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Il Paradiso degli Orchi
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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Schiumette sonore

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Sky Uno, 23 dicembre, seconda serata. In una ripresa inspiegabilmente dark, ambientata in un teatro dai palchetti vuoti, con tagli di luci e ombre drammatizzanti (che peraltro, ripetendosi sempre uguali, finita la prima sorpresa diventano solo fastidiosi) seguiamo perplessi un concerto per pianoforte solo.
Il corpo del solista, ripreso di spalle, di fronte, di sopra e di sotto (più i primi piani delle mani, ovvio) appare talvolta immobile come pietrificato, talvolta contratto, la testa buttata all’indietro con i tendini del collo tesi fino allo spasimo, le vene gonfie e pulsanti, i lineamenti distorti, la bocca spalancata in un grido muto. L’immagine drammatica che offre allo spettatore è quella della sofferenza; di un male che sconvolge la coordinazione dei movimenti e rende simili ad artigli le dita che graffiano la tastiera con spastica dolcezza.
Ma lui reagisce con la forza dell’arte. E alla fine di ogni esecuzione un movimento spossato fa abbattere il suo petto verso lo strumento o innalza le sue braccia in uno slancio di volo, mentre versi gutturali gli escono dalla gola.
Parla spezzato e racconta la genesi di ognuna delle sue composizioni: da un impulso creativo, da un’esigenza dell’anima, dai versi di Emily Dickinson. Riferisce la teoria antica che dice che “la vita è composta da dodici stanze. Sono le dodici in cui lasceremo qualcosa di noi, che ci ricorderanno. Dodici sono le stanze che ricorderemo quando passeremo l'ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza perché quando nasciamo non vediamo, ma pare che questo accada nell'ultima” (un po’ di fumo new age non guasta).
E cita perfino Cage, a cui rende omaggio pizzicando a mano le corde del pianoforte in una esecuzione audacemente sperimentale. Insomma, la ricerca di nobili origini.
Le sue esternazioni ribollono di un travaglio di passione artistica e umana che vorrebbe far nascere in noi la spasmodica attesa, il desiderio addirittura di essere travolti fino a soffocare in un fiume in piena di musica, fra ondate di folle melodia… 
 Beh, ecco, invece che travolti e soffocati da quello tsunami incautamente invocato, dopo l’ascolto ci ritroviamo a essere solo blandamente inumiditi da una modesta risacca di schiumette sonore che ci arriva sì e no alle caviglie. Striminzite e puerili progressioni cincischiate da arpeggini e noterelle di una banalità sconcertante. E quando serve impressionare, martellate sui tasti e via col pedale a tutta forza.
Dopo attento e sofferto esame (salvando naturalmente, e con tutto il rispetto dovuto, la sua disabilità fisica che certamente non è stata, e non è un tappeto di fiori) crediamo di poter dichiarare, e ci dispiace perché è simpatico, che, presente sui nostri teleschermi, sui nostri palcoscenici, sulle pagine dei nostri giornali, peggio di Allevi c’è lui, il Maestro Ezio Bosso.
E la colpa è di Sanremo che ce lo ha portato a casa.

PS. La trasmissione di Sky si chiamava “The 12th room - Il Concerto” (la Dickinson, le antiche leggende sulle stanze, l’immagine romantica dell’artista che soffre tanto: una formula che  vende sempre).
E, come abbiamo avuto tante volte occasione di commentare finora nel caso di Giovanni Allevi, e da ora in poi a proposito di Bosso, l’artista lasciamolo da parte, anche per rispetto alla categoria, ma sulla commercializzazione del fenomeno, tanto di cappello.
E' ovvio che la gestione dell’impresa è nelle capaci mani di qualche gruppo di professionisti diabolicamente esperti.
Ai quali c’è solo una parola da dire: bravi!



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