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RECENSIONI

Laszló F.Földényi

Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere.

Il melangolo, Pag. 59 Euro 8,00
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Nel 1849 Dostoevskij fu arrestato insieme ad alcuni membri del gruppo detto dei 'Petrasevcy'. Tra i capi di accusa vi era quello di aver letto in una riunione una lettera 'piena di sfrontate espressioni contro la chiesa ortodossa e i poteri supremi' che Vissanon G. Belinskij, famosissimo critico letterario di quei tempi, aveva indirizzato a Gogol dopo la pubblicazione dei Brani scelti della corrispondenza con gli amici nei quali l'autore de Le anime morte aveva chiaramente enunciato la sua conversione alle idee reazionarie. Il processo dei 'Petrasevcy' finì con la condanna a morte di alcuni degli accusati, tra i quali lo stesso Dostoevskij. L'esecuzione fu sospesa al momento estremo, quando già i condannati erano saliti sul patibolo. La condanna fu mutata in quattro anni di lavori forzati.

Il libriccino di Földényi parte da qui, dalla 'vacanza', come direbbe il nostro caro presidente del consiglio, del grande scrittore in quel di Siberia. E sulle sue riflessioni sul concetto di Storia.

Perché poi arrivò Hegel a mettergli il bastone in mezzo alle ruote: si narra infatti che per sopravvivere alla noia di un posto come quello, nonostante i lavori forzati, Dostoevskij, stimolato anche dall'appena ventunenne Aleksander E.Vrangel, allora procuratore locale dello Stato e per dieci anni assiduo frequentatore dello scrittore, cominciò a leggere alcune opere di Hegel, tra cui le lezioni sulla filosofia della storia che il filosofo aveva tenuto tra l'autunno del 1822 e la primavera del 1831 all'Università di Berlino, dove, tra l'altro, affermava di non aver trattato la Siberia in quanto la zona nordica giace fuori dalla storia.

Apriti cielo... e giustamente! E qui interviene l'autore del testo, professore di Letteratura comparata all'Università di Budapest che, sorretto da una buona dose di coraggio e di conoscenza dostoevskijana, afferma che la presa di posizione di Hegel fu vittima dell'illusione di essere in grado di spiegare l'inspiegabile. E che dietro il veemente rifiuto dell'Africa e della Siberia è nascosto il desiderio segreto dell'uccisione di Dio (che se fosse desiderio comune di molti mortali non sarebbe poi tutto questo guaio). Ma anche una sorta di razzismo (negri destinati ad essere uccisi e l'uomo bianco sempre spaventato e ferito) che escludeva però la parte colonialista del problema (... con ciò abbandoniamo l'Africa per non farvi più cenno in seguito. Non è un continente storico).

Più 'morbido' l'autore ci pare nella disamina dell'atteggiamento dostoevskijano, dove vi si riconosce la capacità di passare dalle stalle alle stelle: la redenzione è possibile. Anzi, agli occhi di Dostoevskij la redenzione non è immaginabile senza prima aver sperimentato l'Inferno.

Insomma, il grande scrittore riconosceva la Siberia come un posto infernale, ma necessario per una sorta di riscatto personale, per il riconoscimento della propria ricerca di Cristo e quindi di un forte sentimento personale e addirittura di un senso sciovinista di appartenenza: là ho capito di essere un russo anch'io, figlio del popolo russo.

Che quel pianto di fronte al razionalismo esasperato di Hegel diventò un dolce sorriso di autostima e di differente concezione del mondo?



di Alfredo Ronci


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