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Stefano Torossi

Trionfi e miserie

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Trionfi…
Invitati, venerdì 23 marzo, alla Cappella Sistina per i Vespri Solenni della quinta settimana di Quaresima.
Primo: non c’è che dire, occasione unica. Intanto si entra senza subire l’interminabile coda d’ingresso ai Musei Vaticani, unica possibilità per un comune mortale di accedere alla Sistina.
Secondo: i presenti non sono numerosi come i visitatori normali del museo e questo dà un certo qual respiro.
Terzo: contrariamente a ciò che succede ai turisti che hanno pochi minuti per guardarsi in giro prima di essere cacciati, finita la funzione siamo stati liberi di gironzolare avanti e indietro e di rimirare non solo gli affreschi che, per quanto siano riprodotti ovunque, visti con i propri occhi continuano a essere strabilianti, ma anche di scrutare la meraviglia del pavimento cosmatesco della cappella.
Rombi, quadrati, triangoli composti di miriadi di pezzetti di marmi colorati e pregiatissimi, recuperati nei secoli bui fra le rovine dei monumenti romani.
In quei tempi tutto era ridotto in frammenti dai crolli e dagli incendi, e ciò ha evidentemente suggerito questo stile geometrico e pittoresco, e soprattutto basato sul recupero, in un’epoca poverissima, di materiale ricchissimo, ma a pezzi.
Riflessioni accompagnate e arricchite dalla suggestiva esecuzione di salmi, inni, antifone della liturgia da parte di un magnifico coro sostenuto e indirizzato da un organo molto partecipe.
Un godimento oltre ogni considerazione di fede, anzi capace di sostituirla a un livello altrettanto elevato per noi, religiosamente scettici ma artisticamente devoti.

...e miserie
E allora oggi, Domenica delle Palme, abbiamo sentito il bisogno di controbilanciare tutto quel trionfo di sensazioni con cui ci aveva viziati il miracolo michelangiolesco della Cappella Sistina.
Così, aiutati da una bella giornata di sole dopo tutta la pioggia passata, ce ne siamo andati a cercare qualcosa di più terra terra, di meno simbolico insomma, ma sempre nella storia. E abbiamo trovato un paio di cosette niente male.
Questa, affacciata su Piazza Fiume dalle Mura Aureliane, eccola qua: una bella latrina pensile per i soldati di guardia. Non sappiamo se risalga all’epoca romana, o se sia un’aggiunta medievale. Fatto sta che non è difficile immaginarne il funzionamento in un’epoca in cui l’igiene era approssimativa e non c’erano di sicuro né acqua né scarichi. Ci si accucciava su un buco, magari sbirciando dalla feritoia, e via.
Probabilmente c’era una protezione interna (due tondi sfalsati di legno o di pietra ruotanti su un perno?) per evitare che l’armigero rimanesse infilzato da una freccia nemica scoccata dal basso proprio nel momento del bisogno, ma per consentire, una volta espletata la funzione, lo scarico del materiale.
Facile immaginare il fetore di questi bugigattoli (ce n’erano parecchie decine lungo tutto il perimetro), mentre ci sorprende sempre la constatazione che fuori delle mura si stendeva evidentemente la terra di nessuno, un luogo dove tutti buttavano tranquillamente di tutto, considerandola (e forse lo era davvero) una discarica.
Quest’altra si vede dall’alto di una torre del museo di Porta San Paolo. Quasi di sicuro si trattava dell’abitazione del comandante del corpo di guardia in epoca post romana: una catapecchia inequivocabilmente medievale appollaiata sugli archi della controporta.
Medievale come rozzezza di costruzione, ma oggi sicuramente adattata a confortevole e anche civettuolo alloggio di un contemporaneo, probabilmente il custode del museo, come si deduce dalla presenza di una moderna cappa di caldaia, di un condizionatore, di alcune piante in vaso e di un’antenna parabolica.
A questo punto ci pare proprio di essere tornati più vicini alla terra. Siamo a posto.



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