ATTUALITA'
Stefano Torossi
Sconcerto al concerto.

Dopo i fasti imperiali della settimana scorsa (Natale di Roma, Panteon, SPQR, ecc.), questa settimana dobbiamo volare più basso e accontentarci.
Espaces Acoustiques. 29 aprile, Teatro Studio, Parco della Musica. Non ci era mai capitato che la parte non spettacolare di uno spettacolo fosse più spettacolare dello spettacolo.
Riceviamo un invito alla serata in omaggio di Pierre Jodlowski e Laurent Durupt nel festival “Suona Francese”. Naturalmente andiamo. I due performano all’elettronica e alle percussioni, accompagnati da alcuni solisti della PMCE (l’eccellente Parco della Musica Contemporary Ensemble). Vengono eseguite “opere visivo-acustiche di autori francesi contemporanei, in grado di costruire delle gabbie percettive sonore all’interno dello spazio scenico, spesso complementari allo spazio bidimensionale dello schermo”. Questi i paroloni del programma di sala, per dire che mentre quelli suonano c’è una proiezione.
Il primo brano è di una lunghezza sadica (35 minuti), con fragorose e ripetitive percussioni in scena mentre sullo schermo si avvicendano immagini a bassa risoluzione, e a bassissimo gusto: traffico automobilistico notturno, raccolta di frutti, distillazioni di sidro e mani di contadini che accarezzano mucche, molte mucche. Baggianate ad alta presunzione pseudointellettuale.
Secondo brano. E qui viene il bello. Il flautista Manuel Zurria dà di piglio ai suoi strumenti e a forza di soffiare e sbuffare (come il lupo cattivo dei tre porcellini) provoca un cortocircuito, e tutto si spegne: luci, proiezione e microfoni. Il brano in esecuzione era talmente incasinato che nessuno del pubblico fa le mostre di accorgersi dell’incidente. Nessuno dal palco dice niente, nessun tecnico appare, e così, piano piano comincia lo sconcerto al concerto.
E’ stato molto divertente. Bisbigli in sala. Risatine. Frusciare di piedi. E poi, prima per iniziativa di qualche singolo coraggioso, poi come un fiume esondato, la gente ha cominciato a sgattaiolare verso le uscite abbandonando con consapevole viltà la sala. Che in pochi minuti è rimasta mezza vuota. Ma questo molto umano intermezzo ha creato un’atmosfera di cordialità fra i sopravvissuti. Tutta l’insofferenza per la musica (o la sua latitanza) è scomparsa, e l’evento è diventato una specie di riunione di amici. Anche perché, forse consapevolmente, o forse per l’imbarazzo, fino alla fine nessuno ha pensato a fare un annuncio, a riaccendere le luci in sala, a creare qualche diversivo. Niente, ma proprio per questo divertente.
Purtroppo il guasto è durato poco, e poi il programma è andato avanti con “Time & Money” di Meyer, a cui dobbiamo riconoscere una certa abilità nel costruire qualcosa che non avesse addosso solo lo straccio malconcio di una casualità volutamente irritante, ma una struttura riconoscibile anche se non necessariamente apprezzabile. Anche qui, proiezione di un insensato video in cui un certo numero di persone in mutande facevano movimenti non in sincrono con la musica né in linea con una qualsivoglia ipotesi di racconto.
Ci sarebbe piaciuto uscirne scandalizzati, irritati, magari anche offesi, e non solo annoiati, com’è purtroppo successo. Abbiamo voluto rimanere fino alla fine per vedere dove gli autori andavano a parare.
Da nessuna parte, è stata la conclusione in finale di serata.
PS. Sarebbe meglio che non facessero uso della parola. Più volte in passato siamo arrivati a questa conclusione, a proposito di colleghi dello spettacolo.
Ecco, dopo il caso (tre Sanremi fa) del senile (6 gennaio 1938) cantante-predicatore, di cui non è necessario fare il nome, siamo costretti a ripeterci quest’anno in occasione del concerto del primo maggio.
Si tratta di un altro cantante, entrato nella storia della musica principalmente per le ascelle, improvvisatosi commentatore politico, un po’ meno anziano (10 febbraio 1962) ma sempre troppo per fare il rocker maledetto in canottiera (a meno di essere Mick Jagger, e non è certo il suo caso).
Cari solisti (e qui è d’obbligo aggiungere anche il sublime Allevi) e cantanti, aprite bocca solo per ficcarci dentro uno strumento, oppure per emettere note.
Per parlare, è meglio lasciar fare a uno pratico.
Espaces Acoustiques. 29 aprile, Teatro Studio, Parco della Musica. Non ci era mai capitato che la parte non spettacolare di uno spettacolo fosse più spettacolare dello spettacolo.
Riceviamo un invito alla serata in omaggio di Pierre Jodlowski e Laurent Durupt nel festival “Suona Francese”. Naturalmente andiamo. I due performano all’elettronica e alle percussioni, accompagnati da alcuni solisti della PMCE (l’eccellente Parco della Musica Contemporary Ensemble). Vengono eseguite “opere visivo-acustiche di autori francesi contemporanei, in grado di costruire delle gabbie percettive sonore all’interno dello spazio scenico, spesso complementari allo spazio bidimensionale dello schermo”. Questi i paroloni del programma di sala, per dire che mentre quelli suonano c’è una proiezione.
Il primo brano è di una lunghezza sadica (35 minuti), con fragorose e ripetitive percussioni in scena mentre sullo schermo si avvicendano immagini a bassa risoluzione, e a bassissimo gusto: traffico automobilistico notturno, raccolta di frutti, distillazioni di sidro e mani di contadini che accarezzano mucche, molte mucche. Baggianate ad alta presunzione pseudointellettuale.
Secondo brano. E qui viene il bello. Il flautista Manuel Zurria dà di piglio ai suoi strumenti e a forza di soffiare e sbuffare (come il lupo cattivo dei tre porcellini) provoca un cortocircuito, e tutto si spegne: luci, proiezione e microfoni. Il brano in esecuzione era talmente incasinato che nessuno del pubblico fa le mostre di accorgersi dell’incidente. Nessuno dal palco dice niente, nessun tecnico appare, e così, piano piano comincia lo sconcerto al concerto.
E’ stato molto divertente. Bisbigli in sala. Risatine. Frusciare di piedi. E poi, prima per iniziativa di qualche singolo coraggioso, poi come un fiume esondato, la gente ha cominciato a sgattaiolare verso le uscite abbandonando con consapevole viltà la sala. Che in pochi minuti è rimasta mezza vuota. Ma questo molto umano intermezzo ha creato un’atmosfera di cordialità fra i sopravvissuti. Tutta l’insofferenza per la musica (o la sua latitanza) è scomparsa, e l’evento è diventato una specie di riunione di amici. Anche perché, forse consapevolmente, o forse per l’imbarazzo, fino alla fine nessuno ha pensato a fare un annuncio, a riaccendere le luci in sala, a creare qualche diversivo. Niente, ma proprio per questo divertente.
Purtroppo il guasto è durato poco, e poi il programma è andato avanti con “Time & Money” di Meyer, a cui dobbiamo riconoscere una certa abilità nel costruire qualcosa che non avesse addosso solo lo straccio malconcio di una casualità volutamente irritante, ma una struttura riconoscibile anche se non necessariamente apprezzabile. Anche qui, proiezione di un insensato video in cui un certo numero di persone in mutande facevano movimenti non in sincrono con la musica né in linea con una qualsivoglia ipotesi di racconto.
Ci sarebbe piaciuto uscirne scandalizzati, irritati, magari anche offesi, e non solo annoiati, com’è purtroppo successo. Abbiamo voluto rimanere fino alla fine per vedere dove gli autori andavano a parare.
Da nessuna parte, è stata la conclusione in finale di serata.
PS. Sarebbe meglio che non facessero uso della parola. Più volte in passato siamo arrivati a questa conclusione, a proposito di colleghi dello spettacolo.
Ecco, dopo il caso (tre Sanremi fa) del senile (6 gennaio 1938) cantante-predicatore, di cui non è necessario fare il nome, siamo costretti a ripeterci quest’anno in occasione del concerto del primo maggio.
Si tratta di un altro cantante, entrato nella storia della musica principalmente per le ascelle, improvvisatosi commentatore politico, un po’ meno anziano (10 febbraio 1962) ma sempre troppo per fare il rocker maledetto in canottiera (a meno di essere Mick Jagger, e non è certo il suo caso).
Cari solisti (e qui è d’obbligo aggiungere anche il sublime Allevi) e cantanti, aprite bocca solo per ficcarci dentro uno strumento, oppure per emettere note.
Per parlare, è meglio lasciar fare a uno pratico.
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