? Ma ha anche senso porsi una domanda del genere? Ma i dischi che invadono le classifiche possono essere valutati serenamente al di là della spinta pubblicitaria? Gli eroi del rock, in un'epoca come questa, quanto sono credibili e spendibili? Jim Morrison era più 'vergine' di Robbie Williams? E Daniel Johnston quanto è più 'alternativo' di Ligabue?
Perché il discorso, a proposito di Anna Calvi, sempre quello è. Anna Calvi? Chi è costei avrebbe detto Don Abbondio. Musicista fin da tenera età, ben presto si è fatta notare ed è finita sotto stretta sorveglianza di Brian Eno e del chitarrista dei Coral (da quest'ultimo mi sarei aspettato meglio, da Eno sì, perché si sa, spesso rovista nella spazzatura).
L'omonimo Anna Calvi è opera primiera che la solita indigena figliolanza rock ha assai apprezzato ('Ondarock' l'ha fatta disco del mese), ma sulla quale la nostra resistenza è assai determinata e pure netta.
Quel che si scrive è anche vero: la musica ricorda le atmosfere suggestive e sfibranti del cinema lynchiano ('Ride to the sea' per esempio, l'apertura, o 'First the kiss'), la tonalità dell'artista è a metà strada tra la vocalità di Patti Smith, quella di Siouxie e certe esagerazioni da torch song se non addirittura da soundtrack, ma questo non significa che i 'sembionti' possano appartenere alla razza umana (digressione da cultore di fantascienza che non sono!).
Nel dettaglio: 'No more words' (mai titolo più azzeccato!) è una nenia sospirosa d'amore con fraseggi e languidezze da Jula de Palma (tranquilli, basta una ricerca rapida su Google e capirete cosa voglio dire); 'Suzanne & I' indicata dai più come il miglior pezzo (sic!), ad orecchio attento e scaltro ricorda somiglianze, se non plagio, con la 'Goldfinger' bondiana nell'esagerazione vocalistica di Shirley Bassey; 'The Devil' è un insulso gorgheggiare con pronuncia di un unico vocabolo, devil appunto, che potrebbe avere un senso se solo non fossero mai esistite le preci sataniche di Diamanda Galas; 'Desire' è spiccicata Patti Smith (ma vogliamo mettere?) e 'I'll be your man' attacca come un pezzo dei Giant Sand e da un momento all'altro t'aspetti che canti Howe Gelb.
Insomma anche i dettagli non risolvono il problema: anzi, lo risolvono, ma non definiscono più di tanto la quistione. Perché l'indie a volte è così sopravvalutato anche se poi le operine presentate hanno le braccine corte ed il fiato spezzato? E' solo perché, stanchi della consuetudine e del mercato discografico onnicomprensivo, si ha il sospetto che le cose buone e sincere possano venire da altre parti?
Suvvia, Anna Calvi ci sembra un surrogato (al di là dei peana di Mojo e NME): un po' come quando pensi di fare il fico e compri dei biscotti biologici senza latte e senza uova sperando che ti facciano bene e poi appena li inzuppi nel latte sanno di cuoio stagionato e allora rimpiangi gl'ipercolesterolici cuoricini del Mulino Bianco.
Anna Calvi
Anna Calvi
Domino records - 2011
Perché il discorso, a proposito di Anna Calvi, sempre quello è. Anna Calvi? Chi è costei avrebbe detto Don Abbondio. Musicista fin da tenera età, ben presto si è fatta notare ed è finita sotto stretta sorveglianza di Brian Eno e del chitarrista dei Coral (da quest'ultimo mi sarei aspettato meglio, da Eno sì, perché si sa, spesso rovista nella spazzatura).
L'omonimo Anna Calvi è opera primiera che la solita indigena figliolanza rock ha assai apprezzato ('Ondarock' l'ha fatta disco del mese), ma sulla quale la nostra resistenza è assai determinata e pure netta.
Quel che si scrive è anche vero: la musica ricorda le atmosfere suggestive e sfibranti del cinema lynchiano ('Ride to the sea' per esempio, l'apertura, o 'First the kiss'), la tonalità dell'artista è a metà strada tra la vocalità di Patti Smith, quella di Siouxie e certe esagerazioni da torch song se non addirittura da soundtrack, ma questo non significa che i 'sembionti' possano appartenere alla razza umana (digressione da cultore di fantascienza che non sono!).
Nel dettaglio: 'No more words' (mai titolo più azzeccato!) è una nenia sospirosa d'amore con fraseggi e languidezze da Jula de Palma (tranquilli, basta una ricerca rapida su Google e capirete cosa voglio dire); 'Suzanne & I' indicata dai più come il miglior pezzo (sic!), ad orecchio attento e scaltro ricorda somiglianze, se non plagio, con la 'Goldfinger' bondiana nell'esagerazione vocalistica di Shirley Bassey; 'The Devil' è un insulso gorgheggiare con pronuncia di un unico vocabolo, devil appunto, che potrebbe avere un senso se solo non fossero mai esistite le preci sataniche di Diamanda Galas; 'Desire' è spiccicata Patti Smith (ma vogliamo mettere?) e 'I'll be your man' attacca come un pezzo dei Giant Sand e da un momento all'altro t'aspetti che canti Howe Gelb.
Insomma anche i dettagli non risolvono il problema: anzi, lo risolvono, ma non definiscono più di tanto la quistione. Perché l'indie a volte è così sopravvalutato anche se poi le operine presentate hanno le braccine corte ed il fiato spezzato? E' solo perché, stanchi della consuetudine e del mercato discografico onnicomprensivo, si ha il sospetto che le cose buone e sincere possano venire da altre parti?
Suvvia, Anna Calvi ci sembra un surrogato (al di là dei peana di Mojo e NME): un po' come quando pensi di fare il fico e compri dei biscotti biologici senza latte e senza uova sperando che ti facciano bene e poi appena li inzuppi nel latte sanno di cuoio stagionato e allora rimpiangi gl'ipercolesterolici cuoricini del Mulino Bianco.
Anna Calvi
Anna Calvi
Domino records - 2011
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