Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina

Il Paradiso degli Orchi
Home » Recensioni » I ragazzi che volevano fare la rivoluzione

Pagina dei contenuti


RECENSIONI

Aldo Cazzullo

I ragazzi che volevano fare la rivoluzione

Sperling & Kupfer, Pag.353 Euro 12,00
immagine
Mi pare che almeno tre siano i luoghi meritevoli di commento, in questa "storia critica di Lotta Continua": uno lo si incontra subito (pp. 3-4, ripreso a p. 309). E' la lista di coloro i quali, dopo, hanno fatto carriera in nome e per conto dei padroni e dei borghesi a cui davano "solo pochi mesi". (p. 200) Non sono tantissimi, ma neanche pochi, per un partito solo. Il rilievo ha dunque una sua pertinenza: ogni religione ha i suoi apostatici, e ogni stagione il suo frutto. Va però riscontrato, a onore del vero, che chiunque rimproveri ai lottacontinuisti di non aver preso l'ascensore, ma il potere, deve dimostrare che, se avessero vinto loro e i bièrre, sarebbe emigrato in Perù. E non gli avrebbe scodinzolato intorno, in cerca del postarello, magari dicendogli: "Sì, cioè, compagni, beh, io stavo un attimino nell'ala moderata e non violenta del Movimento, però, cioè, cazzo, porcoddio compagni, io ero pronto a pigliare il fucile, sa'! E' che quel giorno lì c'avevo la colìte, sennò...".

Va pure chiarito che, da un lato, le peripezie di Sofri e soci mi imbufaliscono - se il processo è andato come sostiene dariofo, il mandante dell'assassinio di Calabresi potrei essere io. E ogni volta che sento qualche animula vagula blandula che starnazza d'invitare alle trasmissioni sugli anni saturnini (1) vedove e parenti pulòtti, mi viene spontaneo controbattere "invitiamo pure le vedove Pinelli, Serantini, etc., e vediamo un po' che succede". Però, da un altro verso il fatto che il cetriolo caduto nell'orto sia andato per una volta non in culo all'ortolano, ma ai gestori della boutique della verdura - quelli per cui in genere si scomodano i darifo - non mi dispiace poi tanto. Cioè: non so se Leonardo Marino testimoni il vero quando accusa Sofri et C.ie di essere mandanti di omicidi e rapine - anzi, non credo. Ma quando Marino rammarica "poi quelli che predicavano la rivoluzione a un certo punto ci hanno detto: "Abbiamo scherzato, non si fa più, non si può". (...) Degli operai che ci avevano creduto, qualcuno è finito coi terroristi, (e) molti sono stati licenziati perché erano i più combattivi", (p. 186) io vedo nelle parole di quest'uomo (e di Gianni Sartorio, cfr. p. 283) una verità che forse non sento, ma che incontro come vita vissuta nell'accidia di tanti che oggi non si fidano più. E diversa e inespressa nei ragazzetti spenti, tardi, fascistòidi o incavalierati, feti immaturi, che ci si lamenta non riuscir a coinvolgere (eppure, al G8...).

La materia seconda del contendere, era l'esser proclivi o meno all'ideologia o all'uso della violenza: e qui non ci piove. Lotta Continua non era un circolo Gandhi o una società teosofica: ma gli spettatori de La battaglia d'Algeri e del più recente Michael Collins (2) sanno che la teoria e la prassi dello scontro meritano un'attenta disamina storica e umana, prima di venir giudicate - e non certo dai fighetta che post hoc, in doppiopetto o maglioncino e polacchine, dai divanucci e dalle poltroncine, e con il ditino alzato mettono in guardia, ammaestrano, ammoniscono, perché la violenza è brutta-brutta-brutta, e poi magari qualcuno si fa male. Quelli che la rivoluzione magari la volevano quand'era tanto di moda, e col permesso del questore.

Violenza, dunque: cominciando da quella subdola, fredda, spietata sotto la maschera di millenarie ipocrisie (educative innanzitutto), che è del potere. E ben poca cosa risulta l'esaltazione delle spranghe e delle molotov, in tempi in cui il Palazzo (bianco, rosso o nero che fosse: per Lc non faceva differenza) stritolava sotto i carri armati la primavera di Praga e il Cile di Allende, avvelenava con i defolianti le foreste vietnamite, faceva saltare in aria banche e treni per difendere il suo potere "sporco e brutto". Due torti non faranno una ragione: ma uno era più torto dell'analogo, visto che non erano identici. E che al potere andava (e va) fatto carico anche del gravame dell'infelicità, dell'impotenza, della frustrazione giornaliera. Ulteriore, non acuta e ben più diffusa, soperchieria: la lotta alla quale m'appare l'afflato più alto di Lc e associazioni compagne. Si proclamava "la vita, che i capitalisti fanno maledire, può essere bella": (p. 121) contro questa vessazione più immediata, profonda, ingannevole e resiliente, fu necessario agire sotto le bandiere del "riprendiamoci la vita", (cfr. pp. 118-121 e passim) dello sganasciare strutture economicosociali e sovrastrutture comportamentali e ideologiche cristallizzatesi nel quotidiano ("l'ideologia della Coca-cola", cantava Gaber in Si può) per liberare le persone da queste gabbie, renderle autonome e coscienti. Lotta in cui parte ebbero generosità e impegno personale (la vendita di parte dei propri averi per "continuer le combat", e darli agli spossessati) perché gli ultimi - i dimenticati, gli incompresi, i devianti, i deboli, i gabbati: i poveri, gli scemi, i galeotti, gli scugnizzi, i senza casa, i senza pranzo, i senza voce - avessero voce, volto, difesa, tetto, attenzione, futuro. Non per carità, non per elemosina, non per benevolenza o per filantropia: per diritto, attraverso l'organizzazione politica. Che è "qualcosa che si muoveva come si muoveva la vita". (p. 313) Che è ciò che fa d'una minoranza una maggioranza, se la si unisce a tante minoranze. (p. 173) E che, col dare agli individui una coordinazione, fa passare i loro (bi)sogni a istanze, e loro da comparse a protagonisti, da sudditi a cittadini. Cittadini sovrani: "altro che avvocato o ingegnere".

C'è, inoltre, una piega in tale regolata sregolatezza. Essa l'alleggerisce senza diluirla, e fa da contraltare al rigido ritardo col quale il maschilismo comunista e operaista ha fatto i conti con l'altra metà del cielo. (pp. 259-266) E' l'attrazione per contiguità con il milieu infantile e adolescenziale. In particolar modo con i ragazzini più irregolari, quelli "adulti a sei anni", quelli che alle militanti che gestiscono una mensa napoletana distribuiscono "pizzicotti e manate sui sederi"- ma anche e a maggiore ragione quelli che muoiono a sette mesi di stenti, o lavorano, o rubacchiano. (pp. 178-9) Insomma, quelli meridionali. Ricorderei a questo punto un film (3) che, guarda caso, tracciava parecchie analogie tra la rivolta di una banda di pischelletti d'una borgata romana (4) e la gioventù ribelle - tanto che, durante l' appello ad una prima elementare, due bambini vengono nominati come Sofri Adriano e Bellocchio Piergiorgio. E' il solito problema italiano: si pùo e si riesce a dire cose serie, a patto d'incamuffàrle da bambinate. Ma si può anche supporre che "la bella immagine o la tua invenzione" (sempre Gaber - e cfr. p. 210) del sommovimento rivoluzionario emerse dal cruccio per le vite e per l'infanzia e l'infantitudine conculcate non ponessero l'accento sul sia pur necessario conflitto - "lotta di popolo armata, lotta di lunga durata"-, ma più sull'allure da ultima giornata dell'Ottocento, da "la Libertà guida il Popolo". Con la gente che a fiumana si sarebbe riversata nelle strade e nelle piazze, le avrebbe invase, alzando barricate, occupando fabbriche, uffici, palazzi, soffrendo insieme e gioendo insieme, e colorando così la violenza col pavese d'un'antica festa crudele - vedi il sottofinale di Novecento, (5) e quel che spiega Luigi Bobbio. (p. 314) Sebbene il quadro luminoso abbia le sue ombre: "la violenza rivoluzionaria (...) è anche la violenza organizzata, capace di rispondere su ogni terreno al gigantesco apparato di violenza mercenaria del nemico", (p. XIV) frase quantomeno ambigua. Temperata dalla successiva condanna del terrorismo, (pp. 290-301) a testimonianza degli esiti di un lungo travaglio politico e umano, non di estraneità pilatesca. E per chi trovasse crudele l'"indifferenza di fronte alla morte di un avversario politico" (p. 294) che animava taluni, riporto questo scambio di battute fra Giulio Cattaneo e Carlo Emilio Gadda:""Ma in questa tua pietà comprendi anche gli austriaci?"(...) Che c'entrano gli austriaci? Quelli erano nemici!"" (6) Tanto per dire che l'esclusiva dell'insensibilità non l'hanno solo i rivoluzionari - quella dello Stato si chiama "patriottismo", quella dei borghesi "lucida razionalità".

Terzo atto. Vincitore del Leon d'Oro con Così ridevano, Gianni Amelio rilasciò in un'intervista (cito a memoria) "quando qualcuno vuol sapere come mai è cresciuto un certo albero, va a vedere le radici. Uno vuol vedere le radici dell'oggi? Cerca, e trova" il suo film. Appunto dico: uno investiga i motivi e le appartenenze della "pìcciola vigilia" dei suoi sensi e del rimanente. E magari, toh!, inciampa in Lotta Continua. O comunque, nel riprendere un discorso bruscamente interrotto: seppellito di furia sotto quello che si è di prèscia battezzato "crollo delle ideologie" e "trionfo del capitalismo". Tuttavia, esso ritorna a imporsi ora che la macchina mondiale si mostra vuota di dèi e abitata da fantasmi, quando ridicoli, quando tragici, quando anfibi. E quando vetusti; Cazzullo acutamente sostiene che i rivoluzionari fallirono credendo di "poter fare la rivoluzione in Occidente all'alba dell'era postindustriale", prigionieri di "categorie ottocentesche, sia pure rivisitate criticamente": (p. 313) ma che c'è di "post" in Berlusconi, nella globalizzazione, nella guerra in Iraq? Non sono essi il padrone delle ferriere, la fabbrica labor-intensive, la politica delle cannoniere?

Ed ecco allora che la ricerca delle radici diviene sguardo sul futuro. In nome - lo si sarà intuìto - della "forza rivoluzionaria del passato".

Perché, in fin dei conti, da dove viene il domani, se non dallo ieri?





1) di piombo. Peraltro, Saturno castrò il padre, e da quel sangue nacquero le Erinni;

2) La battaglia di Algeri (Italia, 1966). Regia di Gillo Pontecorvo. Con Jean Martin, Yacef Saadi, Brahim Haggiag, Tommaso Neri, Fawzia el Kader; Michael Collins (Irlanda, 1996). Regia di Neil Jordan. Con Liam Neeson, Stephen Rea, Julia Roberts, Alan Rickman, Aidan Quinn;

3) La torta in cielo (Italia, 1974). Regia di Lino Del Fra. Con Paolo Villaggio, Didi Perego, Umberto D' Orsi, Daniela Minniti. Dall' omonimo libro di Gianni Rodari (Einaudi). Così ne ragionavano Rulli e Petraglia, su una rivista militante: "Utopia come trasfigurazione del reale in termini di fiaba, (...) tenendo conto della struttura sociale esistente, con tensione didattica e militante. E' questo il caso di La torta in cielo (...) film (...) di grande interesse per il tentativo, in gran parte riuscito, di svecchiare temi e moduli espressivi del cosiddetto cinema politico (...) esasperando i tratti del tipico per ribaltarli nel grottesco". In Ombre rosse numero 7, Savelli, Roma 1974, p. 107 (per saperne di più sulla pubblicazione, vedi Cazzullo p. 161);

4) Laura Migliorini fu una delle maestre di tali impunitèlli, svergognati e precoci in tutto (in specie nel sesso: fatto, letto, parlato, comprato e venduto). Ne pubblicò temi e altro materiale in un libro intitolato Cancelati dalla dottrina (sic!), Bompiani, Milano 1975;

5) Novecento (Italia 1976). Regia di Bernardo Bertolucci. Con Paolo Pavesi, Roberto Maccanti, Robert De Niro, Gérard Depardieu, Sterling Hayden, Stefania Sandrelli, Alida Valli, Laura Betti, Francesca Bertini, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Romolo Valli;

6) Lo si legge in G. Cattaneo, Il gran lombardo, Einaudi, Torino 1991, p. 88.



di Marco Lanzòl


icona
Succulento

CERCA

NEWS

RECENSIONI

ATTUALITA'

CINEMA E MUSICA

RACCONTI

SEGUICI SU

facebookyoutube