RECENSIONI
Hans Magnus Enzesberger
Il perdente radicale
Einaudi, Pag.74 Euro 8,00
Chi è il "perdente radicale"? Non soltanto un vinto, non un semplice fallito. Per arrivare a questa condizione bisogna che un uomo (poiché secondo l'autore questa è una condizione quasi esclusivamente maschile) avverta il senso di una caduta ineluttabile, abbracci l'identità di perdente e ne faccia una specie di disperata ragione di vita.
... il perdente radicale si ritrae in disparte, diventa invisibile, coltiva il suo fantasma, raduna le proprie energie e attende la sua ora.
La globalizzazione ha fatto la sua parte, nel far sì che al mondo esistano sempre più perdenti: i mezzi di comunicazione sottopongono a confronti spietati, e il progresso crea aspettative che non sempre si possono soddisfare.
Il tarlo ossessivo che tormenta il perdente è un confronto che perpetuamente si risolve a suo sfavore.
La rabbia che si accumula costituisce un enorme potenziale distruttivo, che cova in attesa di esplodere. Un perdente radicale, finché rimane un individuo isolato, è candidato alla cronaca nelle vesti di un padre che stermina la famiglia, o di uno studente che fa fuoco sull'intera classe dei suoi compagni. Ma là dove il perdente esce dall'isolamento e si socializza, unendosi ad un collettivo di suoi simili, e tanto più se qualcuno gli fornisce un'idea guida, qualunque sia, che faccia da detonatore, allora la situazione cambia.
Allora l'energia distruttiva insita in lui si potenzia a mancanza di scrupoli estrema; si crea un amalgama di desiderio di morte e di megalomania, e all'impotenza subentra un catastrofale senso di onnipotenza.
Questo, secondo l'Autore, spiega fenomeni come la follia della Germania nazista, quando uno stuolo di perdenti generati dalla repubblica di Weimar si coagulò intorno all'idea paranoica di un complotto mondiale. Il loro vero obiettivo non era la vittoria ma lo sterminio, il dissolvimento, il suicidio collettivo, la fine con orrore.
Enzesberger passa poi a considerare l'attuale fenomeno del terrorismo islamico, mettendolo in relazione con la frustrazione provocata dall'impressionante declino del mondo arabo, che un tempo poteva ben gloriarsi della propria superiorità militare, economica e culturale. Secondo la sua analisi l'attentatore suicida è un perfetto esempio di perdente radicale.
La stessa disperazione per il proprio fallimento, la stessa ricerca di capri espiatori, la stessa perdita di realtà, lo stesso bisogno di vendetta, la stessa paranoia maschilista, lo stesso senso compensatorio di superiorità, la fusione di distruzione e autodistruzione e il desiderio coatto di diventare ... padroni della vita altrui e della propria morte.
Che si condivida o meno il punto di vista dell'Autore, bisogna riconoscere a questo saggio l'incommensurabile pregio di un linguaggio diretto, semplice ed efficace. La chiarezza delle idee, la coerenza di un ragionamento lineare che si snoda agile, senza dispersioni o inutili intellettualismi, rendono la lettura gradevole (ma anche cupamente suggestiva, nel suo pessimismo senza sconti).
di Giovanna Repetto
... il perdente radicale si ritrae in disparte, diventa invisibile, coltiva il suo fantasma, raduna le proprie energie e attende la sua ora.
La globalizzazione ha fatto la sua parte, nel far sì che al mondo esistano sempre più perdenti: i mezzi di comunicazione sottopongono a confronti spietati, e il progresso crea aspettative che non sempre si possono soddisfare.
Il tarlo ossessivo che tormenta il perdente è un confronto che perpetuamente si risolve a suo sfavore.
La rabbia che si accumula costituisce un enorme potenziale distruttivo, che cova in attesa di esplodere. Un perdente radicale, finché rimane un individuo isolato, è candidato alla cronaca nelle vesti di un padre che stermina la famiglia, o di uno studente che fa fuoco sull'intera classe dei suoi compagni. Ma là dove il perdente esce dall'isolamento e si socializza, unendosi ad un collettivo di suoi simili, e tanto più se qualcuno gli fornisce un'idea guida, qualunque sia, che faccia da detonatore, allora la situazione cambia.
Allora l'energia distruttiva insita in lui si potenzia a mancanza di scrupoli estrema; si crea un amalgama di desiderio di morte e di megalomania, e all'impotenza subentra un catastrofale senso di onnipotenza.
Questo, secondo l'Autore, spiega fenomeni come la follia della Germania nazista, quando uno stuolo di perdenti generati dalla repubblica di Weimar si coagulò intorno all'idea paranoica di un complotto mondiale. Il loro vero obiettivo non era la vittoria ma lo sterminio, il dissolvimento, il suicidio collettivo, la fine con orrore.
Enzesberger passa poi a considerare l'attuale fenomeno del terrorismo islamico, mettendolo in relazione con la frustrazione provocata dall'impressionante declino del mondo arabo, che un tempo poteva ben gloriarsi della propria superiorità militare, economica e culturale. Secondo la sua analisi l'attentatore suicida è un perfetto esempio di perdente radicale.
La stessa disperazione per il proprio fallimento, la stessa ricerca di capri espiatori, la stessa perdita di realtà, lo stesso bisogno di vendetta, la stessa paranoia maschilista, lo stesso senso compensatorio di superiorità, la fusione di distruzione e autodistruzione e il desiderio coatto di diventare ... padroni della vita altrui e della propria morte.
Che si condivida o meno il punto di vista dell'Autore, bisogna riconoscere a questo saggio l'incommensurabile pregio di un linguaggio diretto, semplice ed efficace. La chiarezza delle idee, la coerenza di un ragionamento lineare che si snoda agile, senza dispersioni o inutili intellettualismi, rendono la lettura gradevole (ma anche cupamente suggestiva, nel suo pessimismo senza sconti).
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