RECENSIONI
Tonino Cagnucci
Daniele De Rossi – Il Mare di Roma
Limina edizioni, Pag. 213 Euro 18,00
C'è un romanzo che inizia col mare. Non è di un vecchio né di un bambino. Inizia a Ostia, che è il mare di Roma. Si chiama Daniele, è nato nel 1983 e tutte le sue tappe fondamentali per arrivare a fare il calciatore in serie A sono passate da lì. Dal mare. A Ostia s'inizia e si finisce. Vuol dire sacrificio, il nome. L'ha detto (e fatto) Pier Paolo Pasolini, l'ha ribadito Sergio Citti. E col sacrificio lo scricciolo biondo ha coltivato il sogno diventato di terra. E d'erba. Il romanzo lo racconta un giornalista del 1972. Lo racconta a capitoli. Di una piccola vita all'antica.
«Daniele De Rossi è un inno alle sciarpe di lana senza scritte pacchiane... la corsa all'oratorio dopo il Grazie Signore che chiudeva la messa pregando per un Grazie Roma. E quelle carovane che andavano e tornavano dallo stadio come andando e tornando a un appuntamento sicuro, tanto da crederlo eterno prima che mettessero i tornelli alla poesia». Daniele De Rossi parte dall'Ostia Mare, arriva alle giovanili della Roma, e poi la prima squadra, l'Under 21 campione d'Europa, Capello, Lippi, Cassano, i mondiali di Germania, e Spalletti. Poi torna allo Sporting Beach, sulla rotonda di Ostia, a spaparanzarsi, a respirare salsedine e iodio, torna da campione del mondo a salutare il vecchio allenatore. C'è una città di mare nei suoi eventi importanti, quasi sempre. L'esordio a un anno mano nella mano con papà Alberto sul campo di Livorno. Il provino davanti a Bruno Conti a Nettuno. Il primo gol con la nazionale a Palermo. De Rossi è il ritorno del calcio romantico (sarà mai esistito?), di uno che va in campo e non gioca, tifa. E' chi ha detto no al calcio moderno che a Roma inizia con l'arrivo di Manfredonia in giallorosso (e, magari, finisce con la presentazione di uno stadio che non c'è). Non c'è guerriero della luce, con la giugulare che pulsa ad ogni strillo di rabbia o gioia (è lo stesso) che non faccia una capatina eroica all'inferno. La Roma dei quattro allenatori in una stagione, lo spettro della retrocessione. Lo scricciolo diventato capitano a 21 anni a Brescia quando Cassano uscendo gli lancia la fascia. Poi precipitato sempre più giù, il tormentone della gomitata a Mc Bride (Italia-Usa), mondiali di Germania. I sodali già al soldo di Moggi che ritirano fuori tutte le gesta coatte dei romani calciatori (perfino quelle di Tassotti, e lo sputo a Poulsen di Totti, vuoi mettere?).
E' un romanzo che avvolge come uno tsunami il suo segnare un gol. Una sindrome di Stendhal per chi guarda. «De Rossi diventa il mare. Sale, s'ingrossa, cresce, tracima, straripa, dilaga, inonda, fuoriesce... è la fanfara e la banda prima dell'ora di cena d'estate, la scuola chiusa per la finta bomba, i colori dell'edicola, il ritorno dalla prima vacanza da grande, l'ultimo autogrill prima di casa, Push dei Cure ballata di notte sui ghiacci, una scena notturna di Se mi lasci ti cancello, un valzer suonato dai Sex Pistols, Disorder dei Joy Division...»
Il mare di Roma è Roma ma in un altro modo. Daniele De Rossi è la Roma nell'unico modo possibile. Di quelli che giocano per la maglia, non per le società che passano. Di quelli che incontri la mattina al mercato e si ferma perché la signora si lamenta che la squadra va male. «Io la crisi della Roma me la porto dentro, nel cuore. Ci convivo, anche quando vado a casa». Nel romanzo però la storia a un certo punto si ferma. Capitan Futuro è capitan presente. Chissà chi lo scriverà il finale.
di Adriano Angelini
«Daniele De Rossi è un inno alle sciarpe di lana senza scritte pacchiane... la corsa all'oratorio dopo il Grazie Signore che chiudeva la messa pregando per un Grazie Roma. E quelle carovane che andavano e tornavano dallo stadio come andando e tornando a un appuntamento sicuro, tanto da crederlo eterno prima che mettessero i tornelli alla poesia». Daniele De Rossi parte dall'Ostia Mare, arriva alle giovanili della Roma, e poi la prima squadra, l'Under 21 campione d'Europa, Capello, Lippi, Cassano, i mondiali di Germania, e Spalletti. Poi torna allo Sporting Beach, sulla rotonda di Ostia, a spaparanzarsi, a respirare salsedine e iodio, torna da campione del mondo a salutare il vecchio allenatore. C'è una città di mare nei suoi eventi importanti, quasi sempre. L'esordio a un anno mano nella mano con papà Alberto sul campo di Livorno. Il provino davanti a Bruno Conti a Nettuno. Il primo gol con la nazionale a Palermo. De Rossi è il ritorno del calcio romantico (sarà mai esistito?), di uno che va in campo e non gioca, tifa. E' chi ha detto no al calcio moderno che a Roma inizia con l'arrivo di Manfredonia in giallorosso (e, magari, finisce con la presentazione di uno stadio che non c'è). Non c'è guerriero della luce, con la giugulare che pulsa ad ogni strillo di rabbia o gioia (è lo stesso) che non faccia una capatina eroica all'inferno. La Roma dei quattro allenatori in una stagione, lo spettro della retrocessione. Lo scricciolo diventato capitano a 21 anni a Brescia quando Cassano uscendo gli lancia la fascia. Poi precipitato sempre più giù, il tormentone della gomitata a Mc Bride (Italia-Usa), mondiali di Germania. I sodali già al soldo di Moggi che ritirano fuori tutte le gesta coatte dei romani calciatori (perfino quelle di Tassotti, e lo sputo a Poulsen di Totti, vuoi mettere?).
E' un romanzo che avvolge come uno tsunami il suo segnare un gol. Una sindrome di Stendhal per chi guarda. «De Rossi diventa il mare. Sale, s'ingrossa, cresce, tracima, straripa, dilaga, inonda, fuoriesce... è la fanfara e la banda prima dell'ora di cena d'estate, la scuola chiusa per la finta bomba, i colori dell'edicola, il ritorno dalla prima vacanza da grande, l'ultimo autogrill prima di casa, Push dei Cure ballata di notte sui ghiacci, una scena notturna di Se mi lasci ti cancello, un valzer suonato dai Sex Pistols, Disorder dei Joy Division...»
Il mare di Roma è Roma ma in un altro modo. Daniele De Rossi è la Roma nell'unico modo possibile. Di quelli che giocano per la maglia, non per le società che passano. Di quelli che incontri la mattina al mercato e si ferma perché la signora si lamenta che la squadra va male. «Io la crisi della Roma me la porto dentro, nel cuore. Ci convivo, anche quando vado a casa». Nel romanzo però la storia a un certo punto si ferma. Capitan Futuro è capitan presente. Chissà chi lo scriverà il finale.
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