RECENSIONI
J.C.Chaumette
Le stagioni del Maligno
Gargoyle Books, Pag. 207 Euro 12,50
Non esiste il sostantivo di sornione/a: ed è incerto anche l'etimo della parola. Pare derivi dal latino 'surnia' che significa civetta. Direi che ci si può stare.
Personalmente appaio (nel senso di appaiare) all'aggettivo una 'mole' considerevole, e non chiedetemi perché (ma forse la ragione è proprio da ricercare nel senso da dare alla parola, nell'atteggiamento che si vuole apparentemente indifferente e bonario. In fondo come quando Kundera affermava, con giustezza, che il pensiero non si associa alla velocità (con buona pace dei futuristi) perché quando si vuole ricordare qualcosa ci si ferma, così non si può non accostare un comportamento bonaccione ad una persona 'di peso'. Chi ha superato i quaranta non può dimenticare la 'sorniona' interpretazione di Buazzelli nel 'Nero Wolfe' televisivo. E poi in genere le persone magre sono più inacidite). Eppure le regole, come le leggi, sono fatte per essere superate perché è la società che cambia (tranne che per il governo Berlusconi dove le leggi sono fatte per gli interessi diretti del premier). In Le stagioni del Maligno il personaggio sornione ha fattezze inusuali: ha capelli rossi, occhi giallo-verdi, dita magre e sottili dalle unghie lunghe e appuntite, canini lunghi e aguzzi, barbetta, atteggiamenti felini. E ci credo, pare sia il Diavolo in persona.
Dico pare perché il francese Chaumette gioca (e vorrei vedere che non lo facesse. Sopportiamo ancora le 'mestrue' degli scrittori americani che tutt'ora trafficano col grandguignol, consentiteci dunque di sperare in una visione poco confessionale ed europea del Male fatto persona!) col maligno in modo ironico, anche divertente, non tralasciando, per ovvie ragioni di carattere più che commerciale di coerenza letteraria, spunti tetri, foschi e delinquenziali.
Pur mischiando numerologia e catechismo (divide l'esistenza in sette periodi e tratteggia i personaggi del libro affibiando ad ognuno di loro uno dei sette vizi capitali... ma a 'sto punto, visto che di sette si parla, perché non ambientare la storia su uno dei colli di roma, o trasferire le vicende nei sette continenti, o raccontare trame misteriose tra i sette emirati arabi... sapevate che sono sette pure i comuni dell'altopiano di Asiago (!)?) non sfocia nel ridicolo. Anzi, abbozza una figura del 'Male', al di là del suo essere 'sornione', convincente, per quel che gli rimane da campare.
E si permette anche facezie: il professor Stufa che vende l'anima al diavolo, ha il cognome che anagrammato diventa FAUST (ça va sans dire) e l'assoluto protagonista del libro è il greco dal nome praticamente impronunciabile: Théofanis Theosphelpemis, anagramma quest'ultimo di Mephistopheles che, come dice la post-fazione di Elisa Piccinini, è quel Mefistofele che ha percorso le pagine di poeti e narratori. Il topos folclorico del patto col diavolo.
Insomma Le stagioni del Maligno lo si legge bene: anche sul far della sera o al letto al buio con una abat-jour accesa. Sempre meglio di chi ci dorme accanto.
di Alfredo Ronci
Personalmente appaio (nel senso di appaiare) all'aggettivo una 'mole' considerevole, e non chiedetemi perché (ma forse la ragione è proprio da ricercare nel senso da dare alla parola, nell'atteggiamento che si vuole apparentemente indifferente e bonario. In fondo come quando Kundera affermava, con giustezza, che il pensiero non si associa alla velocità (con buona pace dei futuristi) perché quando si vuole ricordare qualcosa ci si ferma, così non si può non accostare un comportamento bonaccione ad una persona 'di peso'. Chi ha superato i quaranta non può dimenticare la 'sorniona' interpretazione di Buazzelli nel 'Nero Wolfe' televisivo. E poi in genere le persone magre sono più inacidite). Eppure le regole, come le leggi, sono fatte per essere superate perché è la società che cambia (tranne che per il governo Berlusconi dove le leggi sono fatte per gli interessi diretti del premier). In Le stagioni del Maligno il personaggio sornione ha fattezze inusuali: ha capelli rossi, occhi giallo-verdi, dita magre e sottili dalle unghie lunghe e appuntite, canini lunghi e aguzzi, barbetta, atteggiamenti felini. E ci credo, pare sia il Diavolo in persona.
Dico pare perché il francese Chaumette gioca (e vorrei vedere che non lo facesse. Sopportiamo ancora le 'mestrue' degli scrittori americani che tutt'ora trafficano col grandguignol, consentiteci dunque di sperare in una visione poco confessionale ed europea del Male fatto persona!) col maligno in modo ironico, anche divertente, non tralasciando, per ovvie ragioni di carattere più che commerciale di coerenza letteraria, spunti tetri, foschi e delinquenziali.
Pur mischiando numerologia e catechismo (divide l'esistenza in sette periodi e tratteggia i personaggi del libro affibiando ad ognuno di loro uno dei sette vizi capitali... ma a 'sto punto, visto che di sette si parla, perché non ambientare la storia su uno dei colli di roma, o trasferire le vicende nei sette continenti, o raccontare trame misteriose tra i sette emirati arabi... sapevate che sono sette pure i comuni dell'altopiano di Asiago (!)?) non sfocia nel ridicolo. Anzi, abbozza una figura del 'Male', al di là del suo essere 'sornione', convincente, per quel che gli rimane da campare.
E si permette anche facezie: il professor Stufa che vende l'anima al diavolo, ha il cognome che anagrammato diventa FAUST (ça va sans dire) e l'assoluto protagonista del libro è il greco dal nome praticamente impronunciabile: Théofanis Theosphelpemis, anagramma quest'ultimo di Mephistopheles che, come dice la post-fazione di Elisa Piccinini, è quel Mefistofele che ha percorso le pagine di poeti e narratori. Il topos folclorico del patto col diavolo.
Insomma Le stagioni del Maligno lo si legge bene: anche sul far della sera o al letto al buio con una abat-jour accesa. Sempre meglio di chi ci dorme accanto.
di Alfredo Ronci
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