CLASSICI
Massimo Grisafi
Carver: il miglior autore di racconti americano.

Di Carver dicono che sia stato il miglior autore di racconti americano. Certo, Scott Fitzgerald e Hemingway c’hanno campato con i loro racconti quando da giovani hanno vissuto a Parigi. E jack London e Bukowski, di racconti, ne hanno scritti di bellissimi. Eppure di Carver dicono così. E allora qual è il suo segreto?
Intanto c’è il fatto che Carver descrive puntigliosamente solo la middle class americana. Nei suoi racconti non compaiano ricconi, macchine di lusso o grossi manager: solo persone che sopravvivono come possono, che tirano a campare. A volte tra alcol e separazioni difficili. Storie semplici, quindi. A volte addirittura banali. Eppure, come d’incanto, nel bel mezzo del racconto, quando meno te lo aspetti, ecco che accade un fatto, un particolare che cambia completamente la prospettiva delle cose. Come nel racconto “Penne” (si intendono penne di pavone), dove una serata tra due coppie riuscirà a cambiare del tutto il corso delle cose per una di loro, proprio per la presenza di un pavone e di un bambino. O in “Scompartimento”, dove un banalissimo incidente rovescia completamente la prospettiva del protagonista. O come, e non ne cito più, nel bellissimo e dolorosissimo “Una cosa piccola ma buona” in cui, dall’ordinazione di una torta fatta a un pasticcere per la festa di compleanno di un bambino, si finisce per raccontare la più tragica situazione che possano vivere due genitori.
Devo dire che ho conosciuto i racconti di Carver inizialmente solo dal film che ne ha tratto Altman negli anni 80, ma poi, leggendoli in seguito, ho capito che nemmeno il miglior attore né il miglior regista potevano riuscire a trasmettere in un fotogramma ciò che Carver trasmette nei suoi scritti.
Come ha detto Veronesi a proposito di “Cattedrale” che dà il titolo a questa raccolta, “dopo aver letto il racconto ho provato voglia di essere cieco”.
Due parole adesso però le devo spendere per il più iconico e conosciuto dei suoi racconti, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Frase che è diventata di uso comune per qualsiasi argomento s’intenda discutere. Pur non facendo parte di questa raccolta, devo farlo perché lo ritengo bellissimo e istruttivo dal punto di vista letterario. Stiamo in un interno casa, due coppie sono riunite intorno a un tavolo e parlano di sé e dei loro ex intanto che bevono gin. Nient’altro. Però Carver riesce a modulare i loro dialoghi in sincronia con l’alcol che ingollano, in un crescendo di battibecchi, pause, tentennamenti e di silenzi carichi di espressività. Un piccolo grande esperimento di come si devono gestire i dialoghi. E se qualcuno di noi avesse davvero intenzione di dedicarsi alla scrittura, allora deve assolutamente leggere questo racconto perché è davvero una miniatura teatrale degna dei più grandi autori russi.
Intanto c’è il fatto che Carver descrive puntigliosamente solo la middle class americana. Nei suoi racconti non compaiano ricconi, macchine di lusso o grossi manager: solo persone che sopravvivono come possono, che tirano a campare. A volte tra alcol e separazioni difficili. Storie semplici, quindi. A volte addirittura banali. Eppure, come d’incanto, nel bel mezzo del racconto, quando meno te lo aspetti, ecco che accade un fatto, un particolare che cambia completamente la prospettiva delle cose. Come nel racconto “Penne” (si intendono penne di pavone), dove una serata tra due coppie riuscirà a cambiare del tutto il corso delle cose per una di loro, proprio per la presenza di un pavone e di un bambino. O in “Scompartimento”, dove un banalissimo incidente rovescia completamente la prospettiva del protagonista. O come, e non ne cito più, nel bellissimo e dolorosissimo “Una cosa piccola ma buona” in cui, dall’ordinazione di una torta fatta a un pasticcere per la festa di compleanno di un bambino, si finisce per raccontare la più tragica situazione che possano vivere due genitori.
Devo dire che ho conosciuto i racconti di Carver inizialmente solo dal film che ne ha tratto Altman negli anni 80, ma poi, leggendoli in seguito, ho capito che nemmeno il miglior attore né il miglior regista potevano riuscire a trasmettere in un fotogramma ciò che Carver trasmette nei suoi scritti.
Come ha detto Veronesi a proposito di “Cattedrale” che dà il titolo a questa raccolta, “dopo aver letto il racconto ho provato voglia di essere cieco”.
Due parole adesso però le devo spendere per il più iconico e conosciuto dei suoi racconti, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Frase che è diventata di uso comune per qualsiasi argomento s’intenda discutere. Pur non facendo parte di questa raccolta, devo farlo perché lo ritengo bellissimo e istruttivo dal punto di vista letterario. Stiamo in un interno casa, due coppie sono riunite intorno a un tavolo e parlano di sé e dei loro ex intanto che bevono gin. Nient’altro. Però Carver riesce a modulare i loro dialoghi in sincronia con l’alcol che ingollano, in un crescendo di battibecchi, pause, tentennamenti e di silenzi carichi di espressività. Un piccolo grande esperimento di come si devono gestire i dialoghi. E se qualcuno di noi avesse davvero intenzione di dedicarsi alla scrittura, allora deve assolutamente leggere questo racconto perché è davvero una miniatura teatrale degna dei più grandi autori russi.
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