RECENSIONI
Alessio Spataro
Papa Nazingher
Purple Press, Radical Chick , Pag. 128 Euro 9,90
Nella sua lunga storia, la satira è stata tante cose: attraverso le diverse declinazioni della sua attenzione alla realtà sarebbe agile ricostruire, meglio che da tante spoglie materiali, l'epoca in cui esse agirono.
La vivace violenza del lungo medioevo; la tensione spirituale ed immaginale che lo sottesero fino a trionfare nel Rinascimento; la sua utopia; la convulsa, ermetica, impropria mescolanza di noia, esaltazione, fede e superstizione sono ancora vive nelle immagini di corpi bruttati e gonfi, di scheletri, di deformità interiori ed esteriori quali la sua tradizione di satira sanguinaria ebbe a immaginarne. Un'epoca in cui il poeta satirico era temuto in virtù del dono magico di fare male sia all'anima che al corpo ("così sopra come sotto"), tanto che molti statuti comunali vietavano il limerich per contenere la diffusione delle pustole e degli ascessi che il poeta era in grande di scagliare innescando la macchina delle sue invettive: si può comprendere da questo quale idea di sacro agisse veramente Jacopone da Todi, il quale poetava invocando su di sé, appunto, sia ascessi che pustole; e attraverso di lui, la religione di Ungaretti e quella di De Andrè, suo discepoli.
Magari anche la noia della nostra epoca (corre il caso non ce ne accorgiamo noi nel viverla; o nel non saperla vivere) potrebbe avere qualcosa di mescolato, improprio e sacro; o è quanto meno vero che potrebbe aspirare a possederlo, questo sacro, perché sempre più mi pare si ravvisino diversi casi in cui la contemporanea satira si segnala per un suo particolare ritorno ad un ordine medievale.
Penso a certi brani paurosissimi di Ascanio Celestini che, con foga da frate dolcinano (ma non solo nella foga: anche nell'aspetto fisico, per via del solito come sopra così sotto) si scaglia contro il denaro come sterco del demonio, e contro la società dei consumi, dal momento, ovvio, che homo mercator numquam aut vix potest Deo placere (a Dio poco o niente piace il capitalista).
Lo stesso si potrebbe dire di Papa Nazingher, una piccola raccolta di vignette satiriche che Alessio Spataro dedica al vigente papa.
Questo libro sembra partire da un paio di vignette leggere, irresponsabili, acutissime e sottili che, epoca veramente lontana, negli anni Ottanta, Andrea Pazienza dedicò a papa Wojtila: il papa elegante a bordo piscina che si sbevazzava un liquorino pensando, chissà se esiste?, e un'altra in cui parlava al telefono con la divinità che gli dava lavoro, chiamandola zio.
Pazienza parteggiava palesemente per questo papa che doveva sembrargli della risma del suo Zanardi. E lo sapeva bene anche il Vaticano che dovrà, con questo uomo, fare il suo ultimo, enorme sforzo creativo per trasformare lo sciatore polacco in un santo, restaurando genialmente il termine atleta in chiave martiriologica e paleocristiana.
Ma Nazingher, con la sua piccina, conchiusa, e temo purtroppo solo ipotetica storia d'amore; con le sue piccole opinioni politiche piene di paura contro il diverso e l'altro, è talmente lontano da qualsiasi idea di sacro e di vita (che non è mai ipotetica ma tutta dichiarata, mai piccina, mai conchiusa, ed è sempre Altro) che nessuno sforzo creativo potrebbe salvarlo: se non quello, forse, di questa satira iettatoria, piena di corpi gonfi e marcescenti, sessi decrepiti, grugni sporchi di bestia e, quindi, grugniti, sfoghi corporei, minzioni, peti. Una satira ossessiva, tutta concentrata sulla figura grottesca di un papa che declina il dubbio teologico, irridente e felice, del suo predecessore, in una chiara e sorda bestemmia: la madonna stessa, pur così comprensiva, non sembra persuasa che il vecchio, cadendo, abbia proprio maledetto la "sua nonna".
Quello di Spataro è un libro tragico e accorato che utilizza la modesta vicenda umana di un personaggio minore quale papa Benedetto per significare una minorazione, o meglio una vacanza, del sacro; una deprivazione del senso della vita, o di una nostra incapacità a viverlo: a vivere.
di Pier Paolo Di Mino
La vivace violenza del lungo medioevo; la tensione spirituale ed immaginale che lo sottesero fino a trionfare nel Rinascimento; la sua utopia; la convulsa, ermetica, impropria mescolanza di noia, esaltazione, fede e superstizione sono ancora vive nelle immagini di corpi bruttati e gonfi, di scheletri, di deformità interiori ed esteriori quali la sua tradizione di satira sanguinaria ebbe a immaginarne. Un'epoca in cui il poeta satirico era temuto in virtù del dono magico di fare male sia all'anima che al corpo ("così sopra come sotto"), tanto che molti statuti comunali vietavano il limerich per contenere la diffusione delle pustole e degli ascessi che il poeta era in grande di scagliare innescando la macchina delle sue invettive: si può comprendere da questo quale idea di sacro agisse veramente Jacopone da Todi, il quale poetava invocando su di sé, appunto, sia ascessi che pustole; e attraverso di lui, la religione di Ungaretti e quella di De Andrè, suo discepoli.
Magari anche la noia della nostra epoca (corre il caso non ce ne accorgiamo noi nel viverla; o nel non saperla vivere) potrebbe avere qualcosa di mescolato, improprio e sacro; o è quanto meno vero che potrebbe aspirare a possederlo, questo sacro, perché sempre più mi pare si ravvisino diversi casi in cui la contemporanea satira si segnala per un suo particolare ritorno ad un ordine medievale.
Penso a certi brani paurosissimi di Ascanio Celestini che, con foga da frate dolcinano (ma non solo nella foga: anche nell'aspetto fisico, per via del solito come sopra così sotto) si scaglia contro il denaro come sterco del demonio, e contro la società dei consumi, dal momento, ovvio, che homo mercator numquam aut vix potest Deo placere (a Dio poco o niente piace il capitalista).
Lo stesso si potrebbe dire di Papa Nazingher, una piccola raccolta di vignette satiriche che Alessio Spataro dedica al vigente papa.
Questo libro sembra partire da un paio di vignette leggere, irresponsabili, acutissime e sottili che, epoca veramente lontana, negli anni Ottanta, Andrea Pazienza dedicò a papa Wojtila: il papa elegante a bordo piscina che si sbevazzava un liquorino pensando, chissà se esiste?, e un'altra in cui parlava al telefono con la divinità che gli dava lavoro, chiamandola zio.
Pazienza parteggiava palesemente per questo papa che doveva sembrargli della risma del suo Zanardi. E lo sapeva bene anche il Vaticano che dovrà, con questo uomo, fare il suo ultimo, enorme sforzo creativo per trasformare lo sciatore polacco in un santo, restaurando genialmente il termine atleta in chiave martiriologica e paleocristiana.
Ma Nazingher, con la sua piccina, conchiusa, e temo purtroppo solo ipotetica storia d'amore; con le sue piccole opinioni politiche piene di paura contro il diverso e l'altro, è talmente lontano da qualsiasi idea di sacro e di vita (che non è mai ipotetica ma tutta dichiarata, mai piccina, mai conchiusa, ed è sempre Altro) che nessuno sforzo creativo potrebbe salvarlo: se non quello, forse, di questa satira iettatoria, piena di corpi gonfi e marcescenti, sessi decrepiti, grugni sporchi di bestia e, quindi, grugniti, sfoghi corporei, minzioni, peti. Una satira ossessiva, tutta concentrata sulla figura grottesca di un papa che declina il dubbio teologico, irridente e felice, del suo predecessore, in una chiara e sorda bestemmia: la madonna stessa, pur così comprensiva, non sembra persuasa che il vecchio, cadendo, abbia proprio maledetto la "sua nonna".
Quello di Spataro è un libro tragico e accorato che utilizza la modesta vicenda umana di un personaggio minore quale papa Benedetto per significare una minorazione, o meglio una vacanza, del sacro; una deprivazione del senso della vita, o di una nostra incapacità a viverlo: a vivere.
di Pier Paolo Di Mino
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