CINEMA E MUSICA
Alfredo Ronci
Ma non rompete. Questi son dischi! Mina: 'Je suis - Yo soy - I am'

Spesso mi si dice che ascolto robaccia. Me ne vanto: ma il problema è vedere se il nazional popolare di cui mi nutro ha valenza o se è solo deriva del più trito piagnisteo italico.
L'ulteriore gradino di discernimento riguarda la tradizione: e qui, se permettete, millanto conoscenze di una certa consistenza, Vuoi l'età, vuoi una certa propensione per la curiosità e gli aspetti anche ludici della questione di cui si tratta. Insomma, provate a mettere in discussione quello che sto per scrivere e vi spacco le gengive.
Sì, perché alle nuove e spesso nuovissime proposte dell'esterofilia più insana, preferisco rifugiarmi nella memoria, che è esercizio asfittico se accompagnato da nostalgia, è atto di suprema rettitudine se pervaso di ricerca (la memoria della memoria. Come suggerirebbe Amos Luzzatto).
Ditemi solo una buona ragione perché dovrei preferire al bellissimo triplo di Mina, sul quale vado poi a discettare, dischi come l'osannato Last of the country gentlemen di Josh T. Pearson, una pippa mostruosa con brani lunghi più di dieci minuti, dove l'autore, accompagnato da una minimale strumentazione, ci confessa le sue tribolazioni (ma andasse da uno psicanalista!). Ditemi perché dovrei sorbirmi la nuova avventura dell'ex Dinosaur Jr che ora si fa chiamare J Mascis che col suo Several shades of why non solo ci fa rimpiangere la migliore west-coast, ma anche il povero Neil Young nelle sue avventure meno stimolanti. E che dire dell'ennesimo menestrello, tale Hall Marcellus che con The first line ci costringe a riprendere i dischi di Jonathan Richman, che lì almeno ci si divertiva parecchio?
Insomma, lasciatemi parlare di quello che amo. Nel triplo di Mina, tranne rare eccezioni, quel che si trova non è mai stato pubblicato su cd (per una disamina effettiva degli inediti fatevi un giro, se proprio non ne potete fare a meno, sul sito culattone per eccellenza del Mina fans club).
Sono gioielli di inestimabile valore e lei canta in francese (Je suis), in spagnolo (Yo soy) e in inglese (I am) e i cinquantasette brani (57!!) sono pura beatitudine e sfizi a non finire.
Basterebbe l'esordio del disco francese, quella 'Si', versione di 'Vorrei che fosse amore' cantato in perfetta pronuncia francese, per capire il talento sconfinato di questa straordinaria interprete (rifatto poi in inglese col titolo di 'More than strangers').
Ma abbiamo letteralmente l'imbarazzo della scelta: 'Non gioco più' è perfetta nella versione spagnola ('No juego mas'), bellissima l'intensa drammaturgia di 'Cancion para ti', versione spagnola dell'immortale melodia di Endrigo 'Canzone per te'. E 'Il cielo in una stanza' che in inglese diventa 'The world we love in' non è sottilmente affascinante? (Ma cos'era quell'orrenda versione di Giusy Ferreri a Sanremo? Da appenderla alla trave di un soffitto!).
E' inutile elencare la cristalleria dello scrigno: bisogna comprare i tre dischi (peraltro non è una spesa esosa, anzi).
Mi resta solo da aggiungere che la produzione del triplo riguarda, ovviamente, gli anni sessanta/settanta. Perché poi dagli ottanta la signora si è ritirata definitivamente in quel di Lugano e il figlio, purtroppo, ha fatto tutto il resto.
Mina
Je suis/I am/Yo soy
EMI - 2011
L'ulteriore gradino di discernimento riguarda la tradizione: e qui, se permettete, millanto conoscenze di una certa consistenza, Vuoi l'età, vuoi una certa propensione per la curiosità e gli aspetti anche ludici della questione di cui si tratta. Insomma, provate a mettere in discussione quello che sto per scrivere e vi spacco le gengive.
Sì, perché alle nuove e spesso nuovissime proposte dell'esterofilia più insana, preferisco rifugiarmi nella memoria, che è esercizio asfittico se accompagnato da nostalgia, è atto di suprema rettitudine se pervaso di ricerca (la memoria della memoria. Come suggerirebbe Amos Luzzatto).
Ditemi solo una buona ragione perché dovrei preferire al bellissimo triplo di Mina, sul quale vado poi a discettare, dischi come l'osannato Last of the country gentlemen di Josh T. Pearson, una pippa mostruosa con brani lunghi più di dieci minuti, dove l'autore, accompagnato da una minimale strumentazione, ci confessa le sue tribolazioni (ma andasse da uno psicanalista!). Ditemi perché dovrei sorbirmi la nuova avventura dell'ex Dinosaur Jr che ora si fa chiamare J Mascis che col suo Several shades of why non solo ci fa rimpiangere la migliore west-coast, ma anche il povero Neil Young nelle sue avventure meno stimolanti. E che dire dell'ennesimo menestrello, tale Hall Marcellus che con The first line ci costringe a riprendere i dischi di Jonathan Richman, che lì almeno ci si divertiva parecchio?
Insomma, lasciatemi parlare di quello che amo. Nel triplo di Mina, tranne rare eccezioni, quel che si trova non è mai stato pubblicato su cd (per una disamina effettiva degli inediti fatevi un giro, se proprio non ne potete fare a meno, sul sito culattone per eccellenza del Mina fans club).
Sono gioielli di inestimabile valore e lei canta in francese (Je suis), in spagnolo (Yo soy) e in inglese (I am) e i cinquantasette brani (57!!) sono pura beatitudine e sfizi a non finire.
Basterebbe l'esordio del disco francese, quella 'Si', versione di 'Vorrei che fosse amore' cantato in perfetta pronuncia francese, per capire il talento sconfinato di questa straordinaria interprete (rifatto poi in inglese col titolo di 'More than strangers').
Ma abbiamo letteralmente l'imbarazzo della scelta: 'Non gioco più' è perfetta nella versione spagnola ('No juego mas'), bellissima l'intensa drammaturgia di 'Cancion para ti', versione spagnola dell'immortale melodia di Endrigo 'Canzone per te'. E 'Il cielo in una stanza' che in inglese diventa 'The world we love in' non è sottilmente affascinante? (Ma cos'era quell'orrenda versione di Giusy Ferreri a Sanremo? Da appenderla alla trave di un soffitto!).
E' inutile elencare la cristalleria dello scrigno: bisogna comprare i tre dischi (peraltro non è una spesa esosa, anzi).
Mi resta solo da aggiungere che la produzione del triplo riguarda, ovviamente, gli anni sessanta/settanta. Perché poi dagli ottanta la signora si è ritirata definitivamente in quel di Lugano e il figlio, purtroppo, ha fatto tutto il resto.
Mina
Je suis/I am/Yo soy
EMI - 2011
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