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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Paolo Zardi

La gente non esiste

Neo Edizioni, Pag. 200 Euro 14,00
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Potrebbe meravigliare la contiguità, nella stessa raccolta, fra racconti di fantascienza o comunque fantastici (non molti, ma di evidente collocazione) e racconti, per così dire, quotidiani. Ho trovato simili accostamenti raramente, in raccolte di autori come Michael Faber, tanto per fare un esempio. Per rimanere a quest’ultimo, si può trovare una omogeneità nella particolare cifra dell’autore, che lo porta a osservare il quotidiano con la lente del fantastico. Al contrario, Zardi osserva l’argomento fantastico con la lente del quotidiano. Ne troviamo un felice esempio nel racconto Botole. Il fatto che in un punto preciso dell’orto ci sia una sorta di canale di comunicazione con il passato, assume un significato così importante nella dinamica di una famiglia da far trascurare, infine, la questione del come e del perché.
   “Mamma, quella storia dell’orto… ne possiamo parlare?”
   “Cosa c’è da dire?”
   “Ci passi ore intere”.
   (…)
   “Parlo tra me e me. Sai, l’età”. Era imbarazzata.
   “Tendi le mani. Canti. Mandi baci. Chi c’è là, oltre a te?”
   Certo, il fenomeno in sé appare incredibile al primo impatto, ma una volta accettata l’evidenza l’attenzione si concentra tutta sull’opportunità di parlare con le persone morte e rivivere scene del passato. Così non è la famiglia a fare da sfondo al prodigio, bensì il prodigio che si piega da subito a fare la sua parte nel districare la matassa delle relazioni familiari.
   Un altro esempio è Urano, dove il rapporto fra una ragazza e il fratello disabile è disegnato con mano delicatissima, tale da ridefinire gli aspetti potenzialmente scabrosi in un contesto di profonda compassione umana. Il fatto (ipotizzato ma indimostrabile) che si sia alla vigilia della fine del mondo, non appare di per sé rilevante se non per la funzione di rendere unica e definitiva ogni azione e ogni scelta. Sull’orlo del nulla, la scala dei valori deve necessariamente raggiungere l’equilibrio perfetto.
   Ventisette racconti, tutti diversi. Alcuni più convincenti, altri meno, ma in nessun caso banali. C’è sempre un’attenzione alla vita così com’è, con le sue assurdità e la sua poesia nascosta. Alle relazioni familiari, inevitabilmente contraddittorie e talvolta contorte. Al progredire dell’età e alle trasformazioni che questo comporta nel corpo e nella psiche delle persone, e nei rapporti fra loro. Nel bene e nel male. Un po’ di tristezza, ma anche un filo di ironia accompagna lo sguardo che si sofferma sugli anziani. Come quando si racconta della sessualità di una vecchia coppia, apparentemente spenta, ma suscettibile all’esempio dei vicini di casa (Le sottili pareti del cuore).
   Dicevo che nella prosa di Zardi il realismo spesso amoreggia con la fantasia, la realtà con il surreale. Forse la chiave del gioco è quella espressa in uno dei racconti, Un sogno, in cui uno dei suoi personaggi si lamenta con lui, l’autore, del trattamento che gli ha inflitto. È una donna, malata terminale, che fra insulti e suppliche gli chiede di cambiare il suo destino. In fondo è lui che scrive, può decidere. Ma lui si sente vincolato alla coerenza.
   Non è semplice, ho pensato. Il realismo magico non mi è mai piaciuto, il fantasy mi fa orrore e il tempo delle favole è finito da un pezzo. Cos’altro mi rimaneva? In un romanzo di Kafka, trasformata in uno scarafaggio, sarebbe comunque morta.
   Allora, cosa hai deciso? Mi ha detto.
   Fantascienza, le ho risposto.

di Giovanna Repetto


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