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CLASSICI

Alfredo Ronci

Un limpido scrittore: “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani.

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Scriveva Bassani a proposito de Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa: Di lì a poco ebbi tra mano il dattiloscritto. Esso non recava alcuna firma. Di un cosa fui subito certo, comunque, non appena ebbi gustato il delizioso fraseggio dell’incipit: che si trattasse di un lavoro serio, opera di un vero scrittore. Tanto bastava. La lettura completa del romanzo, poi, che esaurii in pochissimo tempo, non fece che confermarmi nella prima impressione.
Perché ho riportato questa breve analisi di Bassani a proposito de Il gattopardo (intendiamoci, poteva essere qualsialtro libro)? Perché intorno a quegli anni diventò direttore editoriale della Feltrinelli e riuscì a far pubblicare numerosi scrittori tra cui Cancogni, Delfini e Fortini. E dunque?
Ahimè per lui, gli capitò anche di leggere un libro (che poi diventò fondamentale per la narrativa italiana) di Alberto Arbasino, e cioè Fratelli d’Italia.  Ritenne che non fosse idoneo alla pubblicazione e quindi lo respinse, o meglio, ne chiese una riscrittura. Apriti cielo! Era il 1963 e in Italia si aggirava una gang (scherziamo, dai!) che andava sotto il nome di Gruppo 63. Gli improperi calarono giù come manna dal cielo. Quello più vergognosamente sottile disse che Bassani era la Liala della letteratura italiana.
Non me ne voglia nessuno ma quando si tratta di ricordare Bassani, a me, personalmente, tornano in mente certe sguaiataggini dell’epoca. E dire che lui aveva subito in pieno le pene del fascismo, a cominciare dalla galera che scontò, per alcuni mesi, nella prigione cittadina di Ferrara in via di Piangipane. Ma questo non gli impedì, nel corso del tempo, di attivare una serie di collaborazioni prestigiose e di avviare una lunga ed apprezzata carriera letteraria.
Dagli esordi in cui si firmava con uno pseudonimo (Giacomo Marchi: il nome è dello zio e il cogno-me della nonna materna cattolica) alle ultime cose, peraltro, per gran parte di esse, già pubblicate, Bassani ha sempre mantenuto una certa distanza dalle polemiche spicciole (forse l’unica sua mancanza è stata quella di chiedere che venisse cancellato il suo nome dai titoli di coda del film Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica).
Il romanzo Il giardino dei Finzi Contini esce nel 1962. E’ la storia di Bassani appunto che, dopo alcuni anni passati lontano dalla famiglia Finzi Contini (il padre Ermanno, la moglie Olga, e i figli Alberto e Micòl), che aveva un atteggiamento isolazionista nei confronti della vita e dei rapporti in generale, riesce a stabilire un contatto più umano con loro grazie soprattutto agli affetti amichevoli, ma non intimi, avuti con la giovane Micòl. Giovane di cui più avanti Bassani s’innamora, proprio nel momento in cui, la ragazza, conscia di questo contatto ravvicinato, si trasferisce per un breve periodo a Venezia. A questo punto inizia l’altro rapporto, quello con Alberto, il figlio maggiore dei Finzi Contini, e con Giampiero Malnate, un giovane attivista politico milanese che lavora come chimico in una fabbrica nella zona industriale di Ferrara.
Il resto (se di resto si può chiamare), è il procedimento continuo ed inarrestabile delle leggi razziali e dei provvedimenti a carico degli ebrei. Procedimenti che pur importanti ed influenti, sembrano appena toccare i Finzi Contini. Il romanzo si chiude con l’amaro ricordo della seconda guerra mondiale e del tragico destino spettato ai membri della famiglia in questione. A parte Alberto che morirà nel 42 a causa di un tumore, gli altri saranno tutti deportati in Germania e poi eliminati.
Ora possiamo in qualche modo tornare alla questione principale: perché mai, pur affrontando situazioni ed argomenti così delicati, il Bassani fu accusato di trascinare la letteratura italiana verso sponde culturalmente di grido? Cos’altro aveva di diverso rispetto a scrittori che si agitavano nelle stesse condizioni, soprattutto in quel periodo, e soprattutto considerando che erano anni in cui il neorealismo e quindi tutta la faccenda legata alla guerra, cominciava a mostrare segni di stanchezza?
Secondo me fu un inutile gioco al massacro. E’ vero, lo stile del Bassani, a volte, sembra non reggere le situazioni: quelle lunghe descrizioni di ambienti, non supportate però da un tocco d’ironia (forse non era nelle intenzioni dello stesso Bassani supportarle), smorzano le dinamiche della storia, ma qualcuno mi spieghi però come questa componente di memoria e di solitudine può incidere sul valore effettivo e affettivo del romanzo.
Bassani è stato uno scrittore coscienzioso e soprattutto politico, nel senso che si poteva dare allora a questa definizione. Sia il prima e soprattutto il dopo (letterario) testimoniano un attaccamento ideale alla sua terra e soprattutto alla Storia. Proprio con la esse maiuscola.




L’edizione da noi considerata è:

Giorgio Bassani
Il giardino dei Finzi Contini
Einaudi



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