ATTUALITA'
Stefano Torossi
ARRIGO BOITO 1842 - 1918

Alla salute dell’Arte Italiana! / perché la scappi fuora un momentino / dalla cerchia del vecchio e del cretino, / giovane e sana.”
Così esordisce ventunenne nel mondo delle lettere un bellimbusto sbruffone ma geniale e con questi quattro versi riesce a fare infuriare niente meno che Giuseppe Verdi, il quale di anni ne ha più del doppio ed è già famosissimo ma anche permalosissimamente convinto che il giovanotto si riferisca proprio a lui dandogli del vecchio e del cretino.
(Si rischiò brutto. Sappiamo che fecero la pace e poi lui scrisse i libretti di due capolavori di Verdi: ”Otello” e “Falstaff”. Meglio di così non poteva andare a finire).
Quel bellimbusto è Arrigo Boito, nato a Padova, studente a Venezia, che si aggira per Milano anche sotto lo pseudonimo di Tobia Gorrio.
Debutta subito con la doppia personalità di compositore di musica e di poeta librettista. A fine carriera risulterà più riuscito, anche se per poco, nella seconda qualifica, soprattutto, come abbiamo detto, grazie a Verdi.
Seguendo l’onda della gioventù scapestrata dell’epoca, appena preso il diploma con la composizione a quattro mani “Le Sorelle d’Italia” insieme a quello che sarà per tutta la vita il suo compagnone e amico fraterno Franco Faccio, se ne va a Parigi. Lì i due assistono alla tempestosa prima del Tannhauser di Wagner, su cui lui scrive un articolo di critica musicale per il giornale milanese “La Perseveranza” e conoscono e frequentano Rossini, Berlioz, Gounod e tutti gli altri nomi famosi che come satelliti orbitano nel cielo di quella magica città.
Rapida puntata in Polonia, patria di mammà, la contessa Radolinska (il marito della contessa, nonché suo padre, Silvestro, è un bellunese pittore di paesaggi e miniature) e qui, sempre insieme come il Gatto e la Volpe debuttano con l’opera ”Amleto”; musica di uno, libretto dell’altro: Faccio – Boito.
Di ritorno a Milano si tuffano nella Scapigliatura, frequentano i salotti che contano e Arrigo pubblica con immediato successo novelle, poesie, recensioni teatrali e musicali, e fonda il “Figaro”.
Nel 1866 colpo di testa! I due si arruolano nei volontari di Garibaldi e vanno a combattere la Terza Guerra d’Indipendenza.
Salvata la pelle e tornati a casa, Boito, stavolta da solo (testo e musica), mette in scena il “Mefistofele”, prontamente e clamorosamente bocciato dal pubblico, forse anche a causa dell’inesperta direzione d’orchestra dell’autore. Immediatamente revisionato e ridotto nella durata, è ripresentato a Bologna, stavolta con clamoroso successo, ed entra trionfalmente nel repertorio stabile dei teatri, da cui non è più uscito.
Messa da parte questa prima esperienza come compositore, Gorrio (Boito) saggiamente si dedica ai libretti: “La Gioconda” per Ponchielli, “La falce” per Catalani, e, come abbiamo già detto, le grandi ultime opere di Verdi che con la loro nascita suggellano (malgrado la ruggine provocata dal poemetto sbruffone di vent’anni prima) una grande amicizia fra i due.
Altro clamore si crea intorno alla turbinosa passione fra Arrigo e la celeberrima attrice Eleonora Duse. I due peccatori si incontrano nel castello di un comune amico a Ivrea. Per non separare troppo il letto dalla scrivania, Boito traduce per lei da Shakespeare “Antonio e Cleopatra”, “Giulietta e Romeo” e “Macbeth”. Gliela ruberà D’Annunzio, e quando lei e il Vate litigano, lui la riprenderà ma solo come “tenera amica”.
Fin dall’inizio c’è un progetto che gli ha riempito la vita: il “Nerone”, una tragedia lirica in cinque atti alla quale lavora da sempre facendo e disfacendo partitura e libretto. Quando Verdi muore nel 1901 pubblica in forma di tragedia quest’ultimo, con un grande e inaspettato successo (quando mai un libretto ha interessato il pubblico senza la musica?).
Il “Nerone”: non gli bastano cinquant’anni per completarlo, anche se negli ultimi tempi si chiude in casa e non vede nessuno per mesi pur di avere la concentrazione necessaria. Quando muore anche lui, a sistemarlo ci pensa Arturo Toscanini con due collaboratori: Smareglia e Tommasini. Attesa per una vita dal pubblico l’opera va in scena alla Scala il primo maggio del 1924, ad autore morto ormai da sei anni. È un trionfo, anche come incasso al botteghino.
È interessante notare che l’EIAR, antenata della RAI, propone di trasmettere in diretta la prima esecuzione del Nerone, ma Toscanini (diffidente, da vecchio leone, di quella moderna diavoleria che era la radio) rifiuta.
Quattro anni dopo il Nerone viene scelto per l’inaugurazione del nuovissimo Teatro dell’Opera di Roma.
Purtroppo, con il passare del tempo, il pubblico e i teatri mostrano sempre meno interesse per quest’opera, anche perché l’allestimento è talmente gigantesco da costare troppo, finché il lavoro scompare dai programmi.
E ancora non è ricomparso.
Così esordisce ventunenne nel mondo delle lettere un bellimbusto sbruffone ma geniale e con questi quattro versi riesce a fare infuriare niente meno che Giuseppe Verdi, il quale di anni ne ha più del doppio ed è già famosissimo ma anche permalosissimamente convinto che il giovanotto si riferisca proprio a lui dandogli del vecchio e del cretino.
(Si rischiò brutto. Sappiamo che fecero la pace e poi lui scrisse i libretti di due capolavori di Verdi: ”Otello” e “Falstaff”. Meglio di così non poteva andare a finire).
Quel bellimbusto è Arrigo Boito, nato a Padova, studente a Venezia, che si aggira per Milano anche sotto lo pseudonimo di Tobia Gorrio.
Debutta subito con la doppia personalità di compositore di musica e di poeta librettista. A fine carriera risulterà più riuscito, anche se per poco, nella seconda qualifica, soprattutto, come abbiamo detto, grazie a Verdi.
Seguendo l’onda della gioventù scapestrata dell’epoca, appena preso il diploma con la composizione a quattro mani “Le Sorelle d’Italia” insieme a quello che sarà per tutta la vita il suo compagnone e amico fraterno Franco Faccio, se ne va a Parigi. Lì i due assistono alla tempestosa prima del Tannhauser di Wagner, su cui lui scrive un articolo di critica musicale per il giornale milanese “La Perseveranza” e conoscono e frequentano Rossini, Berlioz, Gounod e tutti gli altri nomi famosi che come satelliti orbitano nel cielo di quella magica città.
Rapida puntata in Polonia, patria di mammà, la contessa Radolinska (il marito della contessa, nonché suo padre, Silvestro, è un bellunese pittore di paesaggi e miniature) e qui, sempre insieme come il Gatto e la Volpe debuttano con l’opera ”Amleto”; musica di uno, libretto dell’altro: Faccio – Boito.
Di ritorno a Milano si tuffano nella Scapigliatura, frequentano i salotti che contano e Arrigo pubblica con immediato successo novelle, poesie, recensioni teatrali e musicali, e fonda il “Figaro”.
Nel 1866 colpo di testa! I due si arruolano nei volontari di Garibaldi e vanno a combattere la Terza Guerra d’Indipendenza.
Salvata la pelle e tornati a casa, Boito, stavolta da solo (testo e musica), mette in scena il “Mefistofele”, prontamente e clamorosamente bocciato dal pubblico, forse anche a causa dell’inesperta direzione d’orchestra dell’autore. Immediatamente revisionato e ridotto nella durata, è ripresentato a Bologna, stavolta con clamoroso successo, ed entra trionfalmente nel repertorio stabile dei teatri, da cui non è più uscito.
Messa da parte questa prima esperienza come compositore, Gorrio (Boito) saggiamente si dedica ai libretti: “La Gioconda” per Ponchielli, “La falce” per Catalani, e, come abbiamo già detto, le grandi ultime opere di Verdi che con la loro nascita suggellano (malgrado la ruggine provocata dal poemetto sbruffone di vent’anni prima) una grande amicizia fra i due.
Altro clamore si crea intorno alla turbinosa passione fra Arrigo e la celeberrima attrice Eleonora Duse. I due peccatori si incontrano nel castello di un comune amico a Ivrea. Per non separare troppo il letto dalla scrivania, Boito traduce per lei da Shakespeare “Antonio e Cleopatra”, “Giulietta e Romeo” e “Macbeth”. Gliela ruberà D’Annunzio, e quando lei e il Vate litigano, lui la riprenderà ma solo come “tenera amica”.
Fin dall’inizio c’è un progetto che gli ha riempito la vita: il “Nerone”, una tragedia lirica in cinque atti alla quale lavora da sempre facendo e disfacendo partitura e libretto. Quando Verdi muore nel 1901 pubblica in forma di tragedia quest’ultimo, con un grande e inaspettato successo (quando mai un libretto ha interessato il pubblico senza la musica?).
Il “Nerone”: non gli bastano cinquant’anni per completarlo, anche se negli ultimi tempi si chiude in casa e non vede nessuno per mesi pur di avere la concentrazione necessaria. Quando muore anche lui, a sistemarlo ci pensa Arturo Toscanini con due collaboratori: Smareglia e Tommasini. Attesa per una vita dal pubblico l’opera va in scena alla Scala il primo maggio del 1924, ad autore morto ormai da sei anni. È un trionfo, anche come incasso al botteghino.
È interessante notare che l’EIAR, antenata della RAI, propone di trasmettere in diretta la prima esecuzione del Nerone, ma Toscanini (diffidente, da vecchio leone, di quella moderna diavoleria che era la radio) rifiuta.
Quattro anni dopo il Nerone viene scelto per l’inaugurazione del nuovissimo Teatro dell’Opera di Roma.
Purtroppo, con il passare del tempo, il pubblico e i teatri mostrano sempre meno interesse per quest’opera, anche perché l’allestimento è talmente gigantesco da costare troppo, finché il lavoro scompare dai programmi.
E ancora non è ricomparso.
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