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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Serena Penni

Addio per ora

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Ho cinque anni. Sono sulla spiaggia, la mamma mi tiene per mano. Il cielo è quasi bianco. I miei piedi affondano nella sabbia, il vento fa volare il pareo viola di una donna che passeggia sul bagnasciuga. Mangio un cornetto Algida già mezzo sciolto, che mi sporca le dita e gocciola a terra. Una voce mi chiama da lontano. Ci sono dei bambini che giocano con un grande fenicottero gonfiabile, un gabbiano fissa l’orizzonte.
Ho quarantadue anni e sono nel mio appartamento alla periferia di Roma. Quanto tempo è passato da quando sei arrivato? Non lo so. Non ha molta importanza, dato che non ci sei già più. Quando ti ho visto non mi sono chiesta come avessi fatto a entrare in casa, forse avrei dovuto. Ma avevi gli occhi verdissimi e indossavi il maglione azzurro a collo alto che abbiamo scelto insieme. Hai voluto farmi una sorpresa, io ne sono stata felice, anche se avrei preferito avere più tempo per prepararmi. Ho sciolto la treccia che mi faccio per andare a dormire, e i boccoli biondi sono ricaduti sulle spalle, sul petto.
Sono di nuovo bambina, con la mamma. Lei si sta provando un paio di ballerine nere con il tacco. La osservo, immobile. Mi guardo intorno: ci sono scarpe di vari colori e forme, sono tutte eleganti. Rimango a lungo a fissarne un paio di velluto bordeaux, con un fiocco di raso dello stesso colore. Vorrei dire alla mamma di comprare quelle, perché sono bellissime, ma non ne ho il coraggio. Di lì a poco siamo in strada, è autunno, pioviggina, c’è odore di caldarroste. Indosso un paraorecchie di pelo che mi rende i suoni ovattati, morbidi.
La testa mi fa male, la mia vista si annebbia. Ho capito quasi subito che non eri venuto per restare. Appena entrato in camera, ti sei guardato intorno cercando l’orologio che ti eri scordato di portare via. Era rimasto lì, sul tuo comodino. Lo hai visto e non hai detto nulla, ma hai preso un’aria sollevata. Ero contenta di avere addosso una camicia da notte bianca, di pizzo: ho immaginato che ti facesse tornare in mente il giorno del nostro matrimonio, il mio abito lungo, candido, il pesco fiorito, lo sciame di libellule che ci avvolse all’uscita della chiesa. La musica di Schubert, i flûte di spumante e la torta enorme, traboccante di panna montata.
Clara, è arrivato il momento di prendere una decisione definitiva.
Ti sei seduto sul letto e mi hai afferrato una mano. Hai guardato con disprezzo la mia fede nuziale. Io non ti ascoltavo, del resto anche se avessi voluto non sarei riuscita a sentirti, tanto forte era il desiderio di abbracciarti, di stringerti, di avvinghiarmi a te. Dallo specchio di fronte al letto mi guardava una donna che non conoscevo. Aveva il viso magro, gli occhi spenti, poche ciocche di capelli biondi ammazzettati, le occhiaie e addosso una fruit grigia che le andava troppo larga. Piangeva.
Adesso sono al tuo fianco nel giorno del nostro matrimonio, stiamo facendo il giro dei tavoli per salutare gli invitati. Sul soffitto ci sono tanti aquiloni colorati, o forse sono pappagalli. Ormai sono diventata grande, sei tu a darmi la mano; la tua stretta è vigorosa, rassicurante, eppure mi manca qualcosa. Mi guardo in giro, cerco il volto di mia madre ma non lo trovo. Mi sento sola, ho paura.
Sono nel mio appartamento di Roma, ho quarantadue anni e un dolore scuro, straziante alla testa. Poco fa mi raccontavi di una donna che ha preso il mio posto. Le tue parole mi arrivavano a pezzi, a volte non erano che sillabe. Il nome della tua nuova compagna deve finire in “ela”. Forse Daniela, o Manuela, o solo Ela. Il mio sguardo si spostava dalla figura sconosciuta, scialba, nello specchio, alla fotografia di noi due, racchiusa in una cornice d’argento intarsiato. La mia mente invece andava alla nostra prima notte insieme, a casa tua, con quell’enorme vetrata affacciata sulla notte, attraverso cui la luna metteva a nudo i nostri corpi indifesi e le stelle ci spiavano. Al sibilo che sentii chiarissimo, come un serpente nascosto nell’ombra che mi avvertisse di fare attenzione. Mi assicurasti che era solo il vento e io volli crederti. Invece, non credetti alla zingara con l’anello di ametista che, pochi giorni dopo, scoprendo i tarocchi cambiò faccia e mi consigliò di guardarmi da chi mi faceva troppe promesse.
A un tratto hai afferrato l’orologio e te lo sei messo in tasca. Nel frastuono aggrovigliato delle tue parole – ma la tua voce si era fatta più flebile, insicura, quasi tremante, trasparente – ne ho distinta una, ripetuta più volte: separazione. Ho sentito salirmi dentro un’onda di rabbia e di disperazione. La donna nello specchio ha guardato verso il mobile della biancheria. Ho capito che volevamo la stessa cosa: trattenerti a ogni costo, stupirti, giocare ancora con te. Mi sono alzata; rimanendo in silenzio, mi sono diretta verso il mobile e ho tirato fuori la pistola che un amico di mio fratello mi aveva dato in cambio di tutti i miei risparmi. Te l’ho puntata contro; tu hai spalancato la bocca e hai strabuzzato gli occhi verdissimi. Sei rimasto immobile qualche istante, poi mi hai colpita con un calcio. Sono caduta all’indietro, ho battuto la testa contro lo spigolo del tavolo basso, di vetro, su cui conservo la collezione di serpenti di legno variopinti, e i miei bellissimi boccoli biondi si sono sporcati di sangue. Hai raccolto la pistola, che era finita in un angolo della stanza, e hai provato a spararmi addosso. Ma come avevi fatto a non accorgerti che era finta? Non ho mai avuto niente di vero, neppure le borse.
Hai gettato il giocattolo a terra e te ne sei andato. La pozza di sangue dietro la mia testa si allarga. Per la prossima volta che verrai a trovarmi avrò fatto in tempo a ripulirmi i capelli, a pettinarli, saranno lucenti come prima. Ma no, non accadrà. A uccidermi è la porta che ti chiudi alle spalle e che sbatte più forte che mai. In cielo tutto è nero. Sento un odore acre, di spumante rancido e di panna montata andata a male. L’Ave Maria di Schubert mi accompagna verso un matrimonio con nessuno.



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