CLASSICI
Massimo Grisafi
Roberto Bolaño "Un romanzetto lumpen"

Bisognava che prima o dopo arrivassi a parlare di Bolaño, uno dei maggiori esponenti della letteratura sudamericana dei nostri tempi. Non l’ho fatto attraverso le sue opere maggiori, però, quelle mastodontiche come 2666 o I detective selvaggi; no, l’ho fatto invece rileggendo uno dei suoi romanzi minori, poco più di un racconto lungo, che lui stesso, nel titolo, bolla come una “novelita lumpen”.
Qualche casa editrice, in Italia, ha tradotto l’aggettivo con “canaglia”, ma a me questo termine non piace e sono contento che l’Adelphi, nel pubblicarlo, abbia conservato il vocabolo che ha usato Bolaño in origine, anche se io, ignorante di lingue come sono, ho dovuto cercarne su Google il significato. Lumpen, in tedesco, associato alla parola proletariat, indica esattamente il sottoproletariato, cioè quella categoria di persone poco considerate che vivono ai margini della società, quasi sempre in casermoni grigi e superaffollati, che si muovono nell’ombra, destinati solo a sopravvivere alla vita stessa. Se Bolaño l’ha scelta questa parola, lo ha fatto per un motivo ben preciso: non canaglia, quindi, bensì lumpenproletariat, nel senso di miserabile, senza possibilità di riscatto. Senza futuro.
E proprio senza futuro appaiono i protagonisti di questo romanzo, due adolescenti rimasti orfani che si ritrovano, d’improvviso e senza più una guida, a dover affrontare la loro esistenza. Bianca, la narratrice, fragile ma lucida nel raccontare e suo fratello, mai chiamato per nome, inetto e trascinato dagli eventi. Accanto a loro due improbabili soggetti, il “bolognese” e il “libico” che condivideranno a turno il letto con Bianca, facendola scivolare in un’apatia profonda.
L’intera vicenda si svolge a Roma, e non appare strano che Bolaño abbia scelto proprio questa città per ambientarci la storia: un intellettuale come lui non poteva non conoscere le opere di due grandi scrittori italiani, Moravia e Pasolini. E tanti sono, a mio avviso, i richiami che il libro rimanda ai “Racconti romani” del primo o ai “Ragazzi di vita” del secondo. Certamente non è più la Roma degradata di quegli anni, la Roma con le borgate disastrate, le baracche, le macerie del dopoguerra; i due fratelli vivono nella casa dei genitori in Piazza Sonnino, per un certo periodo frequentano la scuola, hanno, per quel che gli servirà, un certo substrato che i ragazzi di vita non avevano; però ogni epoca e ogni contesto sociale producono disagio ed emarginazione, così i due fratelli scivolano molto presto in una routine squallida e monotona.
Quando i tre maschi intravedono la possibilità di fare un colpo che li possa arricchire, coinvolgono Bianca in uno squallido piano. Hanno conosciuto un tale, detto Maciste, un ex attore famoso per aver interpretato alcuni kolossal, un gigante ormai in declino e completamente cieco che sembra nascondere in casa un discreto malloppo. I tre convincono Bianca a circuirlo, a ottenere la sua fiducia per poter poi individuare la cassaforte e derubarlo; un piano palesemente da dilettanti, ma lasciano la ragazza a prostituirsi nella casa dell’attore sperando che scovi il bottino.
Per Bianca l’esperienza in quella casa, enorme come chi la abita, al semibuio, oppressa dalle attenzioni e dalle cure di Maciste, si rivelerà alla fine più preziosa di qualsiasi altro insegnamento. Sarà il passaggio all’età adulta, qualcosa di molto simile all’amore senza però che lo sia veramente. Spererà quasi di non riuscire a trovare i soldi per poter ritornare giorno dopo giorno in quella casa.
La narrazione del libro è dura e veloce, non c’è spazio per i nomi, per le descrizioni, per i paesaggi. Tutto è azione e movimento, Roma è solo un groviglio di strade e di piazze, di case e stanze buie. C’è un televisore dove poter seguire i quiz, anestetizzandosi senza pensare a niente.
Dal romanzo è stato tratto anche un bel film, “Il futuro”, con un magnifico Rutger Hauer nei panni di Maciste; probabilmente per motivi cinematografici la regista cilena ha inserito qualche scena in più che nel libro non c’era, vale la pena vederlo.
Novelita lumpen, però, rimane senza dubbio uno degli ultimi bei regali che Roberto Bolaño ci ha fatto.
L'edizione da noi considerata è:
Roberto Bolano
Romanzetto lumpen
Adelphi
Qualche casa editrice, in Italia, ha tradotto l’aggettivo con “canaglia”, ma a me questo termine non piace e sono contento che l’Adelphi, nel pubblicarlo, abbia conservato il vocabolo che ha usato Bolaño in origine, anche se io, ignorante di lingue come sono, ho dovuto cercarne su Google il significato. Lumpen, in tedesco, associato alla parola proletariat, indica esattamente il sottoproletariato, cioè quella categoria di persone poco considerate che vivono ai margini della società, quasi sempre in casermoni grigi e superaffollati, che si muovono nell’ombra, destinati solo a sopravvivere alla vita stessa. Se Bolaño l’ha scelta questa parola, lo ha fatto per un motivo ben preciso: non canaglia, quindi, bensì lumpenproletariat, nel senso di miserabile, senza possibilità di riscatto. Senza futuro.
E proprio senza futuro appaiono i protagonisti di questo romanzo, due adolescenti rimasti orfani che si ritrovano, d’improvviso e senza più una guida, a dover affrontare la loro esistenza. Bianca, la narratrice, fragile ma lucida nel raccontare e suo fratello, mai chiamato per nome, inetto e trascinato dagli eventi. Accanto a loro due improbabili soggetti, il “bolognese” e il “libico” che condivideranno a turno il letto con Bianca, facendola scivolare in un’apatia profonda.
L’intera vicenda si svolge a Roma, e non appare strano che Bolaño abbia scelto proprio questa città per ambientarci la storia: un intellettuale come lui non poteva non conoscere le opere di due grandi scrittori italiani, Moravia e Pasolini. E tanti sono, a mio avviso, i richiami che il libro rimanda ai “Racconti romani” del primo o ai “Ragazzi di vita” del secondo. Certamente non è più la Roma degradata di quegli anni, la Roma con le borgate disastrate, le baracche, le macerie del dopoguerra; i due fratelli vivono nella casa dei genitori in Piazza Sonnino, per un certo periodo frequentano la scuola, hanno, per quel che gli servirà, un certo substrato che i ragazzi di vita non avevano; però ogni epoca e ogni contesto sociale producono disagio ed emarginazione, così i due fratelli scivolano molto presto in una routine squallida e monotona.
Quando i tre maschi intravedono la possibilità di fare un colpo che li possa arricchire, coinvolgono Bianca in uno squallido piano. Hanno conosciuto un tale, detto Maciste, un ex attore famoso per aver interpretato alcuni kolossal, un gigante ormai in declino e completamente cieco che sembra nascondere in casa un discreto malloppo. I tre convincono Bianca a circuirlo, a ottenere la sua fiducia per poter poi individuare la cassaforte e derubarlo; un piano palesemente da dilettanti, ma lasciano la ragazza a prostituirsi nella casa dell’attore sperando che scovi il bottino.
Per Bianca l’esperienza in quella casa, enorme come chi la abita, al semibuio, oppressa dalle attenzioni e dalle cure di Maciste, si rivelerà alla fine più preziosa di qualsiasi altro insegnamento. Sarà il passaggio all’età adulta, qualcosa di molto simile all’amore senza però che lo sia veramente. Spererà quasi di non riuscire a trovare i soldi per poter ritornare giorno dopo giorno in quella casa.
La narrazione del libro è dura e veloce, non c’è spazio per i nomi, per le descrizioni, per i paesaggi. Tutto è azione e movimento, Roma è solo un groviglio di strade e di piazze, di case e stanze buie. C’è un televisore dove poter seguire i quiz, anestetizzandosi senza pensare a niente.
Dal romanzo è stato tratto anche un bel film, “Il futuro”, con un magnifico Rutger Hauer nei panni di Maciste; probabilmente per motivi cinematografici la regista cilena ha inserito qualche scena in più che nel libro non c’era, vale la pena vederlo.
Novelita lumpen, però, rimane senza dubbio uno degli ultimi bei regali che Roberto Bolaño ci ha fatto.
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