RECENSIONI
A cura di F.Coniglio e A.Veneziani
Metti un tigre nel motore. L'immaginario pop degli anni 60/70
Coniglio Editore, Pag.192 Euro 24,50
Detta così la cosa potrebbe essere insensata, ma gli anni sessanta hanno innumerevoli immaginari. Qualche giorno ho rivisto una vecchia puntata di Sfide, un programma Rai che se uno ha pazienza di pescarlo nella programmazione impazzita di Rai Tre può riservare delle bellissime sorprese. Era dedicata alla carriera e alla tragedia di un grande del calcio italiano appunto degli anni sessanta: Gigi Meroni. Il calciatore prima del Genoa e poi del Torino che fece innamorare uomini e donne per il suo anticonformismo,per la sua naturale predisposizione alla provocazione e per il suo enorme talento calcistico e che purtroppo fu ucciso da un automobilista che, scherzo del destino, sul cruscotto della sua auto aveva la foto dello stesso Meroni perché era un tifoso accanito dei granata.
Lo confesso: vedendo quelle vecchie immagini di un 'eroe' dei nostri giorni, della sua passione per una bellissima ragazza che divorziò dal marito che aveva sposato su pressione della famiglia e che fece sciogliere il matrimonio con un pronunciamento della Sacra Rota (perché allora non c'era il divorzio, era il 1967) e della morte di un talentuoso calciatore, ho pianto. E ho cercato di capire i motivi di quelle lacrime.
La conclusione è stata: per disillusione. Avevo nove anni quando Meroni fu travolto e ucciso da un'auto. Lui apparteneva già al mio immaginario (eccone uno) erotico, ma apparteneva anche a quel mondo che si vuole vedere, per forza di cose, brillante e speranzoso.
Sono gli anni dei caroselli, delle pubblicità che ormai facevano parte della nostra vita e degli slogan che spuntavano dalle labbra degli italiani non ancora del tutto alfabetizzati... come fiori in bocca: il 'digestimola' del Fernet Branca, la 'boccasana' Chlorodont della famiglia del Colorado, la 'brillantezza' dell'acqua Recoaro, il 'debole' per l'uomo Lebole, il mondo Durban's che 'sorride', l'uomo ammollo di Bio-presto, la 'tigre' nel motore della Esso, il Calindri 'carciofo' della Cynar, il formaggino 'milione della Invernizzi.
Insomma, senza elencare tutta l'arte comunicativa di quegli anni, mi sembra che chi ha più di quarant'anni, con questo libro, possa fare un riassunto dei propri ricordi e delle proprie speranze.
Ma torna il pianto di prima, il mio: c'entra Meroni (splendido in quelle 'mises' azzardate che ora farebbero la felicità di qualsiasi programmatore televisivo e del gossip più inverecondo e che davvero erano il segno di un'anticonvenzionalità in un mondo, quello del pallone, paludato, paludoso e immobile nel tempo... come una religione), ma c'entra anche l'idea che mi sono fatto ormai degli anni sessanta: orribili e tragici. Reazionari e prodromi di quel piano scellerato che portò questo paese ad affrontare uno scontro generazionale che ormai, abbiamo capito tutti, fu guidato e realizzato dalla parte più fascista delle istituzioni.
Ho adorato quelle pubblicità (ho i dvd dei caroselli di quegli anni!), ho amato Meroni (poi sarebbe arrivato Pierino Prati), ma basta con queste celebrazioni. E' vero che questi sono gli anni dove ogni cosa riacquista logica ed 'allure', ma sugli anni sessanta stenderei un velo pietoso (stendiamolo anche sugli altri decenni, e per cortesia non vi venga l'idea di incensarli, gesummio).
Consentitemi però di piangere ancora un po': tanta disillusione, come si diceva e il pensiero ridicolo che il bellissimo Gigi Meroni, da lassù, stia guardando anche me.
di Alfredo Ronci
Lo confesso: vedendo quelle vecchie immagini di un 'eroe' dei nostri giorni, della sua passione per una bellissima ragazza che divorziò dal marito che aveva sposato su pressione della famiglia e che fece sciogliere il matrimonio con un pronunciamento della Sacra Rota (perché allora non c'era il divorzio, era il 1967) e della morte di un talentuoso calciatore, ho pianto. E ho cercato di capire i motivi di quelle lacrime.
La conclusione è stata: per disillusione. Avevo nove anni quando Meroni fu travolto e ucciso da un'auto. Lui apparteneva già al mio immaginario (eccone uno) erotico, ma apparteneva anche a quel mondo che si vuole vedere, per forza di cose, brillante e speranzoso.
Sono gli anni dei caroselli, delle pubblicità che ormai facevano parte della nostra vita e degli slogan che spuntavano dalle labbra degli italiani non ancora del tutto alfabetizzati... come fiori in bocca: il 'digestimola' del Fernet Branca, la 'boccasana' Chlorodont della famiglia del Colorado, la 'brillantezza' dell'acqua Recoaro, il 'debole' per l'uomo Lebole, il mondo Durban's che 'sorride', l'uomo ammollo di Bio-presto, la 'tigre' nel motore della Esso, il Calindri 'carciofo' della Cynar, il formaggino 'milione della Invernizzi.
Insomma, senza elencare tutta l'arte comunicativa di quegli anni, mi sembra che chi ha più di quarant'anni, con questo libro, possa fare un riassunto dei propri ricordi e delle proprie speranze.
Ma torna il pianto di prima, il mio: c'entra Meroni (splendido in quelle 'mises' azzardate che ora farebbero la felicità di qualsiasi programmatore televisivo e del gossip più inverecondo e che davvero erano il segno di un'anticonvenzionalità in un mondo, quello del pallone, paludato, paludoso e immobile nel tempo... come una religione), ma c'entra anche l'idea che mi sono fatto ormai degli anni sessanta: orribili e tragici. Reazionari e prodromi di quel piano scellerato che portò questo paese ad affrontare uno scontro generazionale che ormai, abbiamo capito tutti, fu guidato e realizzato dalla parte più fascista delle istituzioni.
Ho adorato quelle pubblicità (ho i dvd dei caroselli di quegli anni!), ho amato Meroni (poi sarebbe arrivato Pierino Prati), ma basta con queste celebrazioni. E' vero che questi sono gli anni dove ogni cosa riacquista logica ed 'allure', ma sugli anni sessanta stenderei un velo pietoso (stendiamolo anche sugli altri decenni, e per cortesia non vi venga l'idea di incensarli, gesummio).
Consentitemi però di piangere ancora un po': tanta disillusione, come si diceva e il pensiero ridicolo che il bellissimo Gigi Meroni, da lassù, stia guardando anche me.
di Alfredo Ronci
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