RECENSIONI
J.Rodolfo Wilcock
I due allegri indiani
Adelphi, Pag. 297 Euro 19,00
I latini dicevano: omnia mea mecum porto. Cioè, tutto ciò che di buono è mio, lo porto con me. Che se visto da una certa angolazione potrebbe anche ricordare l'atteggiamento dei bimbi e del loro incredibile senso del possesso (per nulla alessandrino) quando si scazzottano per prevalere e per rubare proprietà altrui. Nel caso mio può conciliarsi con l'interrogativo: cosa porteresti su un'isola deserta? Se fossi costretto a menzionar libri, sarebbe dura, ma un pensierino a Wilcock lo farei. Ma non avendo mai subìto restrizioni di sorta (non mi hanno scelto come concorrente dell'Isola dei famosi) la mia pur difficile valutazione s'è estrinsecata in altri modi: come ad esempio antitolare (lo diceva mio padre) ben due rubriche del 'Paradiso' con libri del menzionato Wilcock. Per chi non conosce il nostro immaginifico sito, per i distratti e anche per i più pignoli specifico esattamente: 'La sinagoga degli iconoclasti' e 'Lo stereoscopio dei solitari'.
I due allegri indiani, del 1973, era operina un po' dimenticata anche se alla sua uscita aveva stimolato la curiosità di molti e soprattutto aveva determinato l'affiancamento dello scrittore italo-argentino alla migliore tradizione comica de chisto paese d'o sole: pensiamo, come abbiamo già fatto per il nostro classico Frassineti, a Malerba, Campanile, Cavazzoni e in seguito Villaggio.
Qui si va oltre e la seconda di copertina ci suggerisce lo spunto più corretto: quando l'aggettivo demenziale non era ancora entrato nel lessico della critica italiana, né letteraria né cinematografica né musicale.
Direi giustissimo: impossibile indicare trama de I due allegri indiani tranne forse lasciarsi sfuggire agganci a vari topoi letterari, come l'invio di un manoscritto, la schizofrenica attitudine autorale a dividersi in due se non più di due, a ragionar di cronaca che poi vuol essere satira. E ci mette ancor più di suo lo stesso Wilcock che scrive: ... l'insieme della maggior parte di quel che precede e di quasi tutto quel che segue costituisce uno dei più insoluti e torbidi tra i vari tipi di paradosso elencati nei manuali di logica propedeutica, da registrare accanto ai più noti argomenti cornuti, il cui nome in questo e non di rado in qualunque altro momento ci sfugge, ma che a occhio e croce dovrebbe trovarsi a metà strada tra l'antinomia e lo pseudomenos.
Claro no? Aggiungasi a questo che gli indiani del titolo, con molta probabilità, sono da intendersi italiani, come argomentò anche a suo tempo Siciliano che intuì che i trenta episodi che dovrebbero comporre il romanzo, concernono il costume italiano, i vizi del vivere all'italiana.
Insomma trattasi, come succede spesso in Wilcock, di un gioco meta letterario che nei casi riportati a rubrica dal 'Paradiso' ha funzionato alla meraviglia. Ne I due allegri indiani funziona meno e spesso la resa è stucchevole anche se supportata da una vis comica non indifferente.
Si ride dunque e si sorride, a volte si sbuffa. E spesso gli occhi svisano, azione questa, come tutti sanno, che se riguarda libri riguarda anche una certa predisposizione all'abbiocco.
Val bene comunque una messa, come avrebbe detto Enrico IV di Borbone: di meno, un sermoncino da un curato di campagna.
di Alfredo Ronci
I due allegri indiani, del 1973, era operina un po' dimenticata anche se alla sua uscita aveva stimolato la curiosità di molti e soprattutto aveva determinato l'affiancamento dello scrittore italo-argentino alla migliore tradizione comica de chisto paese d'o sole: pensiamo, come abbiamo già fatto per il nostro classico Frassineti, a Malerba, Campanile, Cavazzoni e in seguito Villaggio.
Qui si va oltre e la seconda di copertina ci suggerisce lo spunto più corretto: quando l'aggettivo demenziale non era ancora entrato nel lessico della critica italiana, né letteraria né cinematografica né musicale.
Direi giustissimo: impossibile indicare trama de I due allegri indiani tranne forse lasciarsi sfuggire agganci a vari topoi letterari, come l'invio di un manoscritto, la schizofrenica attitudine autorale a dividersi in due se non più di due, a ragionar di cronaca che poi vuol essere satira. E ci mette ancor più di suo lo stesso Wilcock che scrive: ... l'insieme della maggior parte di quel che precede e di quasi tutto quel che segue costituisce uno dei più insoluti e torbidi tra i vari tipi di paradosso elencati nei manuali di logica propedeutica, da registrare accanto ai più noti argomenti cornuti, il cui nome in questo e non di rado in qualunque altro momento ci sfugge, ma che a occhio e croce dovrebbe trovarsi a metà strada tra l'antinomia e lo pseudomenos.
Claro no? Aggiungasi a questo che gli indiani del titolo, con molta probabilità, sono da intendersi italiani, come argomentò anche a suo tempo Siciliano che intuì che i trenta episodi che dovrebbero comporre il romanzo, concernono il costume italiano, i vizi del vivere all'italiana.
Insomma trattasi, come succede spesso in Wilcock, di un gioco meta letterario che nei casi riportati a rubrica dal 'Paradiso' ha funzionato alla meraviglia. Ne I due allegri indiani funziona meno e spesso la resa è stucchevole anche se supportata da una vis comica non indifferente.
Si ride dunque e si sorride, a volte si sbuffa. E spesso gli occhi svisano, azione questa, come tutti sanno, che se riguarda libri riguarda anche una certa predisposizione all'abbiocco.
Val bene comunque una messa, come avrebbe detto Enrico IV di Borbone: di meno, un sermoncino da un curato di campagna.
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