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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Matteo Mana

A un passo dalla fine

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Ad attirare l’attenzione di George è l’enorme insetto immondo. Se ne sta quasi sdraiato in poltrona  e si guarda intorno impaurito muovendo nervosamente le zampette. Anche la ragazzina cianotica seduta vicina alla finestra non lo lascia tranquillo, anzi lei gli mette decisamente i brividi: ha il viso gonfio e viola e il vestito zuppo. Guarda nel vuoto assorta in chissà quali pensieri cantilenando un’inquietante filastrocca. Neanche i tre seduti sul divano lo rassicurano troppo: a un’estremità, un tizio elegante in giacca e cravatta, scarpe nere di vernice e una coppa di champagne in mano si stringe nel tentativo di tenersi lontano dal suo vicino, un giovane con barba e capelli lunghi che indossa vestiti logori e sporchi e che impugna nella mano destra un’accetta sanguinante. Il terzo è un guerriero dell’antica Grecia e lui sì, sembrerebbe quasi normale, se non continuasse a guardare quello che lo circonda a occhi e bocca spalancati, come se vedesse tutto per la prima volta. Infine, come se non bastasse, un vecchio cavaliere con la corazza e la lancia in mano sta seduto a cavalcioni di un mobiletto piuttosto malandato e cerca ostinatamente di spingerlo al galoppo.
All’improvviso George si ferma al centro del soggiorno, dà qualche colpo di tosse per schiarirsi la gola e richiamare l’attenzione. «Signori, signorina, vi ho convocato qui oggi per qualcosa che ha a che fare con la salute del mondo. Nessuno di voi mi può conoscere e quindi mi presento: mi chiamo George Smiley e sono un ex agente segreto dell’MI6.»
«Per Zeus e per tutti gli dei dell’Olimpo! Chi saresti? Chi siete tutti voi?» sbotta alzandosi in piedi il guerriero. Un po’ guarda l’insetto al suo fianco, un po’ il lampadario che illumina la stanza, un po’ il cavaliere. Non riesce a capire se sia vittima dell’incantesimo di qualche Maga o se, senza saperlo, sia finito in un Ade inverosimile. «Siete forse tutti ciechi come il vecchio Tiresia che non vi accorgete di essere in un luogo stregato? Un mostro, un insetto enorme in quell’angolo e un uomo di ferro in quell’altro. Ho navigato per tanto tempo e ho incontrato popoli e genti mai conosciuti prima, ma non ho mai veduto esseri come loro. Ho superato le Colonne d’Ercole, ma non ho mai vist…»
«Abbiamo capito, Ulisse», lo interrompe George alzando gli occhi al cielo, «qui tutti conosciamo le tue imprese...»
«Io comunque un nome ce l’avrei,» fa sapere con una vocina stridula l’insetto, «mi chiamo Gregor Samsa e non è colpa mia se sono così. Una mattina, appena svegliato da un sonno agitato, mi sono ritrovato completamente trasformato».
 Il brusio, prima appena percettibile, si trasforma ora in un vociare sempre più disordinato. George, rivolgendosi al soffitto, allarga le braccia. «Dimmi, perché hai dovuto prendere lui? Ti sembra che ci possa aiutare uno che non sa neanche cos’è una lampadina?» Tutti fissano George come se fosse uscito di testa. «Ti avevo detto di convocare il protagonista dell’Ulisse, non Ulisse!»
Io purtroppo so a chi si rivolge.
Guarda ancora verso l’alto come se potesse guardarmi dritto negli occhi, come se potesse guardare oltre la pagina del foglio in cui si trova. « Non dici nulla? E smettila di chiamarmi George, sono Smiley.»
 «Voi,» interviene il giovane con l’accetta ancora in mano puntando il dito contro George… cioè Smiley, «siete certamente impazzito.» 
«Sto parlando con l’autore.»
«Con chi?» si intromette Ulisse.
«Lo scrittore di questa storia.»
«Lo scrittore di questa storia?» ripetono insieme il giovane con l’accetta e il tizio elegante, mentre il cavaliere continua a fissare Gregor Samsa come si fissa una pericolosa minaccia e la ragazzina fissa il cavaliere come si fissa il grande amore.
«Noi tutti,» riprende Smiley dopo un respiro lungo e profondo, «come ben sapete siamo famosi personaggi della letteratura. Viviamo all’interno delle pagine e delle storie che i nostri genitori hanno scritto per darci la vita. Ma oggi ben pochi si ricordano di noi. Abbandonati alle pagine di libri che quasi nessuno legge ancora, stiamo per essere dimenticati. Chi è ancora interessato a sapere cosa capita a Raskòl’nikov o a Gatsby o alla piccola Ofelia… Se non facciamo qualcosa siamo destinati a scomparire. Per questo vi ho fatto prendere a prestito dalle vostre storie e vi ho fatto venire qui oggi. Avete qualche idea?»     
Gatsby si alza inferocito e fracassando sul parquet la coppa di champagne si avvicina minaccioso a Smiley. «Ma cosa va dicendo? Io non scomparirò mai! Le mie feste, i miei anni ruggenti sono entrati nella storia e oggi tutti vorrebbero riviverli.» Poi, voltandosi verso Raskòl’nikov, continua perfidamente: «Mi dispiace per voi se nessuno legge ancora la vostra storia, ma se non foste uno straccione puzzolente forse qualcuno potrebbe ancora mostrare un piccolo interesse per voi.»
A questo punto Raskòl’nikov posa l’accetta, l’afferra per il collo e lo appende al muro.
«Ti prego Raskòl’nikov… lascialo… così non risolviamo niente. Non possiamo farci fuori l’un l’altro.» Smiley gli appoggia una mano sulla spalla e la lascia lì fino a quando Raskòl’nikov non torna a sedersi tranquillo.
Ed è proprio in momenti come questo, quando Smiley crede di avere tutto sotto controllo, che tutto inizia a precipitare, o almeno nelle mie storie: il vecchio cavaliere, dopo averci rimuginato a lungo, impugna la lancia e la punta contro il povero Gregor Samsa. «Tu! Essere immondo! Le forze delle tenebre ti hanno evocato per far del male a questa dama, ma io te lo impedirò» e urlando come uno spiritato si lancia contro l’enorme insetto che terrorizzato cade dalla poltrona.
La lancia è ormai a pochi centimetri dal ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi del povero Gregor Samsa, quando finalmente Smiley si scuote e urla: «Scrittore, presto! Fermalo tu!»
«Io?»
«Sì, tu idiota.»      
Accetto allora di cambiare un destino che pare ormai scritto: correndo il vecchio cavaliere inciampa negli speroni arrugginiti e con un rumore di ferraglia cade rovinosamente rotolando fino alla parete.
 Ofelia è la prima ad accorrere. «O Amleto, ma allora voi mi amate.»  
«Amleto? Io sono Don Chisciotte della Mancia.»
«Quindi voi non mi amate?»
«Dolce fanciulla, il mio cuore batte solo per la mia Dulcinea.»
«Se voi non mi amate, allora… AAAH! Voglio morire!»
Ofelia si precipita verso l’ingresso e, prima che qualcuno riesca ad afferrarla, spalanca la porta e  in un attimo, inghiottita dalla nebbia e dalla notte di Londra, scompare.
«È  a te che piace Shakespeare», provoco Smiley, «io non l’avrei invitata.»
Lui alza le spalle insofferente e attraversa l’ingresso per chiudere la porta. Ma qualcosa o qualcuno glielo impedisce. Fuori sotto la pioggia c’è un uomo che si toglie educatamente il cappello e saluta gentile. «Buonasera, sono Leopold Bloom, ho ricevuto una lettera che mi convocava a questo indirizzo. Chiedo scusa, forse sono un po’ in ritardo, ma sa i pub lungo la strada…»
Smiley alza gli occhi verso di me e mi sfida: « È così che speri di rimediare?» Poi torna a squadrare Leopold Bloom e senza neanche un saluto di commiato gli sbatte la porta in faccia.
Quando rientra vede che Gregor Samsa  è risalito in poltrona. Con una zampetta si asciuga il sudore della fronte e con un’altra  si appoggia alla spalla di Raskòl’nikov che si è avvicinato per rassicurarsi delle sue condizioni. «C’è mancato poco», gli dice.
«Siete stato fortunato. Io non avrei sbagliato. Io sono capace di uccidere.»
«Mmm…» brontola Smiley, «sì, Raskòl’nikov, ma finireste per sentirvi in colpa, vi costituireste e vi condurrebbero in Siberia. Adesso puoi tornare a sederti come gli altri?» 
«Allora,» riprende uno Smiley sfinito, «se non facciamo qualcosa subito siamo destinati a scomparire. Sono rimasti in pochi a leggere libri e saranno sempre di meno. Ve lo chiedo un’ altra volta: avete qualche idea? »
Tutti si guardano senza parlare. Alla fine è Gatsby a farsi avanti: «Potremmo dare una gran festa, ballare, bere fino al mattino…»
«E questo come ci aiuterebbe?» gli chiede Smiley rassegnato.
«Io… io non lo so… ma se dobbiamo scomparire, sarebbe un bel modo di farlo.»      
«Qualcun altro?»
«Chi non legge è un insetto immondo che con la sua ignoranza appesta il mondo e non merita di vivere», grida Raskòl’nikov mostrando l’accetta insanguinata.
Anche Don Chisciotte e il terrorizzato Gregor Samsa alzano la mano, ma Smiley li zittisce prima che possano dire altre assurdità.
«Per Zeus!» se ne esce Ulisse «E se scrivessimo su una tavola o su un foglio di papiro la nostra storia?»
«Spiegati meglio», lo esorta Smiley improvvisamente attento.
«Se noi raccontiamo quello che ci sta capitando, il pericolo che corriamo, noi e la letteratura, io stesso potrei dare il messaggio a Ermes che lo porterebbe in tutto l’universo».
«Questa potrebbe non essere una cattiva idea, Ulisse. Insieme al nostro scrittore potremmo scrivere quello che è successo qui oggi e far sentire di nuovo la nostra voce.» 
«Ti va di scrivere la nostra storia?» mi chiede Smiley «Certo preferirei che a scriverla fosse John, ma lui ormai mi ha mandato in pensione. Non abbiamo altra scelta.»
Non posso dire di no a Smiley, tantomeno agli altri che mi fissano fuori dalla pagina come dei poveri cuccioli abbandonati. Un cenno di assenso e tutti esultano.
«Come la volete intitolare?»        
«Ci vuole qualcosa che faccia colpo, qualcosa tipo Odissea seconda parte.»
«Ulisse! Piuttosto Don Chisciotte della Mancia e i suoi scudieri.»
Raskòl’nikov lo guarda minaccioso: «O delitto e castigo di un cavaliere.»       
Poi Gregor Samsa alza una zampetta: «E se la chiamassimo A un passo dalla fine?» 
Incredibilmente tutti si dichiarano d’accordo.
«Allora » dico io, «la  vorrei iniziare così: ad attirare l’attenzione di George è l’enorme insetto immondo. Se ne sta quasi sdraiato in poltrona  e si guarda intorno impaurito muovendo nervosamente le zampette
Smiley mi guarda divertito, mi fa un cenno con la testa e con il dito medio mi manda a quel paese.



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