RECENSIONI
Luigi Balocchi
Il diavolo custode
Meridiano Zero, Pag.253 Euro14.00
Sere fa vedevo Storie incredibili, sottoprodotto estivo di Chi l'ha visto, il famoso programma di Rai tre. E si narrava la storia di due fratelli, Franco e Renzo Polazza che, rifiutati dalla madre e da gran parte dei concittadini, si rifugiarono, sparendo, nei monti tra il Piemonte e la Liguria, per ricomparire all'improvviso dopo 12 anni di vita furtiva ed animalesca.
Vicende, impestati come siamo di presenzialismo televisivo e mediatico, davvero di altri tempi. Con le debite differenze, e spiegheremo perché, il libro di Luigi Balocchi richiama quella tenzone esistenziale, quel rifuggir la vita imposta e canalizzata.
Il diavolo custode è la biografia romanzata di Sante Pollastro, sorta di eroe popolare, anarchico e brigante, Robin Hood dei nostri tempi - addirittura ricordato in una vecchia canzone di De Gregori (il bandito e il campione) – ed emblema di un idealismo libertario che lambisce anche le sponde di un antifascismo "diverso", non per questo minore.
Alla guida di un manipolo di straccioni come lui, questa leggendaria figura attraverserà quasi tutto il novecento scontrandosi di volta in volta con i paletti del potere e dei contropoteri. Si parlava prima di antifascismo: forse allora, proprio perché opposto ai puntelli del vivere consolidato, Sante Pollastro lo vediamo controfascista, perché è contro anche e soprattutto di suo.
Lui aspetta. Non si muove. I fascisti non li vede poi diversi dai carabinieri. Riduce dunque a zero, ad una verità incontrovertibile, una realtà che spesso si vuole diversa, perché i poteri, e quindi i rapporti sono diversi. Pollastro avrebbe sparato a zero (metaforicamente!) contro l'equazione sicura dello strumento politico "buono".
Pure Mussolini lo aveva capito: preoccupato della commistione che effettivamente sussisteva tra la sua banda e il movimento anarchico, ne ordinò espressamente la cattura. Perché non erano dunque le armi del bandito a ferire e ad uccidere(- Senza un colpo. Guai a chi spàra... - avverte il Santéin. No. Come ha detto il Novatore, ammazzare non attiene precisamente all'etica libertaria. Peccato che i soldi, i danari, 'sta brutta bestia d'omicidio l'han stampata in filigrana. E' destino...pag.99) ma le idee che si trascinava dietro e che appartenevano ancora ad una ruralità di cuore, lontano mille miglia però dalle messe in scena bucoliche e false della propaganda di regime e dello stesso duce.
Sante Pollastro ricorda molto Beniamino Rossini, il protagonista del romanzo di Massimo Carlotto La terra della mia anima. Il contrabbandiere di vecchio stampo che, in punto di morte, rifiuterà il prete che vuole dargli l'estrema unzione perché vuole morire comunista. O meglio, vuole morire con gli stessi ideali per cui è vissuto.
Sante Pollastro ideologicamente è più sfumato,appartiene all'aura dell'avventuriero senza macchia e senza paura, tuttavia Balocchi ce lo disegna netto nella sua grandezza di vagabondo ed innocente. E si sa, quelli che hanno sempre pagato, a rigor di logica, sono i più innocenti.
E ce lo disegna anche attraverso una lingua finalmente desueta, ma non perché vecchia e demodè, ma perché affrancata dal mimetismo contemporaneo e post-moderno che la vuole assai simile a sé stessa, se non addirittura spesso mortificata perché uguale.
E il rigore linguistico dello scrittore pavese non ha nemmeno bisogno di una paternità letteraria. Fa storia a sé, come il personaggio che ha raccontato. Lucidi.
di Alfredo Ronci
Vicende, impestati come siamo di presenzialismo televisivo e mediatico, davvero di altri tempi. Con le debite differenze, e spiegheremo perché, il libro di Luigi Balocchi richiama quella tenzone esistenziale, quel rifuggir la vita imposta e canalizzata.
Il diavolo custode è la biografia romanzata di Sante Pollastro, sorta di eroe popolare, anarchico e brigante, Robin Hood dei nostri tempi - addirittura ricordato in una vecchia canzone di De Gregori (il bandito e il campione) – ed emblema di un idealismo libertario che lambisce anche le sponde di un antifascismo "diverso", non per questo minore.
Alla guida di un manipolo di straccioni come lui, questa leggendaria figura attraverserà quasi tutto il novecento scontrandosi di volta in volta con i paletti del potere e dei contropoteri. Si parlava prima di antifascismo: forse allora, proprio perché opposto ai puntelli del vivere consolidato, Sante Pollastro lo vediamo controfascista, perché è contro anche e soprattutto di suo.
Lui aspetta. Non si muove. I fascisti non li vede poi diversi dai carabinieri. Riduce dunque a zero, ad una verità incontrovertibile, una realtà che spesso si vuole diversa, perché i poteri, e quindi i rapporti sono diversi. Pollastro avrebbe sparato a zero (metaforicamente!) contro l'equazione sicura dello strumento politico "buono".
Pure Mussolini lo aveva capito: preoccupato della commistione che effettivamente sussisteva tra la sua banda e il movimento anarchico, ne ordinò espressamente la cattura. Perché non erano dunque le armi del bandito a ferire e ad uccidere(- Senza un colpo. Guai a chi spàra... - avverte il Santéin. No. Come ha detto il Novatore, ammazzare non attiene precisamente all'etica libertaria. Peccato che i soldi, i danari, 'sta brutta bestia d'omicidio l'han stampata in filigrana. E' destino...pag.99) ma le idee che si trascinava dietro e che appartenevano ancora ad una ruralità di cuore, lontano mille miglia però dalle messe in scena bucoliche e false della propaganda di regime e dello stesso duce.
Sante Pollastro ricorda molto Beniamino Rossini, il protagonista del romanzo di Massimo Carlotto La terra della mia anima. Il contrabbandiere di vecchio stampo che, in punto di morte, rifiuterà il prete che vuole dargli l'estrema unzione perché vuole morire comunista. O meglio, vuole morire con gli stessi ideali per cui è vissuto.
Sante Pollastro ideologicamente è più sfumato,appartiene all'aura dell'avventuriero senza macchia e senza paura, tuttavia Balocchi ce lo disegna netto nella sua grandezza di vagabondo ed innocente. E si sa, quelli che hanno sempre pagato, a rigor di logica, sono i più innocenti.
E ce lo disegna anche attraverso una lingua finalmente desueta, ma non perché vecchia e demodè, ma perché affrancata dal mimetismo contemporaneo e post-moderno che la vuole assai simile a sé stessa, se non addirittura spesso mortificata perché uguale.
E il rigore linguistico dello scrittore pavese non ha nemmeno bisogno di una paternità letteraria. Fa storia a sé, come il personaggio che ha raccontato. Lucidi.
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