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CLASSICI

Alfredo Ronci

Fallimento di una socializzazione: “Il gelo” di Romano Bilenchi.

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Che scrittore è Romano Bilenchi? Una domanda questa che veniva posta da Massimo Onofri in un passo della Storia generale della Letteratura italiana. Tra le varie risposte ce n’era una che mi sembrava cogliere alla perfezione l’arte di Bilenchi. Quella di Guido Guglielmi che diceva: Bilenchi dice di meno per dire di più. La chiara superficie del racconto rimanda a qualcosa che non è chiaro affatto.
Uno scrittore dunque chiuso e ostile? Niente affatto, anzi, ma nelle semplici rappresentazioni che ci offre, Bilenchi nasconde, forse, qualcosa che anche il più marcato ed espressionista quadro della realtà sembrerebbe evitare.
Prendiamo Il gelo. Questo libro, pubblicato da Rizzoli nel 1982, vari anni dopo le ultime esternazioni dello scrittore, secondo alcuni, anzi, secondo la stragrande maggioranza degli studiosi, è un ritrarsi indietro rispetto alla società che va avanti. Un ricollegarsi, come dice un suo caro estimatore, Geno Pampaloni alle precedenti esperienze letterarie… Romano Bilenchi riprende, dopo quarant’anni, il filo de La siccità e de La miseria, quasi a completare un’ideale trilogia.
Racconta la storia di un sedicenne che, attraverso episodi poco felici, sperimenta una condizione di gelo che sembra attanagliarlo completamente. E il gelo è davvero la parte predominante della storia, a cominciare dalle prime righe del romanzo… Il gelo del sospetto e dell’incomprensione si levò tra me e gli uomini quando avevo sedici anni, al tempo della licenza ginnasiale. Dunque una sorta di chiarezza quasi insostenibile, quasi dentro una luce di fredda metafisica, di secca allegoria.
Non solo, ne Il gelo ritorna, quasi prepotente, la figura dell’adolescente, di colui che attraverso situazioni e combinazioni costruisce, nonostante tutto, il suo futuro. Tra l’altro lo stesso Bilenchi aveva ripetuto più volte che l’oggetto del suo interesse non era l’uomo formato, ma quello che si forma.
E tutto quello che gira intorno al ragazzo, sembra svanire rispetto alle tragedie che il ragazzo subisce. Infatti in un periodo storico ben preciso, s’intenda il fascismo, nulla di questo è rivelato, come se gli elementi non corrompessero le vicende del protagonista.
Diceva ancora Bilenchi: Un romanzo deve cogliere lo spessore della vita, che è fatta di oggetti e di eventi concreti, ma anche di sogni e d’immaginazione. L’importante è cogliere quei rari momenti di turbamento, di emozione in cui l’uomo riesce ad ascoltarsi vivere, a prendere coscienza…
Così come Sergio nel Conservatorio di Santa Teresa, riconosciuto da tutti come il suo capolavoro, giovanissimo alle prese con un mondo fatto di delusioni, sofferenze e del complesso del distacco, così il protagonista de Il gelo subisce una frattura quasi ossessiva dalla realtà, per quanto… Ero un ragazzo calmo, studioso, non molto proclive a legarmi di amicizia con gli altri miei coetanei, poco disposto a partecipare a giochi se non con i pochi amici che avevo fedelissimi.
In verità sembra un ragazzo come tanti altri, eppure … un sottile gelo mi assaliva improvviso, quando la mia fantasia mi faceva trovare dinanzi all’immagine delle persone che si erano intrecciate con la mia esistenza: talvolta divenivo impacciato persino al pensiero dei compagni di scuola, dei ragazzi che frequentavo ogni giorno. Trepidavo anche al minimo cambiamento che intervenisse nelle nostre inclinazioni.
Quello che più ferisce il ragazzo e lo pone in pieno contrasto non solo con gli amici e quindi con persone che possono dividere situazioni concrete, ma anche con soggetti più adulti, in grado cioè di condizionare più concretamente la sua esistenza, è quando (ma qui, permettetemi di dirlo e mi accodo ad altri che hanno esternato lo stesso problema, non dovrebbe entrarci né lo storico né il critico letterario, ma solo lo psicoteraupeta) decide di aprire i cassetti del comò della ragazza figlia dei proprietari della casa in cui soggiornava. Un episodio che sembra ferirlo abbastanza fino a quando il mondo degli adulti non lo qualifica a ragione: E piangevo per la mia innocenza che credevo di aver perso, per il muro di gelo che la famiglia di Sandra aveva finito di erigermi contro, e dietro il gelo per quello che sarebbe stato di me. Ma mia madre bruscamente mi respinse guardandomi con repulsione da capo a piedi. Sul tavolo c’erano delle grosse forbici. Feci per prenderle: volevo colpire Mauro. Lui mi traversò il passo. Porse la mano a mia madre e le disse ironico: “Se ne vada, signora, non faccia più aspettare la carrozza.
Notare le volte in cui ritorna la parola gelo.
Romanzo breve da non mancare.



L’edizione da noi considerata è:

Romano Bilenchi
Il gelo
Rizzoli



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