RECENSIONI
Lia Levi
Nessun giorno ritorna
Giulio Perrone Editore, Pag. 87 Euro 5,00
Tre brevi racconti, crediamo noi, presi da un vecchio quaderno con la copertina nera e magari conservati in un trumeau della nonna tarlato. Una sorta di scrigno della memoria, del buon tempo che fu, che spesso buon tempo non fu, ma che assurgono a testimonianza fulgida di una ricerca del passato perduto.
Tre racconti con ambientazioni diverse. Il primo: Roma. La città è quella del 1941, ancora non morta del tutto, ma mortificata da una legislazione vigliacca che emarginò gli ebrei e alla fine li rastrellò. Il sogno di due bambine s'infrangono quando vengono additate alla pubblica gogna.
Il secondo: Napoli. La carriera universitaria della scrittrice s'innesta alle paure di vivere una città apparentemente indefinibile e sfuggente, in realtà radiosa di bellezza.
Il terzo: il lago. La storia di un trasferimento in una località della Sabina nei pressi di un lago artificiale e la vita del paese, fatto di piccoli momenti e di persone anch'esse piccole, ma persino grandi.
Non aggiungerei altro: i racconti non si leggono distratti, ma vanno giù dolcemente, come, e mi si permetta il confronto azzardato, ma consono, scivolava il rosolio della nonna nelle occasioni speciali.
La scrittura della Levi è questo peregrinare dietro la Morante, non me ne voglia nessuno, più sdilinquente, di quella de La Storia e delle nannarelle. Del rosolio più dolce, ma proprio perché zuccheroso, a volte stomachevole, anche col pizzico d'amaro che la vita offre.
La preferisco quando confessa le proprie manchevolezze e le proprie "stizzite" considerazioni. Per esempio a pag. 43: Gli ebrei romani, si sa, sono un denso concentrato di tutto quello che è "Roma". Se tu non sei dei loro lo sentono. Ho ricevuto, credo, considerazione e anche amicizia, ma niente che suonasse mai "sei una di noi".
Oppure a pag. 64: Il fatto di poterla collocare fra i tedeschi "altri" aveva scacciato indietro all'istante quell'irrefrenabile e improvviso squarcio di dolore e colpa che mi si mischiava dentro ad ogni impatto con qualcosa o qualcuno che fosse in qualsiasi modo "Germania".
Ecco, in questi brevi appunti, colgo lo sgarbo della guerra, la "rogna" dell'essere stata vittima più degli altri, sfortunata più degli altri. Il resto è routine davvero, un coacervo di emozioni deamicisiane, refrattario alle grandi sofferenze dell'esistenza.
Forse siamo noi a pretendere rappresentazioni più ardite e violente. Ma è senza dubbio il segno dei tempi.
Sere fa ho visto in tv, in successione, le interviste a Battiato e a Ian McEwan. Il primo parlava di meditazione e della bellezza della natura, il secondo parlava della tragedia della famiglia nucleare. Per quanto sia un fan delle musiche (meno dei testi) di Battiato, la mia preferenza è andata immediatamente allo scrittore inglese, perché più addentro allo sconquasso contemporaneo.
La Levi vive la sua ricerca del tempo perduto come sospesa ed attonita. Bisognerebbe toccarla come si faceva nel gioco dello schiaffo del soldato senza troppo esagerare. Per non lasciarle comunque segni.
di Alfredo Ronci
Tre racconti con ambientazioni diverse. Il primo: Roma. La città è quella del 1941, ancora non morta del tutto, ma mortificata da una legislazione vigliacca che emarginò gli ebrei e alla fine li rastrellò. Il sogno di due bambine s'infrangono quando vengono additate alla pubblica gogna.
Il secondo: Napoli. La carriera universitaria della scrittrice s'innesta alle paure di vivere una città apparentemente indefinibile e sfuggente, in realtà radiosa di bellezza.
Il terzo: il lago. La storia di un trasferimento in una località della Sabina nei pressi di un lago artificiale e la vita del paese, fatto di piccoli momenti e di persone anch'esse piccole, ma persino grandi.
Non aggiungerei altro: i racconti non si leggono distratti, ma vanno giù dolcemente, come, e mi si permetta il confronto azzardato, ma consono, scivolava il rosolio della nonna nelle occasioni speciali.
La scrittura della Levi è questo peregrinare dietro la Morante, non me ne voglia nessuno, più sdilinquente, di quella de La Storia e delle nannarelle. Del rosolio più dolce, ma proprio perché zuccheroso, a volte stomachevole, anche col pizzico d'amaro che la vita offre.
La preferisco quando confessa le proprie manchevolezze e le proprie "stizzite" considerazioni. Per esempio a pag. 43: Gli ebrei romani, si sa, sono un denso concentrato di tutto quello che è "Roma". Se tu non sei dei loro lo sentono. Ho ricevuto, credo, considerazione e anche amicizia, ma niente che suonasse mai "sei una di noi".
Oppure a pag. 64: Il fatto di poterla collocare fra i tedeschi "altri" aveva scacciato indietro all'istante quell'irrefrenabile e improvviso squarcio di dolore e colpa che mi si mischiava dentro ad ogni impatto con qualcosa o qualcuno che fosse in qualsiasi modo "Germania".
Ecco, in questi brevi appunti, colgo lo sgarbo della guerra, la "rogna" dell'essere stata vittima più degli altri, sfortunata più degli altri. Il resto è routine davvero, un coacervo di emozioni deamicisiane, refrattario alle grandi sofferenze dell'esistenza.
Forse siamo noi a pretendere rappresentazioni più ardite e violente. Ma è senza dubbio il segno dei tempi.
Sere fa ho visto in tv, in successione, le interviste a Battiato e a Ian McEwan. Il primo parlava di meditazione e della bellezza della natura, il secondo parlava della tragedia della famiglia nucleare. Per quanto sia un fan delle musiche (meno dei testi) di Battiato, la mia preferenza è andata immediatamente allo scrittore inglese, perché più addentro allo sconquasso contemporaneo.
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