RECENSIONI
Langston Hughes
Mondo senza fine
Mattioli 1885, Pag. 175 Euro 12,90
In questo libro Hughes ci parla dei sei mesi vissuti in Spagna, nel 1937, durante la Guerra civile. E vissuti dalla parte dei repubblicani contro i fascisti di Franco.
E su quest'ultimo aveva le idee ben chiare e da un soldato di una compagnia 'mista' si sente dire: Ieri, Etiopia, Cecoslovacchia, oggi la Spagna – domani, forse, l'America. Il fascismo non si fermerà fino a che non saremo noi a fermarlo.
Ma per il poeta e scrittore di colore la comprensione del fenomeno e di una guerra 'sporchissima' passava anche attraverso la disamina della questione razziale. Meglio ancora: in che forma si realizzò la presenza di neri nell'uno e nell'altro settore?
Prima di allora coloro che più rappresentavano i neri in Europa erano musicisti di gruppi jazz, concertisti, ballerini, o altri artisti. Ma questi neri giunti in Spagna erano combattenti – combattenti volontari. La storia aveva voltato pagina.
Ma se per i combattenti pro-repubblicani neri il volontariato costituiva una sorta di orgoglio personale, per i militari franchisti mori proveniente in gran parte dal Marocco l'arruolamento era stato coatto.
Hughes non si limita però ad una quantificazione del 'problema', è abile anche nel percepire certe differenze ideologiche. Come quando riflettendo sull'appoggio dato da Mussolini e Hitler a Franco avverte una discrepanza non di poco conto: (... gli italiani) Erano amabili giovanotti, tozzi e ruvidi, probabilmente dei contadini in patria o lavoratori non qualificati. I tedeschi, invece, erano molto meno socievoli. Erano stai mandati a combattere il comunismo, dicevano, e sì, avevano bombardato città piene di donne e bambini.
Un inviato, Hughes, che ben presto si trova a sopportare fame e stenti, soprattutto dopo il suo arrivo a Madrid, una città devastata dalla guerra e segnata dalla miseria. La cronaca, quando non efferata e drammatica, diventa in alcuni casi 'mitica': sì perché in quegli anni la Spagna divenne una sorta di cartina di tornasole del progressismo più democratico e con gran parte dell'intellettualismo di grido a parteggiare per i repubblicani. Dunque in questo contesto Hughes ripercorre sentieri già battuti da precedenti ed illustri colleghi: il primo nome che viene in mente è proprio Ernest Hemingway (che riesce persino ad incontrare, insieme a molti altri, come Neruda, Malraux, Dorothy Parker).
Ma la registrazione degli eventi del poeta americano rimane, al di là delle curiosità e della 'mondanità', essenzialmente politica e l'unica intenzione è quella di descrivere un paese, la Spagna, divisa, con gente di colore che combatteva su entrambi i fronti. Ed era per scrivere di loro che ero lì.
di Alfredo Ronci
E su quest'ultimo aveva le idee ben chiare e da un soldato di una compagnia 'mista' si sente dire: Ieri, Etiopia, Cecoslovacchia, oggi la Spagna – domani, forse, l'America. Il fascismo non si fermerà fino a che non saremo noi a fermarlo.
Ma per il poeta e scrittore di colore la comprensione del fenomeno e di una guerra 'sporchissima' passava anche attraverso la disamina della questione razziale. Meglio ancora: in che forma si realizzò la presenza di neri nell'uno e nell'altro settore?
Prima di allora coloro che più rappresentavano i neri in Europa erano musicisti di gruppi jazz, concertisti, ballerini, o altri artisti. Ma questi neri giunti in Spagna erano combattenti – combattenti volontari. La storia aveva voltato pagina.
Ma se per i combattenti pro-repubblicani neri il volontariato costituiva una sorta di orgoglio personale, per i militari franchisti mori proveniente in gran parte dal Marocco l'arruolamento era stato coatto.
Hughes non si limita però ad una quantificazione del 'problema', è abile anche nel percepire certe differenze ideologiche. Come quando riflettendo sull'appoggio dato da Mussolini e Hitler a Franco avverte una discrepanza non di poco conto: (... gli italiani) Erano amabili giovanotti, tozzi e ruvidi, probabilmente dei contadini in patria o lavoratori non qualificati. I tedeschi, invece, erano molto meno socievoli. Erano stai mandati a combattere il comunismo, dicevano, e sì, avevano bombardato città piene di donne e bambini.
Un inviato, Hughes, che ben presto si trova a sopportare fame e stenti, soprattutto dopo il suo arrivo a Madrid, una città devastata dalla guerra e segnata dalla miseria. La cronaca, quando non efferata e drammatica, diventa in alcuni casi 'mitica': sì perché in quegli anni la Spagna divenne una sorta di cartina di tornasole del progressismo più democratico e con gran parte dell'intellettualismo di grido a parteggiare per i repubblicani. Dunque in questo contesto Hughes ripercorre sentieri già battuti da precedenti ed illustri colleghi: il primo nome che viene in mente è proprio Ernest Hemingway (che riesce persino ad incontrare, insieme a molti altri, come Neruda, Malraux, Dorothy Parker).
Ma la registrazione degli eventi del poeta americano rimane, al di là delle curiosità e della 'mondanità', essenzialmente politica e l'unica intenzione è quella di descrivere un paese, la Spagna, divisa, con gente di colore che combatteva su entrambi i fronti. Ed era per scrivere di loro che ero lì.
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