CINEMA E MUSICA
Francesco Tromba
Roger Daltrey a Roma: il rock è morto, o forse no...

I Hope I die before I get old', canta Roger Daltrey in 'My Generation', ma la notizia è che la voce del frontman londinese è ancora viva e potente, in grado di sostenere un tour e regalare ancora emozioni per un concerto di oltre due ore.
La prima parte dello spettacolo è dedicata a Tommy, l'opera rock scritta da Pete Townshead (ormai quasi del tutto sordo), da cui Ken Russel ha tratto un film. Daltrey parte piano, facendo pensare che prima o poi tutti invecchiano, e che non è più il rocker di una volta. Infatti, negli acuti di 'Christmas' e di 'Pinball Wizard' l'intonazione mostra qualche ruga, e si perde nel sound energico delle chitarre.
Ma da 'Go to the mirror' inizia un altro concerto. Daltrey torna giovane! Il suo caratteristico lancio del lazo col microfono (non ne sbaglia uno!) e la voce aggiungono forza, energia e spettacolarità allo show. 'Each sensation makes a note in his symphony', adesso l'opera è davvero completa. Le due chitarre di Simon Townshead (fratello di Pete) e Frank Simes sono sempre precise, taglienti e all'occorrenza acide; Scott Deavours con la batteria dà aria al sound e lo rende incalzante, il basso di Jon Button aggiunge profondità alla melodia, mentre Loren Gold alle tastiere regala quel tocco di fusion e psichedelia Who-style.
Il punto più alto di Tommy è 'Sensation', dove Daltrey ritrova smalto e presenza scenica dei bei tempi e appena terminato il pubblico salta in piedi e si avvicina al palco per dare avvio alla seconda parte del concerto; tra i vecchi successi della band inglese 'Baba 'O Riley', 'My Generation', 'Behind Blue Eyes', 'Young man blues', e la cover 'Pictures of me'.
Quando esplode 'I can see for miles' sembra che gli Who siano ancora vivi e uniti sul palco, e il sound quello del concerto all'Isola di Wight: potente, elettrico, rock e psichedelico al tempo stesso. Anche le videoproiezioni, abbastanza scadenti, in questo caso sono azzeccate: la veduta distorta di una strada alberata conduce dentro la musica e lo spirito dei '70.
Dopo quasi due ore e mezzo tutto si ferma e il rock muore di nuovo, dopo essere resuscitato per un momento. Così, uscendo dall'Auditorium della Conciliazione di Roma si ha la sensazione che ci sia ancora qualche speranza. Per il rock e per migliorare la società, dandole nuova linfa. Ma poi lo sguardo cade su un chitarrista che, con un piccolo amplificatore, strimpella davanti all'ingresso. È vecchio, ha tante rughe, i lunghi capelli sono bianchi. I pettorali e gli addominali, che spuntano dal gilet di pelle, ormai flaccidi e sformati. La sua voce sembra un lamento. È lo spirito del rock. Senza forza, quasi senza vita, senza voce, muscoli, sound, un nuovo percorso da seguire e niente da dire. E allora ci svegliamo. Non siamo più negli anni '70, il rock è morto e anche le band che ancora lo trascinano sui palchi (tipo i Rolling Stones) non hanno più senso. Le idee, i propositi, i progetti, le ribellioni e i sogni sono infranti, anche se la musica degli Who, per una notte, può ricordarli.
Insomma, concerto da non perdere, con un Roger Daltrey sorprendente per energia, voce e lancio del microfono. Un gruppo di grandi musicisti che si esprime perfettamente con il loro linguaggio preferito: il rock.
La prima parte dello spettacolo è dedicata a Tommy, l'opera rock scritta da Pete Townshead (ormai quasi del tutto sordo), da cui Ken Russel ha tratto un film. Daltrey parte piano, facendo pensare che prima o poi tutti invecchiano, e che non è più il rocker di una volta. Infatti, negli acuti di 'Christmas' e di 'Pinball Wizard' l'intonazione mostra qualche ruga, e si perde nel sound energico delle chitarre.
Ma da 'Go to the mirror' inizia un altro concerto. Daltrey torna giovane! Il suo caratteristico lancio del lazo col microfono (non ne sbaglia uno!) e la voce aggiungono forza, energia e spettacolarità allo show. 'Each sensation makes a note in his symphony', adesso l'opera è davvero completa. Le due chitarre di Simon Townshead (fratello di Pete) e Frank Simes sono sempre precise, taglienti e all'occorrenza acide; Scott Deavours con la batteria dà aria al sound e lo rende incalzante, il basso di Jon Button aggiunge profondità alla melodia, mentre Loren Gold alle tastiere regala quel tocco di fusion e psichedelia Who-style.
Il punto più alto di Tommy è 'Sensation', dove Daltrey ritrova smalto e presenza scenica dei bei tempi e appena terminato il pubblico salta in piedi e si avvicina al palco per dare avvio alla seconda parte del concerto; tra i vecchi successi della band inglese 'Baba 'O Riley', 'My Generation', 'Behind Blue Eyes', 'Young man blues', e la cover 'Pictures of me'.
Quando esplode 'I can see for miles' sembra che gli Who siano ancora vivi e uniti sul palco, e il sound quello del concerto all'Isola di Wight: potente, elettrico, rock e psichedelico al tempo stesso. Anche le videoproiezioni, abbastanza scadenti, in questo caso sono azzeccate: la veduta distorta di una strada alberata conduce dentro la musica e lo spirito dei '70.
Dopo quasi due ore e mezzo tutto si ferma e il rock muore di nuovo, dopo essere resuscitato per un momento. Così, uscendo dall'Auditorium della Conciliazione di Roma si ha la sensazione che ci sia ancora qualche speranza. Per il rock e per migliorare la società, dandole nuova linfa. Ma poi lo sguardo cade su un chitarrista che, con un piccolo amplificatore, strimpella davanti all'ingresso. È vecchio, ha tante rughe, i lunghi capelli sono bianchi. I pettorali e gli addominali, che spuntano dal gilet di pelle, ormai flaccidi e sformati. La sua voce sembra un lamento. È lo spirito del rock. Senza forza, quasi senza vita, senza voce, muscoli, sound, un nuovo percorso da seguire e niente da dire. E allora ci svegliamo. Non siamo più negli anni '70, il rock è morto e anche le band che ancora lo trascinano sui palchi (tipo i Rolling Stones) non hanno più senso. Le idee, i propositi, i progetti, le ribellioni e i sogni sono infranti, anche se la musica degli Who, per una notte, può ricordarli.
Insomma, concerto da non perdere, con un Roger Daltrey sorprendente per energia, voce e lancio del microfono. Un gruppo di grandi musicisti che si esprime perfettamente con il loro linguaggio preferito: il rock.
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