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CLASSICI

Alfredo Ronci

L’ossessione dell’uomo moderno: “Il circolo Otes” di Giuseppe D’Agata.

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Iniziamo questa recensione correggendo un errore. L’errore è di chi ha fatto la presentazione del libro dicendo: “Il grosso pubblico lo ha imparato a conoscere dopo il successo de Il medico della mutua (Feltrinelli 1964) dal quale Luciano Salce sta ricavando un film, che avrà come protagonista Ugo Tognazzi”.
Gli errori in realtà sono due: il regista del film fu poi Luigi Zampa, ma soprattutto, l’attore principale della pellicola fu, come dimenticarlo, Alberto Sordi. Errori che solo oggi posso essere corretti ma che non tolgono nulla all’autore delle storie. Autore che ebbe, appunto negli anni sessanta, l’apprezzamento e l’intenzione della pubblicazione da parte di Elio Vittorini.
Il 1966 fu, letterariamente parlando, un anno difficile e complicato, reso ancor più ostico da tutta una parte dell’editoria nazionale che vedeva nella vecchia guardia narrativa, pensiamo soprattutto ai neorealisti e agli estimatori del romanzo-romanzo, una stasi addirittura ecumenica che avrebbe portato la letteratura intera alla débacle. Il Gruppo 63 fece della narrativa nazionale un punto essenziale della rivolta, includendo in questa nomi che invece col tempo assunsero dignità e prestigio di altro conto (pensiamo a Cassola per esempio).
E il 1966 per D’Agata fu un punto di svolta. Mentre Il medico della mutua, pur con le sue problematiche vigenti, rappresentava un continuum letterario che non si distaccava da percorsi narrativi già compiuti, Il circolo Otes fu invece un tentativo riuscito d’impiegare fortificazioni narrative d’improvvisazioni accanto a segnali invece più aderenti al corso effettivo del tempo.
Cos’è dunque il Circolo Otes? E’ un circolo che racchiude giovani scrittori alla prese con una nuova ridifinizione della letteratura. “Oltre a realizzare corsi di scienza e tecnica, esso si propone di demistificare la realtà sociale, e di promuovere quindi uno sviluppo della coscienza di classe, sia pure a livello pre-operativo (prerivoluzionario), come coscienza di un futuro esercizio del potere”.
E’ chiaro che siamo di fronte ad un reperto storico di assoluta importanza sociale e a questo si aggiunga una ricerca sociologica che prevede una classificazione di scrittori di gruppo A e di gruppo B. Quelli di gruppo A appartengono alle zone centrali di Milano e Roma, mentre quelli di gruppo B appartengono ai residenti negli altri centri.
Dice, a riguardo, lo scrittore e critico letterario d’allora, Roberto Roversi: “Un romanzo per tutti, dunque, nel senso che ogni lettore può usufruirlo, rivoltarlo, aprirlo, discuterlo, intenderlo, rifiutarlo; ma anche un libro che si pone subito, col rigore delle opere elaborate con cura, entro la querelle odierna alle opere narrative, al romanzo; concorrendo, col supporto della propria calcolata ‘genericità’ a contraddirla e superarla, in qualche modo”.
Il lettore, volendo, può anche affezionarsi ai due protagonisti (anche se, a ben pensarci, l’affetto e la predilezione è rivolta soprattutto ad Al, lo scrittore che ben presto morirà); perché pur scomparendo prima del finale del romanzo, Giuseppe D’Agata gli regala la conclusione, narrando il finale del suo romanzo, romanzo oltretutto poco rivoluzionario.
Dice Al ad un certo punto: “Lo so. Ma non vado là per divertirmi. Buona parte del tempo l’occuperò per scrivere. Là potrò meglio rendermi conto della nuova realtà operaia, rinforzare l’ideologia nel cuore dell’industria”.
Sembrerebbe  chiaro che l’essenza del romanzo e dei due protagonisti sembra quella di costruire storie rivoluzionarie e soprattutto politiche, perché altrimenti la letteratura “è arcadia e conservazione per un buon marxista”. Non solo, l’industria culturale borghese mantiene i consumi in modo che i lettori abbiano la bocca facile, con poche pretese.
Chi si mette a leggere il romanzo oggi, credo, opti per una soluzione che forse è la stessa di D’Agata, che pur non sottovalutando le esigenze del momento e soprattutto la crudele campagna del Gruppo 63, indirizzò la storia verso un altro passato, un passato diverso, che sfiora addirittura gli animi jazz e si trasforma tutta di un tratto in una storia non per niente rivoluzionariamente pianificata.


L’edizione da noi considerata è:

Giuseppe D’Agata
Il Circolo Otes
Feltrinelli



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