CINEMA E MUSICA
Adriano Angelini Sut
Paper Gods: gli idoli di cartapesta riportano i Duran Duran sull'Olimpo dei miti.

Eccoli qua. Invecchiati benissimo. Sciolti, disinvolti e sempre attraenti. I Duran Duran lanciano il loro quattordicesimo album in studio, “Paper Gods” ed è impossibile non meravigliarsi. Prima di tutto perché si sono riaffidati con assoluta nonchalance a un guru della dance come Nile Rodgers (che aveva già curato “Notorius” nel '86) e a Mark Ronson che aveva curato il precedente e già ottimo album “All you Need is Now” (2010). Poi perché i quattro di Birmingham abbandonano quasi completamente i seppur lievi e ultimi sussulti rock per lasciarsi trasportare da una dance e un'elettronica pop che non t'aspetti. Coraggiosi e vincenti, come al solito.
L'album viene annunciato a giugno, in concomitanza con l'uscita del singolo che ormai è arrivato perfino alla pubblicità Tim, “Pressure Off”, featuring Janelle Monaé. Che dire, la perfezione. Un brano dance che ripiglia gli anni'80 e li teletrasporta sui synth di quest'epoca. Con tanto di coretto sciocco che si trasforma subito in tormentone. Ma è la title track, “Paper Gods” che ti dà la misura della portata dell'intero album. Siamo dalle parti di “Notorius” (non poteva essere diversamente) ma con echi dance più sofisticati; l'inizio in sordina, con coro a cappella e quell'ascesa nel beat elettro. Sembra un inno, prevedo un successone delle versioni remix, come negli anni'80, quando i DJ prendevano i loro singoli e li facevano diventare dei riempi pista. Stesso destino prevedo per altri due pezzi dance ultra convincenti; “Last Night in The City” (dove compare Kiesza) e “Danceophobia”.
Nulla in quest'album è lasciato al caso. La copertina è un omaggio alla loro carriera, colori pastello, rosa azzurri accesi, con disegni presi da alcuni singoli di successo della loro carriera (il lottatore di sumo, la silhouette di una donna e un bicchiere di champagne per “Girls on Film”, un gelato stilizzato per “Perfect Day”, una tigre per l'abum “Seven and The Ragged Tiger”).
I lenti non mancano: “You Killed Me with Silence” è un gioiello che rievoca atmosfere New Wave e ariose melodie à la Duran con Simon Le Bon che gorgheggia spavaldo, “What Are The Chances” vede la partecipazione del chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, John Frusciante ma, nonostante questo, se devo dirla tutta, sembra il pezzo più debole dell'album. Un po' ripetitivo, scimmiottano troppo sé stessi e il ritornello di facile presa risulta un dejà ecouté che infastidisce. Meglio, molto meglio, i brani dove possono scatenarsi: “Face for Today” ha la grandezza di una “Union of The Snake”, un impianto di bassi potentissimo e un uno due bridge ritornello (cantato su un'altra tonalità) che inchioda. Altrettanto notevole “Butterfly Girl”, funky lucidissimo e sincopato, il basso di John Taylor (che ricordiamolo è stato pur sempre considerato dagli esperti uno dei migliori del mondo) che non sbaglia un colpo e ti farebbe ballare pure se suonasse da solo.
“Only in dreams” è un brano tutto sommato onesto, un funky più lento e da ascolto che scorre via indisturbato. Tutt'altro tenore “Change the Skyline”, featuring Jonas Bjerre, che ci riporta in pista con una buona dose di synth anni'80 che, se fatti da loro, non stonano mai. Melodia e dance. Riuscita come nella migliore tradizione. Stesso discorso per la frizzante “Sunset garage” che ammicca a tutto il pop che hanno suonato finora senza mai imitarlo. Chiude l'album “The Universe Alone”, bellissimo affresco sonoro per i cuoricini romantici, in stile “Rio”, con un crescendo elegante, una sezione archi che amplia l'ascolto e la dolcezza tipica del sogno duraniano. Per gli aficionados un album imperdibile, per gli altri, sicuramente una sorpresa, per le nuove generazioni, la dimostrazione che la musica del passato, spesso, supera di gran lunga e sotto molti aspetti quella contemporanea.
Duran Duran
Paper Gods
Warner Bros 2015
L'album viene annunciato a giugno, in concomitanza con l'uscita del singolo che ormai è arrivato perfino alla pubblicità Tim, “Pressure Off”, featuring Janelle Monaé. Che dire, la perfezione. Un brano dance che ripiglia gli anni'80 e li teletrasporta sui synth di quest'epoca. Con tanto di coretto sciocco che si trasforma subito in tormentone. Ma è la title track, “Paper Gods” che ti dà la misura della portata dell'intero album. Siamo dalle parti di “Notorius” (non poteva essere diversamente) ma con echi dance più sofisticati; l'inizio in sordina, con coro a cappella e quell'ascesa nel beat elettro. Sembra un inno, prevedo un successone delle versioni remix, come negli anni'80, quando i DJ prendevano i loro singoli e li facevano diventare dei riempi pista. Stesso destino prevedo per altri due pezzi dance ultra convincenti; “Last Night in The City” (dove compare Kiesza) e “Danceophobia”.
Nulla in quest'album è lasciato al caso. La copertina è un omaggio alla loro carriera, colori pastello, rosa azzurri accesi, con disegni presi da alcuni singoli di successo della loro carriera (il lottatore di sumo, la silhouette di una donna e un bicchiere di champagne per “Girls on Film”, un gelato stilizzato per “Perfect Day”, una tigre per l'abum “Seven and The Ragged Tiger”).
I lenti non mancano: “You Killed Me with Silence” è un gioiello che rievoca atmosfere New Wave e ariose melodie à la Duran con Simon Le Bon che gorgheggia spavaldo, “What Are The Chances” vede la partecipazione del chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, John Frusciante ma, nonostante questo, se devo dirla tutta, sembra il pezzo più debole dell'album. Un po' ripetitivo, scimmiottano troppo sé stessi e il ritornello di facile presa risulta un dejà ecouté che infastidisce. Meglio, molto meglio, i brani dove possono scatenarsi: “Face for Today” ha la grandezza di una “Union of The Snake”, un impianto di bassi potentissimo e un uno due bridge ritornello (cantato su un'altra tonalità) che inchioda. Altrettanto notevole “Butterfly Girl”, funky lucidissimo e sincopato, il basso di John Taylor (che ricordiamolo è stato pur sempre considerato dagli esperti uno dei migliori del mondo) che non sbaglia un colpo e ti farebbe ballare pure se suonasse da solo.
“Only in dreams” è un brano tutto sommato onesto, un funky più lento e da ascolto che scorre via indisturbato. Tutt'altro tenore “Change the Skyline”, featuring Jonas Bjerre, che ci riporta in pista con una buona dose di synth anni'80 che, se fatti da loro, non stonano mai. Melodia e dance. Riuscita come nella migliore tradizione. Stesso discorso per la frizzante “Sunset garage” che ammicca a tutto il pop che hanno suonato finora senza mai imitarlo. Chiude l'album “The Universe Alone”, bellissimo affresco sonoro per i cuoricini romantici, in stile “Rio”, con un crescendo elegante, una sezione archi che amplia l'ascolto e la dolcezza tipica del sogno duraniano. Per gli aficionados un album imperdibile, per gli altri, sicuramente una sorpresa, per le nuove generazioni, la dimostrazione che la musica del passato, spesso, supera di gran lunga e sotto molti aspetti quella contemporanea.
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