RECENSIONI
Fleur Jaeggy
Il dito in bocca
Adelphi, Pag. 104 Euro 12.00
Per qualcuno questa uscita è un evento. Ma andiamo con ordine.
Il libro in questione è del 1968. Onestamente non so, quando uscì, se ottenne un buon successo o se invece naufragò nell’indolenza. Fatto sta però, ma forse in questo un po' di verità esiste, che col romanzo I beati anni del castigo, le cose cambiarono, e di molto, ed il libro d’esordio della scrittrice italo-svizzera, fu in qualche modo ricercato ed, in breve tempo, sparì dalla circolazione tanto che da almeno un decennio, prima di questa edizione, delle sorti de Il dito in bocca, non se ne conosceva esito.
Ora è tornato nelle librerie e crediamo farà la felicità di molti lettori che tra l’altro, convinti di aver fatto una giusta scelta, si lasceranno anche convincere dalle parole di Ingeborg Bachmann che disse (tra l’altro): … L’autrice ha l’invidiabile primo sguardo per le persone e le cose, c’è in lei un insieme di distratta leggerezza e di saggezza autoritaria: da queste capacità contraddittorie nascono dialoghi di una diabolica intelligenza e descrizioni di una semplicità disarmante.
Confesso che tutte queste cose le ha viste la Bachmann, ma non io. Ma questo può anche non essere determinante. La protagonista, tale Lung, non ha mai abbandonato l’abitudine di mettersi il dito in bocca e risponde alle domande mostrando lo smalto delle unghie, ma quello che colpisce ancora di più è che la sua vita sembra essere presa, para para, dalle analisi attente e particolareggiate di Sigmund Freud… Mi ricordo in Camargue di un nano con un compagno che giocavano nella sabbia, avrei desiderato essere un angelo e rincorrerli, soffocarli e diventare una talpa… oppure… Ho così diviso il parquet in tante figure geometriche, anche oblique, e in una di quelle figure mi sono sdraiata, era una giusta combinazione.
A parte quest’ultima “esperienza” che, non vorrei essere presa per matta, ciascuno di noi ha vissuto (io sì e non me ne vergogno a confessarlo), il resto è davvero un insieme di personaggi e di situazioni al limite dell’assurdo e che compone un puzzle a dire la verità non molto concluso.
Crediamo che l’anno di uscita del piccolo romanzo (ripeto:1968) sia una spiegazione: al di là dei tempi (ma c’erano ancora libri del genere) la proposta della Jaeggy sia molto vicina alle esperienze del Gruppo 63 e delle loro involuzioni-evoluzioni narrative.
Altrimenti non so che dire.
di Eleonora del Poggio
Il libro in questione è del 1968. Onestamente non so, quando uscì, se ottenne un buon successo o se invece naufragò nell’indolenza. Fatto sta però, ma forse in questo un po' di verità esiste, che col romanzo I beati anni del castigo, le cose cambiarono, e di molto, ed il libro d’esordio della scrittrice italo-svizzera, fu in qualche modo ricercato ed, in breve tempo, sparì dalla circolazione tanto che da almeno un decennio, prima di questa edizione, delle sorti de Il dito in bocca, non se ne conosceva esito.
Ora è tornato nelle librerie e crediamo farà la felicità di molti lettori che tra l’altro, convinti di aver fatto una giusta scelta, si lasceranno anche convincere dalle parole di Ingeborg Bachmann che disse (tra l’altro): … L’autrice ha l’invidiabile primo sguardo per le persone e le cose, c’è in lei un insieme di distratta leggerezza e di saggezza autoritaria: da queste capacità contraddittorie nascono dialoghi di una diabolica intelligenza e descrizioni di una semplicità disarmante.
Confesso che tutte queste cose le ha viste la Bachmann, ma non io. Ma questo può anche non essere determinante. La protagonista, tale Lung, non ha mai abbandonato l’abitudine di mettersi il dito in bocca e risponde alle domande mostrando lo smalto delle unghie, ma quello che colpisce ancora di più è che la sua vita sembra essere presa, para para, dalle analisi attente e particolareggiate di Sigmund Freud… Mi ricordo in Camargue di un nano con un compagno che giocavano nella sabbia, avrei desiderato essere un angelo e rincorrerli, soffocarli e diventare una talpa… oppure… Ho così diviso il parquet in tante figure geometriche, anche oblique, e in una di quelle figure mi sono sdraiata, era una giusta combinazione.
A parte quest’ultima “esperienza” che, non vorrei essere presa per matta, ciascuno di noi ha vissuto (io sì e non me ne vergogno a confessarlo), il resto è davvero un insieme di personaggi e di situazioni al limite dell’assurdo e che compone un puzzle a dire la verità non molto concluso.
Crediamo che l’anno di uscita del piccolo romanzo (ripeto:1968) sia una spiegazione: al di là dei tempi (ma c’erano ancora libri del genere) la proposta della Jaeggy sia molto vicina alle esperienze del Gruppo 63 e delle loro involuzioni-evoluzioni narrative.
Altrimenti non so che dire.
di Eleonora del Poggio
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