CLASSICI
Alfredo Ronci
Ma chi era esattamente costui?: “Giochi da ragazzi” di Bino Sanminiatelli.

Questa la devo proprio raccontare.
Qualche anno fa, un collaboratore della rivista (in realtà un ottimo e soddisfacente aiuto nella direzione della stessa), parlando della nuova rubrica letteraria che avevamo intenzione di portare avanti (“I classici” appunto), mi disse che lui, molto presto, aveva intenzione di parlare di Bino Sanminiatelli. Ed io: Bino Sanminiatelli chi?
E’ passato del tempo (non pare, ma molto tempo). Il collaboratore, di cui non faccio il nome, ma qualcuno di vecchia militanza può arrivarci, ormai non c’è più, nel senso che non collabora più con noi, con motivazioni lontane dal classicismo letterario. Ma Bino Sanminiatelli che fine ha fatto?
Me lo sono caricato io, appena appena studiandolo. Ma quello che mi è capitato recentemente bisogna raccontarlo. Anni fa decisi di parlare dello scrittore di origini fiorentine presentando uno dei cinque diari che aveva scritto durante la sua esistenza, e precisamente Il permesso di vivere.
Devo dire che era un bel diario. E soprattutto uno scrittore di fine ed erudita conoscenza. Ma assolutamente non noioso e pedante, anzi. Questo precedente mi ha indotto a cercare altre cose, soprattutto romanzi, anch’essi abbastanza numerosi e, ricordando anche le affinità elettiva col mio vecchio collaboratore decisi di scegliere, con un prezzo abbastanza abbordabile, Giochi da ragazzi, il volume che andiamo valutando.
Il testo che mi è arrivato era sufficientemente “trattabile” (bisogna considerare che era la prima versione dell’anno 1933, cioè quasi cento anni fa), ma al suo interno riportava una dedica che lo stesso Sanminiatelli faceva ad un suo vecchio amico e “collaboratore” di futuristiche imprese letterarie: Enrico Prampolini.
Sono rimasto basito: un po’ perché la dedica avrebbe dovuto far rialzare il prezzo del libro (non che Sanminiatelli sia Dante o Petrarca, ma soprattutto negli anni venti e trenta del ventesimo secolo ha avuto la sua importanza) e un po’ perché (e questo, lo confesso mi ha fatto un po’ male) il libro era intonso, cioè mai letto (lo so perché più di metà del volume aveva le pagine ancora non staccate).
Sono accadimenti che succedono (anche tanti anni fa) e che spesso lasciano il segno, soprattutto in considerazione del fatto che i due, appunto Sanminiatelli e Prampolini, anche se riesumati da noi, e chissà da quanti anni, per la loro statura intellettuale, avrebbero meritato una maggiore attenzione (anche se, ammettiamolo, il Prampolini avrebbe potuto avere maggiore interesse per un libro a lui dedicato e che la storia, invece, ce lo restituisce intatto) e una maggiore considerazione di tipo economico.
Giochi da ragazzi è un bel libro, scritto con uno stile classico che nulla ha a che vedere con gli inizi letterari del Sanminiatelli, cioè il futurismo e certe nuove istanze narrative.
E’ la storia drammatica di due fratelli, esattamente di Tullio e Massimo. Tullio, il più grande, sin dalla nascita ha un problema con una gamba, porta con sé una specie di attrezzo che gli consente di camminare e per il futuro ha questa idea: A un patto solo lavorerei – buttò là risolutamente Tullio. – A patto che mi dessero un lavoro perfettamente inutile… che so io? Girare una ruota a vuoto per tutta la giornata.
Massimo, il più giovane, anche lui in contrasto col padre che lo vorrebbe inserito nelle sue aziende, alla fine cede e si sposa con una donna che, nel corso del libro, si capirà che non ha mai amato e che non amerà mai.
Anche perché, e qui me lo si lasci dire anche se le avventure esistenziali del Sanminiatelli dimostrerebbero il contrario, tra i due fratelli c’è un forte legame affettivo che molto facilmente lo si può (o potrebbe) considerare omosessuale.
Dice lo scrittore mentre raccontava il dolore di Massimo per il fratello che sta morendo: Riandava volentieri alla loro infanzia e ai loro giochi da ragazzi, alle radici oscure del loro amore. E quando è morto… Il suo amore non era più un gioco. E ora soltanto cominciava a sentirsi ricco; e l’esperienza e il dolore erano la sua ricchezza.
Al di là di certe connotazioni morali Giochi da ragazzi è un buon libro da considerarsi nella sua struttura formativa. Certo, ma assolutamente non solo, come primiera crisi della borghesia italiana del ‘900.
L’edizione da noi considerata è:
Bruno Sanminiatelli
Giochi da ragazzi
Vallecchi
Qualche anno fa, un collaboratore della rivista (in realtà un ottimo e soddisfacente aiuto nella direzione della stessa), parlando della nuova rubrica letteraria che avevamo intenzione di portare avanti (“I classici” appunto), mi disse che lui, molto presto, aveva intenzione di parlare di Bino Sanminiatelli. Ed io: Bino Sanminiatelli chi?
E’ passato del tempo (non pare, ma molto tempo). Il collaboratore, di cui non faccio il nome, ma qualcuno di vecchia militanza può arrivarci, ormai non c’è più, nel senso che non collabora più con noi, con motivazioni lontane dal classicismo letterario. Ma Bino Sanminiatelli che fine ha fatto?
Me lo sono caricato io, appena appena studiandolo. Ma quello che mi è capitato recentemente bisogna raccontarlo. Anni fa decisi di parlare dello scrittore di origini fiorentine presentando uno dei cinque diari che aveva scritto durante la sua esistenza, e precisamente Il permesso di vivere.
Devo dire che era un bel diario. E soprattutto uno scrittore di fine ed erudita conoscenza. Ma assolutamente non noioso e pedante, anzi. Questo precedente mi ha indotto a cercare altre cose, soprattutto romanzi, anch’essi abbastanza numerosi e, ricordando anche le affinità elettiva col mio vecchio collaboratore decisi di scegliere, con un prezzo abbastanza abbordabile, Giochi da ragazzi, il volume che andiamo valutando.
Il testo che mi è arrivato era sufficientemente “trattabile” (bisogna considerare che era la prima versione dell’anno 1933, cioè quasi cento anni fa), ma al suo interno riportava una dedica che lo stesso Sanminiatelli faceva ad un suo vecchio amico e “collaboratore” di futuristiche imprese letterarie: Enrico Prampolini.
Sono rimasto basito: un po’ perché la dedica avrebbe dovuto far rialzare il prezzo del libro (non che Sanminiatelli sia Dante o Petrarca, ma soprattutto negli anni venti e trenta del ventesimo secolo ha avuto la sua importanza) e un po’ perché (e questo, lo confesso mi ha fatto un po’ male) il libro era intonso, cioè mai letto (lo so perché più di metà del volume aveva le pagine ancora non staccate).
Sono accadimenti che succedono (anche tanti anni fa) e che spesso lasciano il segno, soprattutto in considerazione del fatto che i due, appunto Sanminiatelli e Prampolini, anche se riesumati da noi, e chissà da quanti anni, per la loro statura intellettuale, avrebbero meritato una maggiore attenzione (anche se, ammettiamolo, il Prampolini avrebbe potuto avere maggiore interesse per un libro a lui dedicato e che la storia, invece, ce lo restituisce intatto) e una maggiore considerazione di tipo economico.
Giochi da ragazzi è un bel libro, scritto con uno stile classico che nulla ha a che vedere con gli inizi letterari del Sanminiatelli, cioè il futurismo e certe nuove istanze narrative.
E’ la storia drammatica di due fratelli, esattamente di Tullio e Massimo. Tullio, il più grande, sin dalla nascita ha un problema con una gamba, porta con sé una specie di attrezzo che gli consente di camminare e per il futuro ha questa idea: A un patto solo lavorerei – buttò là risolutamente Tullio. – A patto che mi dessero un lavoro perfettamente inutile… che so io? Girare una ruota a vuoto per tutta la giornata.
Massimo, il più giovane, anche lui in contrasto col padre che lo vorrebbe inserito nelle sue aziende, alla fine cede e si sposa con una donna che, nel corso del libro, si capirà che non ha mai amato e che non amerà mai.
Anche perché, e qui me lo si lasci dire anche se le avventure esistenziali del Sanminiatelli dimostrerebbero il contrario, tra i due fratelli c’è un forte legame affettivo che molto facilmente lo si può (o potrebbe) considerare omosessuale.
Dice lo scrittore mentre raccontava il dolore di Massimo per il fratello che sta morendo: Riandava volentieri alla loro infanzia e ai loro giochi da ragazzi, alle radici oscure del loro amore. E quando è morto… Il suo amore non era più un gioco. E ora soltanto cominciava a sentirsi ricco; e l’esperienza e il dolore erano la sua ricchezza.
Al di là di certe connotazioni morali Giochi da ragazzi è un buon libro da considerarsi nella sua struttura formativa. Certo, ma assolutamente non solo, come primiera crisi della borghesia italiana del ‘900.
L’edizione da noi considerata è:
Bruno Sanminiatelli
Giochi da ragazzi
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