RECENSIONI
Alberto Vigevani
L'invenzione
Sellerio, Pag. 171 Euro 12,00
Ci vuole molto a pubblicare un piccolo capolavoro?
Ci vuole molto a restituire al lettore la magia di avvenimenti che sembrano distanti nel tempo (poco appropriati) ma che invece costituiscono l’essenza stessa della storia?
Sellerio ha pubblicato un piccolo capolavoro, e lo ha fatto stando dietro ad un autore che già nel corso della sua esistenza aveva ottenuto stima e considerazione dai grandi. Autore che si lasciò amare per una sorta di candore quasi adolescenziale delle vicende, e che qui, ne L’invenzione, trova il rendiconto più realistico e poetico della sua narrativa.
Una storia ambientata negli anni trenta, precisamente nel ’38, ma che non tratta le vicende razziali che l’Italia adottò per compiacere anche le aspettative del regime nazista di Hitler. Una storia che vede protagonisti due giovani ebrei, di cui uno più spigliato ed attivo e l’altro, Leonardo, chiuso tra un’effettiva ritrosia e una malattia che lo costringerà spesso alla costrizione e all’assenza.
Dice colui che racconta: Lo scarso spazio che vi credevo occupato da Leonardo si dilata, indica una zona vuota e in fondo ambigua, che è meglio tenti di colmare andando alla ricerca di me stesso allora.
In realtà non nasce, tra i due, una vera e propria amicizia, ma la resistenza dell’uno e la vitalità dell’altro sembrano in qualche modo allargare la possibilità di far presa e di essere l’uno la conseguenza dell’altro.
E il punto d’incontro tra i due è l’invenzione, cioè una storia inventata da colui che racconta e che in qualche modo stregherà Leonardo: Belle, una ragazza biondissima e di alto rango. Inseguivo Belle in mezzo al giostrare della primavera: la sua agile figura vi guizzava come una trota d’argento in una pozza.
Ma Belle rimarrà un’epifania mai concretizzata. Ma una debole luce che in qualche modo farà riavvicinare i due ragazzi.
Scriveva Bacchelli del romanzo: Una storia della quale non si perde e non si dimentica niente.
Vero: un piccolo capolavoro.
di Alfredo Ronci
Ci vuole molto a restituire al lettore la magia di avvenimenti che sembrano distanti nel tempo (poco appropriati) ma che invece costituiscono l’essenza stessa della storia?
Sellerio ha pubblicato un piccolo capolavoro, e lo ha fatto stando dietro ad un autore che già nel corso della sua esistenza aveva ottenuto stima e considerazione dai grandi. Autore che si lasciò amare per una sorta di candore quasi adolescenziale delle vicende, e che qui, ne L’invenzione, trova il rendiconto più realistico e poetico della sua narrativa.
Una storia ambientata negli anni trenta, precisamente nel ’38, ma che non tratta le vicende razziali che l’Italia adottò per compiacere anche le aspettative del regime nazista di Hitler. Una storia che vede protagonisti due giovani ebrei, di cui uno più spigliato ed attivo e l’altro, Leonardo, chiuso tra un’effettiva ritrosia e una malattia che lo costringerà spesso alla costrizione e all’assenza.
Dice colui che racconta: Lo scarso spazio che vi credevo occupato da Leonardo si dilata, indica una zona vuota e in fondo ambigua, che è meglio tenti di colmare andando alla ricerca di me stesso allora.
In realtà non nasce, tra i due, una vera e propria amicizia, ma la resistenza dell’uno e la vitalità dell’altro sembrano in qualche modo allargare la possibilità di far presa e di essere l’uno la conseguenza dell’altro.
E il punto d’incontro tra i due è l’invenzione, cioè una storia inventata da colui che racconta e che in qualche modo stregherà Leonardo: Belle, una ragazza biondissima e di alto rango. Inseguivo Belle in mezzo al giostrare della primavera: la sua agile figura vi guizzava come una trota d’argento in una pozza.
Ma Belle rimarrà un’epifania mai concretizzata. Ma una debole luce che in qualche modo farà riavvicinare i due ragazzi.
Scriveva Bacchelli del romanzo: Una storia della quale non si perde e non si dimentica niente.
Vero: un piccolo capolavoro.
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