RECENSIONI
Sergio Sozi
Il Menu
Castelvecchi, Pag. 106 Euro 13,00
Cara Paola
Ti scrivo questa mail perché non riesco a comunicare telefonicamente con te. Anche il tuo cellulare squilla a vuoto. Comincio a preoccuparmi. Non ho nulla di importante da dirti, ma mi sarebbe piaciuto scambiare un'opinione su un libro che ho letto di recente. Si intitola E chiamateli ringraziamenti ed è di un tizio che pare non risieda più in Italia, ma in Slovenia.
Sai, è stata una gran bella lettura, ho ritrovato nell'autore certe belle pagine della mia giovinezza, certo sentire poetico che nella letteratura contemporanea non si avverte più. A pag. 104: Alla dolce Slovenia che mi ospita, a Perugia che mi dié (sì, proprio così, ha usato il dié) il cognome e a Spello perché mi lasciò partire. Non so te, ma io ci sento il 'vecchio' Pascoli, quel modo di coniugare sentimento e poetica dell'appartenenza.
Per non parlare della sottile ironia (quanto è rara ai tempi d'oggi: perché gli scrittori o ti fanno affogare in una mestizia grigia e sconsolante, o vogliono essere scherzosi a tutti i costi, diluendo nel falso e ipocrita riso qualche barlume di coscienza), senti cosa scrive il Sozi: Agli altri miei tre nomi di battesimo che nessuno conosce e io non disconosco: Francesco, Maria e Quirino – ma non chiamatemi Maria, per favore: «Ciao, Maria!» per strada, eh... nonono.
Mi pare davvero giusto, in tempi di trasgressione e di irriconoscibilità sessuale (mio dio, ma hai visto cosa si vede in giro?) che qualcuno ribadisca con fermezza la propria mascolinità, quando è necessario.
S'avverte poi nel romanzo quella traccia (mi verrebbe da dire fragranza) di una tradizione culturale del passato che può davvero andare dal Petrarca (e l'autore lo cita) al Tasso (pure lui) passando per lidi più contemporanei (Magris, Del Giudice) fino ad approdare a quel Franchi (di cui si dice davvero gran bene; un amico di cui mi fido mi ha confessato che lo ritiene uno dei pochi scrittori veri di questo già insensato secolo di vacuità) a cui il Sozi dedica righe sentitissime: macchina letteraria (quasi) completa – per la sua nostalgia e per altro di sanguigno e tenero che non saprei dire.
C'è un però: cos'è quella lunga introduzione al romanzo, che ha come titolo Il menu (e sono cento pagine esatte!) che ammorba il lettore puntuale (quello che ormai non esiste più, quello che attentamente segue tutte le parti del libro, che siano pre o post-fazioni) e che se mi consenti un suggerimento io salterei a pié pari?
La trovo incomprensibile, fatua, ironica, ma di quell'ironia che si farebbe volentieri a meno perché davvero non fa ridere nemmeno i polli.
Cara Paola, spero davvero di risentirti dal vivo. Le mail saranno pure utili, ma non possono certo sostituire la calda voce umana. Comunque dai, se leggi questa e capiti in libreria non farti sfuggire il libro. Ti ricordo il titolo: E chiamateli ringraziamenti. Lo si legge in fretta, poche pagine davvero. Ma che intensità!
di Alfredo Ronci
Ti scrivo questa mail perché non riesco a comunicare telefonicamente con te. Anche il tuo cellulare squilla a vuoto. Comincio a preoccuparmi. Non ho nulla di importante da dirti, ma mi sarebbe piaciuto scambiare un'opinione su un libro che ho letto di recente. Si intitola E chiamateli ringraziamenti ed è di un tizio che pare non risieda più in Italia, ma in Slovenia.
Sai, è stata una gran bella lettura, ho ritrovato nell'autore certe belle pagine della mia giovinezza, certo sentire poetico che nella letteratura contemporanea non si avverte più. A pag. 104: Alla dolce Slovenia che mi ospita, a Perugia che mi dié (sì, proprio così, ha usato il dié) il cognome e a Spello perché mi lasciò partire. Non so te, ma io ci sento il 'vecchio' Pascoli, quel modo di coniugare sentimento e poetica dell'appartenenza.
Per non parlare della sottile ironia (quanto è rara ai tempi d'oggi: perché gli scrittori o ti fanno affogare in una mestizia grigia e sconsolante, o vogliono essere scherzosi a tutti i costi, diluendo nel falso e ipocrita riso qualche barlume di coscienza), senti cosa scrive il Sozi: Agli altri miei tre nomi di battesimo che nessuno conosce e io non disconosco: Francesco, Maria e Quirino – ma non chiamatemi Maria, per favore: «Ciao, Maria!» per strada, eh... nonono.
Mi pare davvero giusto, in tempi di trasgressione e di irriconoscibilità sessuale (mio dio, ma hai visto cosa si vede in giro?) che qualcuno ribadisca con fermezza la propria mascolinità, quando è necessario.
S'avverte poi nel romanzo quella traccia (mi verrebbe da dire fragranza) di una tradizione culturale del passato che può davvero andare dal Petrarca (e l'autore lo cita) al Tasso (pure lui) passando per lidi più contemporanei (Magris, Del Giudice) fino ad approdare a quel Franchi (di cui si dice davvero gran bene; un amico di cui mi fido mi ha confessato che lo ritiene uno dei pochi scrittori veri di questo già insensato secolo di vacuità) a cui il Sozi dedica righe sentitissime: macchina letteraria (quasi) completa – per la sua nostalgia e per altro di sanguigno e tenero che non saprei dire.
C'è un però: cos'è quella lunga introduzione al romanzo, che ha come titolo Il menu (e sono cento pagine esatte!) che ammorba il lettore puntuale (quello che ormai non esiste più, quello che attentamente segue tutte le parti del libro, che siano pre o post-fazioni) e che se mi consenti un suggerimento io salterei a pié pari?
La trovo incomprensibile, fatua, ironica, ma di quell'ironia che si farebbe volentieri a meno perché davvero non fa ridere nemmeno i polli.
Cara Paola, spero davvero di risentirti dal vivo. Le mail saranno pure utili, ma non possono certo sostituire la calda voce umana. Comunque dai, se leggi questa e capiti in libreria non farti sfuggire il libro. Ti ricordo il titolo: E chiamateli ringraziamenti. Lo si legge in fretta, poche pagine davvero. Ma che intensità!
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