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Il Paradiso degli Orchi
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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Il Gelosetto

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Una lacrima. Sfidiamo chiunque abbia la nostra età a trattenere una lacrima alla vista di questo attrezzo, che oggi è archeologia industriale, ma che ai tempi della nostra gioventù rappresentava il fiore della nuova tecnologia: il Gelosetto! Il primo registratore a nastro, scadente ma alla portata di tutti.
Lo abbiamo ritrovato l’otto aprile allo Spazio Risonanze del Parco della Musica in una mostra con un titolo più lungo del tempo che ci abbiamo messo a visitarla: “Frammenti di storia: L’Italia attraverso le impronte, le immagini e i sopralluoghi della Polizia Scientifica”. Una mostra fatta soprattutto di pannelli fotografici di tipo scolastico, quindi scarsi come appeal, però con qualche oggetto di interesse più che altro archeologico, tra cui l’emozionante reperto qui accanto fotografato.


Nessuna emozione. È la sorprendente autodiagnosi che siamo stati costretti a formulare alla fine del giro nei saloni di Palazzo Braschi il pomeriggio del 10 alla inaugurazione della mostra “Canaletto 1697 – 1768”.
Naturalmente non era la prima volta che vedevamo le sue carinissime Venezie, con tutte le finestrine giuste sulle facciate, i campanili puntuti e le figurine dei passanti in mantella e bautta in Piazza S. Marco.
E malgrado sapienti accorgimenti dell’allestimento, tipo le pareti di alcune sale tinteggiate nello stesso identico azzurro dei cieli sulla laguna, e altri meno saggi, come far suonare dal vivo l’ovvio Vivaldi a un quartetto d’archi non proprio eccellente, non abbiamo cambiato opinione.
Però una cosa ci ha colpiti: una veduta (che non conoscevamo) della cordonata del Campidoglio con la scala dell’Aracoeli, piuttosto inquietante.
Ci siamo sentiti obbligati ad andare a controllare appena usciti. Effettivamente, a parte il contrasto fra l’idilliaca quiete del quadro coi panni stesi e le casette e la selvaggia realtà della foto, qualcosa di incongruo c’è: l’altimetria forse? Non capiamo.
Sospendiamo il giudizio. 13 aprile, all’interno di Porta S. Sebastiano, nelle Mura Aureliane, a cavallo della Via Appia Antica, si inaugura una mostra di opere degli allievi del Liceo Artistico Caravaggio. Mostra sulla quale, come direbbe, per cavarsi d’impaccio un critico d’arte professionista, sospendiamo il giudizio.
Comunque, come abbiamo notato spesso, a Roma più interessante dell’evento è lo spazio in cui questo ha luogo.
Il tratto delle mura che collega Porta S. Sebastiano con Porta Ardeatina è per l’occasione aperto al pubblico, e noi lo abbiamo percorso immaginando ciò che quelle rovine dovevano aver visto e vissuto in due millenni di storia, e soprattutto prendendo nota di uno straordinario capovolgimento di luoghi e significati.
L’esterno delle mura, visibile attraverso le feritoie per gli arcieri, che in passato doveva essere aperta e probabilmente spopolata campagna è ora tutto un gran traffico di automobili e motorini e scorci di periferie. Mentre l’interno, che ovviamente prima era la città popolata di case, botteghe, e magari ville, è ora una selvaggia foresta primordiale, liane e rampicanti, che si intravede attraverso gli archi del camminamento di ronda.
Una stravolta stupefazione di destini e storie.
Ma, a proposito di storie, forse non tutti sanno che una novantina di anni fa gli austeri, anche se angusti spazi militari delle torri e delle postazioni per le catapulte di difesa della porta, erano stati restaurati, riarredati e messi a disposizione di uno dei più famigerati bellimbusti del regime, Ettore Muti, per un certo periodo segretario del Fascio, perché ne facesse uso come garçonniere, anzi, per adoperare un termine più adatto all’epoca, scannatoio, per portarci le ragazze che seduceva con il fascino della camicia nera.
Poi è finito come tutti sappiamo (particolarmente male per Muti), ma noi siamo riusciti a trovare una foto d’epoca, in cui i pavimenti spogli appaiono nobilitati (!) da pelli d’orso e i muri di mattoni grezzi impreziositi da tendaggi dannunziani; aggiungiamo al tutto un lettone peccaminoso e, hoplà, eccoci a un livello di cattivo gusto di sublime intensità, del tutto coerente con l’ideologia machista del tempo.



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