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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Bernini di qua, Bernini di là

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La grande mostra di Bernini alla Galleria Borghese

Prenotazione obbligatoria non facile da avere, prezzo sostenuto, ingresso in truppa e solo due ore a disposizione prima di essere cacciati. Ma, certo, vale la pena.
Non tanto per i soliti fantastici gruppi del Ratto di Proserpina, di Apollo e Dafne, del David, che tutti conosciamo benissimo, anche se rivederli non fa di sicuro male, quanto per la sfilata di busti in bianco e nero di papi e cardinali, marmo e bronzo, in cui Bernini dà la misura della sua strabiliante capacità di catturare il carattere dei suoi soggetti e sbattercelo in faccia meglio di quanto riesca a fare una foto a colori oggi, quattrocento anni dopo.
E poi, una sorpresa: la serie di olii. Non solo il suo celebre autoritratto, ma altre facce di sconosciuti, di prelati e di papi, che probabilmente servivano come studi per futuri busti o statue.
È il solito discorso: all’epoca sembra che tutti sapessero fare tutto e bene. I geni, naturalmente, sapevano fare tutto anche loro come gli altri, ma meglio.
E, a proposito di statue, abbiamo visto per la prima volta un non finito berniniano (convinti che il non finito fosse un’esclusiva di Michelangelo) e precisamente la statua di Santa Bibiana, proveniente dall’omonima, oscura chiesa.
Eccola in tutto il suo levigato splendore anteriore, e la sua rozza approssimazione posteriore.
Ci pare che si stagli benissimo contro il policromo cielo del salone principale del Casino Borghese, e che soprattutto, come sempre fanno i marmi di Gian Lorenzo, riesca a prendere la luce, anche sbieca, e a metabolizzarla per trasformare la pietra in carne.
PS. C’erano anche parecchie opere di papà Pietro: gran virtuosismo e poca anima. Chiaro che il suo merito principale è stato fare quel figlio più bravo di lui.


Fiat lux a tariffa

Nuova sontuosa illuminazione interna a Santa Maria Maggiore. Inaugurata il 19 gennaio alla presenza dell’ex re Juan Carlos di Spagna y señora, e realizzata dall’Enel insieme alla Fundaciòn Endesa, sponsor.
Non lo sapevamo ma in questa occasione è venuto fuori che tra S. Maria Maggiore e la monarchia spagnola c’è, fin dai secoli passati, un fortissimo vincolo, tanto è vero che per tradizione il Re di Spagna ne è protocanonico onorario.
Tutto è cominciato a suo tempo con l’alto patronato accordato alla basilica da re Filippo IV, di cui, sotto il portico, c’è una bellissima statua su bozzetto di Bernini, ma realizzata da un suo allievo.
E questo è il primo nesso con Bernini.
Un altro, ancora più forte lo si trova sulla destra dell’altar maggiore: la tomba di Gian Lorenzo e famiglia.

Ci hanno detto che il lavoro con le luci è riuscito benissimo e allora, via di corsa a verificare.
Fuori affrontiamo una fila umiliante con metal detector e controlli da aeroporto, sotto la minaccia di fuciloni decisamente tecnologici imbracciati spensieratamente da soldatini decisamente artigianali (con quale potenziale rischio è facile intuire) di guardia sotto una ridicola tendina da spiaggia con su scritto “Esercito - Operazione Strade Sicure”.
Finalmente riusciamo a entrare nella magnifica basilica: marmi, ori e mosaici dappertutto. Due cappelle mirabili, la Paolina e la Sistina, che più barocche non si può; in sottofondo, dagli altoparlanti, un coro gregoriano decisamente fuori epoca.
Sorpresa: si paga per vedere la luce!
Il fedele ha ben tre opzioni: Soffitto, un euro. Mosaici e affreschi della navata, un altro euro. Arco trionfale e abside, ancora un altro euro. Totale: euro tre.
Ma allora lo sponsor a che serve? Così siamo capaci tutti. Abbiamo girato i tacchi e ce ne siamo andati stizziti, forse anche un po’ ridicoli nella nostra virtuosa indignazione.
Il fatto è che ogni tanto ci capita di comportarci come vecchie zitelle; lo abbiamo fatto davanti ai Caravaggio di S. Luigi dei Francesi (un euro per pochi secondi di luce), e a quelli di S. Maria del Popolo (stesso ricatto).
Non chiediamo di arrivare all’esproprio proletario dell’arte, ma insomma, reverendi arcipreti, un po’ di misura!



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