ATTUALITA'
Adriano Angelini
Lo scrittore che incontrò le belve di Abbadon. Nascita di un libro di culto.

Lo confesso. Quando in libreria avevo letto la trama dell'ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti (che è il mio scrittore preferito) ero inorridito. M'ero detto: ecco qua, un'altra vittima del sistema editoriale cannibale, perso appresso all'ingordigia delle grandi case editrici versione Autogrill. Lo credevo un doppione de l'Ultimo capodanno dell'umanità, il suo racconto da cui Marco Risi aveva tratto uno dei suoi film più orrendi. Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa, riconosco ora. Il libro è un piccolo grande capolavoro di bravura stilistica-umoristica.
La storia è un fumettone fantastico che inaugura quasi un genere. Il post-pulp (forse solo Pennac dei tempi d'oro sapeva scrivere storie così). Ed è anche un intelligente e spietato quadro di quella società dello spettacolo in cui ci costringono a vivere e per cui Guy Debord prima c'ha scritto un saggio e poi si è suicidato.
I protagonisti sono fondamentalmente due (e sembrano due alter ego dello scrittore), con tante comparse più o meno importanti: lo scrittore borghesuccio e pariolino (che però non abita ai Parioli come Ammaniti) Fabrizio Ciba; Saverio Moneta, originario di Oriolo Romano, detto Mantos, marito frustrato e lavoratore tutto fare nel mobilificio del suocero, a capo di una banda di satanisti sfigati chiamate 'le Belve di Abbadon'. Sia Ciba che le Belve si ritroveranno alla più grande festa mai data da un essere umano sul suolo romano (almeno che la memoria ricordi): l'inaugurazione di Villa Ada (uno degli ultimi polmoni verdi della Capitale), comprata dal palazzinaro Sasà Chiatti, resa bene privato e trasformata in una specie di Gardaland naturalistica.
Il romanzo è pieno zeppo di invenzioni e trovate semplicemente geniali. Ogni pagina trasuda un'ironia ispirata e spietata. I personaggi di contorno che popolano questo mondo tristissimo e iper cinico di una società ormai più che decaduta sono nello stesso tempo abominevoli e sublimi: come il maitre bulgaro di Villa Reale, che ha la capacità di ipnotizzarti provocando ricordi dell'infanzia. Come lo stesso Chiatti, palazzinaro arricchito che mangia l'amatriciana cucinata dalla madre con la parannanza indosso proprio mentre i suoi ospiti degustano le specialità culinarie nelle case galleggianti sul lago artificiale di Villa Ada. O come le attricette, i calciatori, i politici invitati alla festa. Come gli editor delle grandi case editrici, tratteggiati come meschini predatori di talentini imberbi da vampirizzare, e pavidi calcolatori (straordinaria la descrizione del giovane Matteo Saporelli, scrittore ventiduenne vincitore del premio Strega che tanto ricorda l'inutile Paolo Giordano).
Ma da questo scenario impietoso non si salvano i due protagonisti. Ciba e Mantos. Ognuno a modo loro perdenti e con voglia di riscatto. Inappagati da ego bramosi perché tarpati o semplicemente insaziabili. Ciba ha talento ma è un ignobile arrivista. Mantos è un qualsiasi maschio romano (probabilmente italiano) sposato e frustrato piccolo borghese in cerca di riscatto da scelte fatte forse per obbligo, per paura o pigrizia. Sulla quarta di copertina del libro si dice che nel romanzo Ammaniti descrive una civiltà "incapace di prendere sul serio anche la propria rovina". Giusto.
A questo punto io però faccio un appello a Niccolò. Ti prego, in ginocchio, proprio per quello che hai scritto su questo romanzo. Quando un politicante come Piero Fassino per farsi bello in campagna elettorale ti indica come nome che metterebbe nel consiglio di amministrazione della Rai (una Rai dei sogni), ti prego, prendi posizione pubblicamente: ripudia quella mantide. Non lasciare che questa politica ti attiri a sé per farsi bella. Tu sei il migliore, loro sono degli sfigati senza talento. Non ci frega una mazza delle tue idee politiche, nemmeno se hai la tessera del PD nascosta in un cassetto (nemmeno se le tue frequentazioni ti hanno permesso di pubblicare da subito con Mondadori). Ripudia e stai alla larga. Preserva la tua vena creativa. E chiedi a Salvatores, per il prossimo film, di mettersi un attimo da parte. Passi per Io non ho paura, gli è venuto bene e ha reso giustizia a un capolavoro delle letteratura dei nostri miseri tempi. Non passi per Come dio comanda, arrivato alle stampe per Mondadori cinque anni dopo e troppo presto sugli schermi; per un'occasione sprecata che ha avuto l'unico merito di lanciare Filippo Timi (il protagonista) nel firmamento degli attori bravi (e di questi tempi è un evento!). Insomma. Datti da fare. Ci sarà pure in giro qualche pischello regista senza la tessera di partito in tasca che sappia trasportare su pellicola il tuo estro, che diamine!
Niccolò Ammaniti
Che la festa cominci
Einaudi
Pag.328 Euro 18,00
La storia è un fumettone fantastico che inaugura quasi un genere. Il post-pulp (forse solo Pennac dei tempi d'oro sapeva scrivere storie così). Ed è anche un intelligente e spietato quadro di quella società dello spettacolo in cui ci costringono a vivere e per cui Guy Debord prima c'ha scritto un saggio e poi si è suicidato.
I protagonisti sono fondamentalmente due (e sembrano due alter ego dello scrittore), con tante comparse più o meno importanti: lo scrittore borghesuccio e pariolino (che però non abita ai Parioli come Ammaniti) Fabrizio Ciba; Saverio Moneta, originario di Oriolo Romano, detto Mantos, marito frustrato e lavoratore tutto fare nel mobilificio del suocero, a capo di una banda di satanisti sfigati chiamate 'le Belve di Abbadon'. Sia Ciba che le Belve si ritroveranno alla più grande festa mai data da un essere umano sul suolo romano (almeno che la memoria ricordi): l'inaugurazione di Villa Ada (uno degli ultimi polmoni verdi della Capitale), comprata dal palazzinaro Sasà Chiatti, resa bene privato e trasformata in una specie di Gardaland naturalistica.
Il romanzo è pieno zeppo di invenzioni e trovate semplicemente geniali. Ogni pagina trasuda un'ironia ispirata e spietata. I personaggi di contorno che popolano questo mondo tristissimo e iper cinico di una società ormai più che decaduta sono nello stesso tempo abominevoli e sublimi: come il maitre bulgaro di Villa Reale, che ha la capacità di ipnotizzarti provocando ricordi dell'infanzia. Come lo stesso Chiatti, palazzinaro arricchito che mangia l'amatriciana cucinata dalla madre con la parannanza indosso proprio mentre i suoi ospiti degustano le specialità culinarie nelle case galleggianti sul lago artificiale di Villa Ada. O come le attricette, i calciatori, i politici invitati alla festa. Come gli editor delle grandi case editrici, tratteggiati come meschini predatori di talentini imberbi da vampirizzare, e pavidi calcolatori (straordinaria la descrizione del giovane Matteo Saporelli, scrittore ventiduenne vincitore del premio Strega che tanto ricorda l'inutile Paolo Giordano).
Ma da questo scenario impietoso non si salvano i due protagonisti. Ciba e Mantos. Ognuno a modo loro perdenti e con voglia di riscatto. Inappagati da ego bramosi perché tarpati o semplicemente insaziabili. Ciba ha talento ma è un ignobile arrivista. Mantos è un qualsiasi maschio romano (probabilmente italiano) sposato e frustrato piccolo borghese in cerca di riscatto da scelte fatte forse per obbligo, per paura o pigrizia. Sulla quarta di copertina del libro si dice che nel romanzo Ammaniti descrive una civiltà "incapace di prendere sul serio anche la propria rovina". Giusto.
A questo punto io però faccio un appello a Niccolò. Ti prego, in ginocchio, proprio per quello che hai scritto su questo romanzo. Quando un politicante come Piero Fassino per farsi bello in campagna elettorale ti indica come nome che metterebbe nel consiglio di amministrazione della Rai (una Rai dei sogni), ti prego, prendi posizione pubblicamente: ripudia quella mantide. Non lasciare che questa politica ti attiri a sé per farsi bella. Tu sei il migliore, loro sono degli sfigati senza talento. Non ci frega una mazza delle tue idee politiche, nemmeno se hai la tessera del PD nascosta in un cassetto (nemmeno se le tue frequentazioni ti hanno permesso di pubblicare da subito con Mondadori). Ripudia e stai alla larga. Preserva la tua vena creativa. E chiedi a Salvatores, per il prossimo film, di mettersi un attimo da parte. Passi per Io non ho paura, gli è venuto bene e ha reso giustizia a un capolavoro delle letteratura dei nostri miseri tempi. Non passi per Come dio comanda, arrivato alle stampe per Mondadori cinque anni dopo e troppo presto sugli schermi; per un'occasione sprecata che ha avuto l'unico merito di lanciare Filippo Timi (il protagonista) nel firmamento degli attori bravi (e di questi tempi è un evento!). Insomma. Datti da fare. Ci sarà pure in giro qualche pischello regista senza la tessera di partito in tasca che sappia trasportare su pellicola il tuo estro, che diamine!
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