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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Douglas Coupland

Generazione A

ISBN, Pag. 400 Euro 15,00
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Douglas Coupland aveva saputo battezzare una generazione, diciott'anni fa, scrivendo Generazione X [1992]: la storia di una generazione che si raccontava storie per orientarsi nel proprio tempo, per capire quale fosse la propria identità, e la propria missione (collocazione). Un paio d'anni più tardi, durante il discorso per l'apertura dell'anno accademico alla Syracuse University, Kurt Vonnegut dice qualcosa di divertente (irriverente): "Ora, voi giovinastri volete un nome nuovo per la vostra generazione? O forse no, volete solo trovarvi un lavoro, giusto? Beh, i media ci fanno un grandissimo favore a chiamarvi Generazione X, vero o no? Giusto a due lettere dalla fine dell'alfabeto. E dunque io ora vi battezzo Generazione A e vi dichiaro all'inizio di una serie di trionfi e fallimenti spettacolari, allo stesso modo di Adamo ed Eva tanti anni fa" [La fonte originale, in lingua inglese, sta qui].

Era l'8 maggio 1994. Generation A si apre con due epigrafi. La prima è di quel cialtrone nichilista di Malcolm McLaren, e fa semplicemente ghignare. La seconda è questa qui. E fa meditare. Perché il resto del discorso di Vonnegut dice qualcosa in più di particolarmente seducente e intelligente e condivisibile, e forse Coupland voleva che ognuno di noi prendesse e andasse a cercarlo. Il papà di Mattatoio n.5 prende e domanda scusa ai giovani allievi dell'università di Syracuse, ed è come se parlasse a tutta la nuova generazione di giovani occidentali. "Chiedo scusa: avevo detto che avrei domandato scusa, domando scusa ora. Chiedo scusa per via del terribile casino in cui si trova il pianeta. Ma è sempre stato un casino. Non sono mai esistiti i 'bei vecchi tempi': ci sono stati soltanto 'tempi' [...]. E allora sapete che faccio? Dichiaro tutti membri della Generazione A. Domani è un tempo nuovo per tutti noi". Nel suo discorso non parla di "tempo", ma di "giorni". Loro dicono "Good old days", ho tradotto "tempi" per mantenere il discorso accessibile. Insomma: Vonnegut voleva dire ai ragazzi che non c'era nessuna ragione di disperare per il loro disorientamento e per le loro difficoltà, perché ogni generazione ha le sue ragioni di sofferenza, disorientamento e difficoltà. Una volta è la guerra, una volta è la recessione economica, una volta è la decadenza della cultura, un'altra la pestilenza, un'altra la miseria. Non esiste il giardino dalle mele d'oro, prendete a calci nel culo quelli che vi dicono che ai loro tempi le cose andavano meglio. L'importante è, semplicemente, non mitizzare il passato, perché l'età dell'oro non è esistita mai, con buona pace di quanto asseriva lo storico Eric Hobsbawm, nel suo Il secolo breve. Non ci credete a quei vecchi che vi dicono che il meglio è, in assoluto, alle vostre spalle. È così solo per loro. 

Coupland, nel suo nuovo libro, prende atto delle battute del vecchio grande Vonnegut. E ci accompagna in un futuro prossimo: un futuro in cui, come ha scritto qualche giorno fa Culicchia su "Gioia", la profezia di Einstein è a un passo dall'essersi avverata. Le api si sono estinte ma noi esseri umani siamo ancora in piedi. E se siamo in piedi, forse, è perchè una manciata di noi sono stati punti, improvvisamente, inaspettatamente. In cinque diverse parti del mondo. È successo a Julien, cittadino parigino, intellettualoide e alienato dai videogame, è successo a Samantha, neozelandese che giocava a fare strani toast tra un emisfero e l'altro, è successo a Zack, che disegnava strane cose nel grano, nell'Iowa, è successo a Diana, una ragazza dell'Ontario che soffriva la sindrome di Tourette, è successo ad Hari, un centralinista dello Sri Lanka capace di incredibili trovate commerciali – si fa per dire. I cinque prescelti si ritrovano improvvisamente a guadagnare una fama e una considerazione che non avrebbero mai pensato di poter avere. Li ritroveremo, di lì a poco, catturati da sedicenti scienziati e costretti a fronteggiare strani test, e poi trasferiti in un'isola a metà strada tra Canada e Alaska, a raccontarsi storie a turno: in uno scoperto ["Samantha", pp. 216-217] omaggio postmoderno al nostro Decamerone di Boccaccio. "Raccontiamoci storie di stalker, supereroi e culti", dice una di loro. E ciascuno prende la sua strada. Sullo sfondo, la ricerca dell'umanità d'una droga che sappia alterare la percezione del futuro, diciamo così: e l'illusione di poter trovare il sentiero principe per una nuova narrazione delle nostre vite e della nostra società, per rovesciare l'angoscia dell'autodistruzione, dell'apocalisse prossima ventura. Non senza la solita ironia di Coupland, e non senza qualche incursione nel grottesco (notevole la vicenda dei genitori che ammorbano la figlia ripetendo che non credono più in niente. Come se cambiasse qualcosa: come se fosse vero: come se avesse senso). 

Chiudo, per una volta, con l'incipit del libro. "Com'è possibile essere vivi e non interrogarsi sulle storie di cui ci serviamo per ricucire questo posto che chiamiamo mondo? Senza storie, il nostro universo non è altro che pietre e nuvole e lava e tenebra. È un paesino raso al suolo da ondate di acqua calda che non lasciano traccia di quanto esisteva prima. [...]. E poi cosa fate? Pregate, forse? Cos'è una preghiera se non il desiderio che gli eventi della propria vita si raccolgano a dare forma a una storia, qualcosa che dia senso a eventi che si sa che possiedono un significato? E così io prego". 

La letteratura può salvarci. Credo.





di Gianfranco Franchi


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