RECENSIONI
Massimo Gramellini
Fai bei sogni
Longanesi, Pag. 212 Euro 14.90
Fai bei sogni. Già, come se fosse facile. Confesso però di provarci perché per Gramellini ho cominciato a nutrire un debole (ah... la televisione!) e poi la vita è veramente troppo breve per sprecarla in incubi e deliri.
Difficile recensire un libro del genere perché in alcuni tratti sembra quasi una seduta psicanalitica, per cui altro non puoi fare che seguirla senza giudicarla. Ricordi, dolorosi, di un ragazzo che "non sapeva", ma che per tutta la durata della narrazione sente, avverte di non sapere. Mancanza, questa è dunque la parola d'ordine del romanzo, il concetto-chiave intorno al quale ruota l'autobiografia romanzata — neanche tanto, a dire il vero — di Massimo Gramellini. Mancanza della madre, ovviamente (che personaggi ambigui queste madri, sic), la cui morte il protagonista nasconde agli altri quasi vergognandosi e dicendo che la donna è fuori all'estero per lavoro. Il problema è che a forza di raccontare una bugia, alla fine uno arriva quasi a crederci che le cose siano andate in un certo modo. Insomma, menti agli altri, ma è a te stesso che stai mentendo.
Fai bei sogni diventa perciò il racconto di una rimozione, il faticoso venire a galla di una verità nascosta da tutti, in primo luogo dal padre, al Massimo-bambino. Lo scopo è difenderlo (Gramellini aveva nove anni quando morì la madre), ma la verità nascosta poi si incancrenisce e nessuno si ricorderà di svelare, prima al ragazzo e poi all'uomo, come i fatti siano veramente andati. Quasi inevitabile, stando così le cose, che il personaggio rimanga in qualche maniera incompiuto fino allo svelamento finale. Incompiuto e, al tempo stesso, rabbioso, disorientato, inadeguato a tutte le prove della vita. Non ci riuscirà a fare bei sogni Massimo, non ci riuscirà finché non aprirà quella busta dove è chiusa la verità su sua madre.
La lettura (ed è un bel leggere, a mio avviso) scorre veloce, potente, riuscendo a descrivere atmosfere e sensazioni nella quali chi è stato bambino negli anni Settanta non potrà non ritrovarsi. Belfagor, che diventa una figura simbolica, il Torino di Pulici, l'acqua nella vasca da bagno da riciclare per un altro bagno, perché negli anni Settanta non si buttava nulla. Succedeva anche al sottoscritto la Domenica mattina, con mia madre che si raccomandava di non fare la pipì nell'acqua. Notevole.
di Marco Minicangeli
Difficile recensire un libro del genere perché in alcuni tratti sembra quasi una seduta psicanalitica, per cui altro non puoi fare che seguirla senza giudicarla. Ricordi, dolorosi, di un ragazzo che "non sapeva", ma che per tutta la durata della narrazione sente, avverte di non sapere. Mancanza, questa è dunque la parola d'ordine del romanzo, il concetto-chiave intorno al quale ruota l'autobiografia romanzata — neanche tanto, a dire il vero — di Massimo Gramellini. Mancanza della madre, ovviamente (che personaggi ambigui queste madri, sic), la cui morte il protagonista nasconde agli altri quasi vergognandosi e dicendo che la donna è fuori all'estero per lavoro. Il problema è che a forza di raccontare una bugia, alla fine uno arriva quasi a crederci che le cose siano andate in un certo modo. Insomma, menti agli altri, ma è a te stesso che stai mentendo.
Fai bei sogni diventa perciò il racconto di una rimozione, il faticoso venire a galla di una verità nascosta da tutti, in primo luogo dal padre, al Massimo-bambino. Lo scopo è difenderlo (Gramellini aveva nove anni quando morì la madre), ma la verità nascosta poi si incancrenisce e nessuno si ricorderà di svelare, prima al ragazzo e poi all'uomo, come i fatti siano veramente andati. Quasi inevitabile, stando così le cose, che il personaggio rimanga in qualche maniera incompiuto fino allo svelamento finale. Incompiuto e, al tempo stesso, rabbioso, disorientato, inadeguato a tutte le prove della vita. Non ci riuscirà a fare bei sogni Massimo, non ci riuscirà finché non aprirà quella busta dove è chiusa la verità su sua madre.
La lettura (ed è un bel leggere, a mio avviso) scorre veloce, potente, riuscendo a descrivere atmosfere e sensazioni nella quali chi è stato bambino negli anni Settanta non potrà non ritrovarsi. Belfagor, che diventa una figura simbolica, il Torino di Pulici, l'acqua nella vasca da bagno da riciclare per un altro bagno, perché negli anni Settanta non si buttava nulla. Succedeva anche al sottoscritto la Domenica mattina, con mia madre che si raccomandava di non fare la pipì nell'acqua. Notevole.
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