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CINEMA E MUSICA

Andrea Ferri

Etica e libertà oltre il deserto dei pixel: "Bella addormentata" di Bellocchio

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Bellocchio prende le distanze dall'Italia facile e caciarona dei salotti televisivi, e ci ricorda con cupa delicatezza cosa significhi distaccarsi dalla gogna mediatica, nata in seno al chiacchiericcio superficiale e utilitaristico a cui ci siamo pigramente abituati.

Siamo nel Febbraio 2009, Beppino Englaro, padre di Eluana che è in coma da 17 anni, fa condurre la figlia a Udine in una struttura in cui sono presenti medici disposti a interrompere il trattamento.

Il film, che sviluppa le sue vicende nel corso di queste concitate giornate invernali, ci racconta alcune storie che si dipanano sullo sfondo di un'Italia su lcd che si divide, come sempre, in due fazioni di tifosi. Assistiamo alla vicenda di Uliano Beffardi (Toni Servillo), senatore PdL che deve fare i conti con la sua libertà di coscienza e con trascorsi famigliari molto simili a quelli della Englaro. La figlia del senatore, Maria (Alba Rohrwacher), parte alla volta di Udine per pregare e contestare la scelta del padre di Eluana, ed è proprio lì che si innamora di Roberto (Michele Riondino), fratello-guardiano dell'escandescente Pipino. Infine assistiamo alla rinuncia alla vita, in nome della speranza di un ritorno "in vita" della figlia, della Divina madre interpretata da Isabelle Huppert, e ai tentativi di suicidio di Rossa (Maya Sansa), tossicodipendente che sembra non trovare altro che dolore su questa terra. Bellocchio parte dall'ultimo viaggio della Englaro per darci uno spaccato dell'Italia del berlusconismo (e dell'anti-berlusconismo), l'Italia dell'immagine e dei pronostici, che si approccia a una vicenda così delicata e umana. Sin dalle prime scene notiamo la presenza ingombrante di un'infinità di mass-media: schermi di computer, infiniti televisori lcd che sputano notizie 24ore al giorno, quotidiani di ogni tipo e appartenenza. L'Italia dell'opinione a tutti i costi, sguaiata, volgare e opportunista. Questo film-palinsesto ci rende visivamente partecipi della nostra realtà quotidiana, del doverci a tutti i costi confrontare con il flusso continuo di news delle tv e del web. Non a caso, una funzione centrale all'interno delle relazioni del film, è data dall'uso degli smartphone, connettori di umanità distanti e sempre rintracciabili, sia da voci amiche sia dal flusso delle opinioni. Bellocchio rimane un regista libero, che ha la lucidità e l'intelligenza adatte a ritrarre il suo paese, a mettere in scena una società dominata dalle tv, almeno finché gli italiani non le spegneranno, e dai resti di una cultura cattolica ormai vessillo di battaglie violente che hanno più a che fare con singole identità, e con interessi privati, che non con la religione. Ecco, quindi, che la "lotta" per Eluana, e per chi è in situazioni simili alla sua, non è più quella tra favorevoli e contrari, tra salvatori e assassini, ma è, prima di tutto, un'ardua lotta di fuoriuscita dal regno effimero dell'immagine dominante, un invito all'amore e alla riflessione profonda. Non a caso Beffardi, quando decide di non partecipare alla seduta in senato per le dichiarazioni successive alla morte di Eluana, rinuncia al mondo della politica dell'immagine (da cui, a parole, si era già distaccato: "Mi avete rotto il cazzo con l'immagine e la disciplina di partito!"), ben rappresentato dalla serie di schermi che si lascia alle spalle uscendo dal senato stesso. Prendere le distanze da questo mondo brutale significa tornare ad affrontare il dolore, senza i calcoli e senza i pronostici, come quelli che ossessionano uno dei medici dell'ospedale in cui è ricoverata Rossa, lo stesso medico che per primo griderà allo scandalo dopo la morte di Eluana, nonostante avesse pensato a lei in termini di quota Snai ("la morte entro oggi è quotata 3:1"). Bellocchio calpesta la divisione manichea e semplicistica del favorevoli/contrari, in un paese in cui nemmeno gli psichiatri, come il senatore interpretato da Herlitzka, hanno voglia di ascoltare gli altri, e si limitano a prescrivere ricette. C'è una ricetta per tutto, in questa Italia cinica e depressa, popolata da persone chiuse e sofferenti. Solo che ogni tanto qualcuno si stanca di obbedire e ritorna alla vita vera. Ritorna a scegliere. Come il senatore Beffardi, come sua figlia che sceglie l'amore di Roberto a scapito delle proteste all'esterno della clinica, come il dottor Pallido (Pier Giorgio Bellocchio) che sceglie di vegliare Rossa, a differenza degli altri medici-esecutori che la reputano un peso. Al contempo vediamo anche Roberto, e la Divina madre, scegliere di sacrificare le proprie vite per amore dei loro famigliari ammalati, lasciandosi alle spalle gli altri affetti e la felicità. Ma chi siamo noi per giudicare le loro scelte? È proprio la Divina madre, con un'interpellazione, a rivelarci il suo più grande dolore: "Io non ho fede, io recito sempre". Interpretare ruoli e non riuscire più a essere se stessi, lo stesso problema che evidentemente riguarda la nostra società, e per fortuna qualcuno ce lo ricorda. La Huppert sceglie il dolore della realtà, e ordina alle domestiche di rimuovere tutti gli specchi da casa, così come Beffardi non prende più parte al mondo dentro lo schermo, per tornare a fare i conti con la vita vera, non quella rappresentata.

Il discorso che Beffardi stesso prepara per dimettersi da quella putrida latrina-sauna in cui alcuni vecchi galleggiano guardando una tv, che bene esemplifica molta politica nostrana, tiene conto di Beppino Englaro, descritto come uno dei pochi con il coraggio e l'onestà di avvalersi delle leggi in questa Italia cinica e depressa. Lo stesso Beffardi, vivendo un caso analogo, aveva staccato la spina della moglie, senza avere il coraggio di affrontare le istituzioni e la sua primogenita Maria. La verità e l'amore, prima di tutto, ribadisce Bellocchio, e con questo devono fare i conti padre e figlia quando si ritrovano alla stazione di Udine, subito dopo una scena che riassume al meglio il clima del periodo: Maria fa i conti con il proprio lutto materno, e piange di fronte ai fiori lasciati davanti alla clinica in cui è morta Eluana. È proprio qui che avvertiamo la profonda e singolare unicità di ogni pensiero, di ogni reazione umana, di fronte alla morte. E non a caso è qui che una signora, mentre affretta il passo e scuote la testa, si lascia scappare il giudizio-insulto da opinionista rodato: "Assassini".

La rappresentazione di Bellocchio termina così com'era iniziata, con Rossa sdraiata, non più in chiesa e non più sola, ma in un ospedale pubblico con accanto Pallido che la guarda. Ecco uno dei primi veri sguardi del film, penetrante, faccia a faccia, che non può passare inosservato come quelli mediati dalle videocamere o dalle superfici riflettenti. Uno sguardo umano, che fa capire a Rossa che, almeno per qualcuno, lei conta qualcosa. E forse non basta l'amore per "salvare" gli altri, ma anche spogliandoci di ogni veste da presunti eroi e da ogni tradizione religioso-politica, non ci resta altro che l'empatia per gli altri esseri umani. Quello che chiamiamo "amore" guida le singole persone in ogni scelta di libertà, qualsiasi essa sia, il resto sono chiacchiere di fondo a cui dovremmo disabituarci.



Andrea Ferri







Regia: Marco Bellocchio

Titolo film: Bella addormentata

Cast:Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitzka

Distribuzione e anno: 01 Distribution, Italia 2012

Altro: Drammatico, 110', uscita nelle sale: 06/09/2012







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