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Il Paradiso degli Orchi
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CLASSICI

Alfredo Ronci

Il falso neorealismo di Ugo Facco De Lagarda: 'La grande Olga'.

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L'aveva detto Gadda, in polemica coi neorealisti, che i fatti non bastavano per fare grande letteratura. E in un contesto frastornato, come quello del secondo dopoguerra, ma ricco di stimoli e 'visioni', come disse qualcuno, 'persero' gli scrittori di documenti, cioè coloro che basavano i loro romanzi solo sull'aspetto visivo della realtà. Vinsero quelli che, con buoni occhi per vedere ed interpretare la realtà, fecero anche bella narrativa: Moravia, Brancati, Rea, Fenoglio, Calvino, Montale, Pasolini, D'Arrigo. E in un quadro del genere, coi mostri sacri della nostra scrittura, mi son sempre chiesto che posto possa avere Ugo Facco De Lagarda.

Nato a Venezia verso la fine del secolo, ex direttore di banca, studioso di economia e storia, pubblicò il suo primo volume di liriche addirittura nel 1919, ma è con la narrativa che regala i fiori migliori: la consacrazione nel 1965 dopo l'uscita di quello che è considerato, insieme al Pasticciaccio di Gadda, il vero antesignano del giallo all'italiana: Il commissario Pepe (scrivevamo in occasione della ristampa 2009 della Giano editore: Il commissario Pepe ci sembra, per via traverse, degno erede del Pasticciaccio, in una lingua forse non magmatica, come nel prodigioso incedere gaddiano, ma netta e polita nella sua essenza niente affatto conformista e ricca).

Non bastò allora, e credo non basterà adesso, per rivalutare l'intera opera letteraria che presenta almeno tre romanzi di assoluta capacità: Le figlie inquiete (1957), Cronache cattive (1962) e in ultimo La grande Olga, nella quale andiamo a ficcare il naso.

Schiava del sesso e persuasa che l'indipendenza economica sia tutto, o quasi tutto, per la pienezza femminile, ella ha saltato gli ostacoli dell'ignoranza e della povertà ed è riuscita ad accostarsi per vie traverse alle zone interdette. Dotata di memoria e di acume, abile nell'afferrare intelligentemente ora una frase, ora un modo di atteggiarsi o di comportarsi, Olga, sarta e modista di mezza tacca nel primo tempo, s'è fatta un abito esteriore che le ha permesso di avvicinare i potenti e scrutarli da vicino.

Ecco l'immagine che ci dà lo scrittore di questa donna popolana ma arguta (e nella sua 'promiscuità' ricorda di molto le facili e irresistibili protagoniste de Il commissario Pepe) che non esita un attimo a nascondere in un appartamentino di sua proprietà – Mussolini è caduto da poco ed il paese è completamente allo sbando - tre 'persone' scomode: Cesare Saetti, sindacalista, Angelo Corti vecchio proprietario di un isolato a cento metri dal Ponte di Rialto, professore, che abbandonata l'Italia perché ebreo, ritorna con ben altre speranze e il capitano Bandini, ufficiale di Brigate nere, ormai disertore.

Olga, con la sua audace e generosa disponibilità, offre ai tre disgraziati (ad un certo punto se ne aggiungerà un quarto che morirà d'infarto pochi giorni dopo e che sarà, alla fine del romanzo, oggetto di una 'non-indagine') sì una vita di segregazione, privata del bene della libertà, ma tuttavia non vuota di risonanze e di spazi aperti (qualche passeggiatina nel pieno della notte) e di qualche pruriginosa avventura erotica (per questo ci pensa Stella, la 'sveglia' nipote della protagonista).

Si parlava all'inizio di neorealismo: perché, se vogliamo, in Facco De Lagarda riscontriamo sì gli elementi che hanno fatto 'grande' la nostra letteratura (quella che, secondo un critico come Walter Pedullà, nel primo quinquennio degli anni Quaranta si svolgeva nella testa dell'autore e nel secondo si proietta verso la realtà oggettiva. Cioè, dall'interno della casa ci si trasferisce in strada. E guarda caso, nel romanzo di Lagarda, anche se è del 1958, avviene, nella dinamica della vicenda, proprio questo), ma nello stesso tempo avvertiamo una necessità linguistica che non è più legata ai lacci ormai superati di un clima politico strettamente post-bellico. Lo stile di Lagarda è riccamente sfumato, pur nella semplicità della struttura e dell'incedere, ma una spanna sopra la mesta rappresentazione di una realtà nonostante tutto grigia.

L'epilogo del romanzo è vivace e funereo: accanto alla riconquistata libertà dei tre dopo la fine della guerra vi è l'improvvisa morte di Olga, stroncata da un infarto all'uscita del tribunale dove deve testimoniare dell'avvenuto decesso del suo 'quarto' coinquilino poi fatto sparire nel fiume. Tutto questo in un flash drammatico in cui compare anche un sinistro protagonista della storia: Giù per la scala interna del tribunale incontrano, in mezzo ad un drappello di "berretti rossi" inglesi, Kesserling che viene ricondotto in carcere dopo la decima udienza del suo processo.

Degna conclusione per un romanzo e per uno scrittore che fece la Resistenza e che, per inspiegabili intrecci del destino, non ha mai ottenuto quella riconoscenza letteraria che purtroppo, in più di un'occasione, è stata data ad altri che hanno sbandierato un'adesione ai valori della democrazia solo di facciata. Andrebbe riscoperta tutta l'opera di Facco De Lagarda. E in qualche modo gli Orchi se ne fanno carico.



Edizione considerata:



Ugo Facco De Lagarda

La grande Olga

Mondadori editore - 1966







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