RECENSIONI
Yokomizo Seishi
Il detective Kindaichi
Sellerio, Francesco Vitucci, Pag. 208 Euro 13.00
A pag. 86 c’è scritto: Dall’aspetto, poteva avere venticinque, al massimo ventisei anni. Piccolo di statura, portava una casacca sopra il kimono e uno hakama a righe. Sia la casacca che il kimono apparivano oltremodo sgualciti mentre sembrava quasi strascicare a terra lo hakama. I tabi color blu marino erano sul punto di essere bucati dalle lunghe unghie degli alluci. I geta, invece, erano più piccoli della reale lunghezza del piede. A coronare il tutto, un cappello ormai privo di qualsiasi forma. Si trattava di un giovane che evidentemente non poneva particolare attenzione all’aspetto esteriore. Aveva un incarnato pallido – e date le apparenze – non poteva affatto essere definito piacente.
Questa è la descrizione che Yokomizo Seishi, scrittore giallo tra i più in voga in Giappone dagli anni trenta del novecento in poi, fa della sua famosa “creatura” il detective Kindaichi.
Nulla di che, anche se l’aspetto lascia un po’ a desiderare. Nel senso che seppur accostato dall’autore alle famose figure del giallismo europeo e a americano, che so’, John Dickson Carr o Edgar Allan Poe o addirittura il citatissimo Gaston Leroux e il suo Mistero della camera gialla, rispetto ai suoi esimii colleghi non ha charme a sufficienza per reggere il confronto.
Chi si intende di mistero sa che quello di cui stiamo parlando è un classico delitto della camera chiusa, cioè di un misfatto perpetrato in un ambiente chiuso dall’interno, con un cadavere (o più, come in questo caso dove le vittime sono due) e col responsabile sparito nel nulla.
Chi si intende di mistero sa che quello di cui stiamo parlando è un avvenimento che nel secolo scorso aveva milioni di appassionati ma che ora, per mille motivi (e mettiamoci pure la tecnologia) ha perso smalto e vigore.
Non sa, invece, chi si intende di mistero che, al di là di tutte le precauzioni e i marchingegni dell’autore, la storia ha poco appeal e poca resa.
Ricordo tempo fa come il nostro collega Alfredo Ronci avesse recensito con partecipata considerazione un giallo di un altro giapponese, per la precisione Matsumoto Seicho. Vero, lì l’ambientazione e il decoro erano diversi e il risultato era senza alcun dubbio stimolante.
Qui invece il tutto è sopra le righe (negli anni trenta e quaranta spesso era così) e il risultato finale, ahimè, è noioso. E stiamo parlando di un giallo classico.
Giudizio: più no che si. Non merita nemmeno un ni.
di Eleonora del Poggio
Questa è la descrizione che Yokomizo Seishi, scrittore giallo tra i più in voga in Giappone dagli anni trenta del novecento in poi, fa della sua famosa “creatura” il detective Kindaichi.
Nulla di che, anche se l’aspetto lascia un po’ a desiderare. Nel senso che seppur accostato dall’autore alle famose figure del giallismo europeo e a americano, che so’, John Dickson Carr o Edgar Allan Poe o addirittura il citatissimo Gaston Leroux e il suo Mistero della camera gialla, rispetto ai suoi esimii colleghi non ha charme a sufficienza per reggere il confronto.
Chi si intende di mistero sa che quello di cui stiamo parlando è un classico delitto della camera chiusa, cioè di un misfatto perpetrato in un ambiente chiuso dall’interno, con un cadavere (o più, come in questo caso dove le vittime sono due) e col responsabile sparito nel nulla.
Chi si intende di mistero sa che quello di cui stiamo parlando è un avvenimento che nel secolo scorso aveva milioni di appassionati ma che ora, per mille motivi (e mettiamoci pure la tecnologia) ha perso smalto e vigore.
Non sa, invece, chi si intende di mistero che, al di là di tutte le precauzioni e i marchingegni dell’autore, la storia ha poco appeal e poca resa.
Ricordo tempo fa come il nostro collega Alfredo Ronci avesse recensito con partecipata considerazione un giallo di un altro giapponese, per la precisione Matsumoto Seicho. Vero, lì l’ambientazione e il decoro erano diversi e il risultato era senza alcun dubbio stimolante.
Qui invece il tutto è sopra le righe (negli anni trenta e quaranta spesso era così) e il risultato finale, ahimè, è noioso. E stiamo parlando di un giallo classico.
Giudizio: più no che si. Non merita nemmeno un ni.
di Eleonora del Poggio
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